Quando Giulio Zambianchi operò il “miracolo” della nuova Cattedrale

La Cattedrale di Forlì è uno scrigno di tesori d’arte e di fede, a cominciare dai monumentali affreschi del forlivese Pompeo Randi, per continuare con la preziosa xilografia su carta della Madonna del Fuoco, conservata nella cappella omonima inaugurata nel 1636. Pochi però sono a conoscenza del prodigio progettuale operato da Giulio Zambianchi nel 1841

La Cattedrale di Forlì è uno scrigno di tesori d’arte e di fede, a cominciare dai monumentali affreschi del forlivese Pompeo Randi, uno dei più valenti pittori italiani dell’Ottocento, che decorò l’abside con la celeberrima “Invenzione della Croce”, ma anche la parete soprastante l’ingresso con “Eraclio trasporta la croce”. Si potrebbe continuare con la cappella del Santissimo Sacramento, in fondo alla navata destra: voluta da Caterina Sforza, venne progettata da Pace Bombace, lo stesso che disegnò l’Oratorio di San Sebastiano, a due passi dal San Domenico.

La cappella, e qui iniziano le sorprese, risale al 1490, mentre le decorazioni di cupola e presbiterio (notare la combinazione di numeri) furono decise nel 1940 dall’allora vescovo mons. Giuseppe Rolla e realizzate l’anno successivo, in pieno conflitto mondiale, da Cesare Secchi. La vera attrazione della Cattedrale di Forlì è però rappresentata dalla xilografia su carta della Madonna del Fuoco, conservata nel santuario omonimo, realizzato fra il 1614 e il 1636 dall'architetto faentino Domenico Paganelli. La preziosa icona scampò miracolosamente all’incendio che, nella notte fra il 4 e il 5 febbraio 1428, divorò letteralmente la scuola del maestro Lombardino da Rio Petroso, posta sull’attuale via Cobelli. La cappella patronale, decorata di marmi policromi, è sovrastata dalla straordinaria cupola ottagonale dipinta da Carlo Cignani. Esaurite le brevi nozioni storico-artistiche, è doveroso raccontare del “miracolo” operato nel 1841 da Giulio Zambianchi.

“Nonostante la magnificenza del portale eseguito da Marino Cedrino nel 1464 ed ora posto sull’austera facciata del Carmine – scrive nel 1935 don Eugenio Servadei Mingozzi nella sua guida storico-artistica – il nostro Duomo non si presentava nel suo insieme architettonico artisticamente bello. Due enormi pilastri posti di fronte alle cappelle della Madonna del Fuoco e della Canonica, costituivano un tale ingombro che ne nascondevano persino l’aspetto. Si aggiunga che l’edificio, benché quattrocentesco, era stato fatto a più riprese senza contrasto di luce e con un presbiterio angustissimo e male adatto alle sacre funzioni”. Da tempo, mons. Stanislao Vincenzo Tomba, bolognese d’origine, divenuto vescovo di Forlì nel 1836, sognava il rifacimento totale del corpo principale, che desse alla chiesa una certa unità di stile. “Questa rinnovazione era dunque necessaria - attesta don Servadei Mingozzi – anche per togliere un serio pericolo per la pubblica incolumità”.

“Pare incredibile – scrive Giordano Viroli in Le chiese di Forlì – che il vecchio Duomo fosse così malridotto. Un problema che si presentava – continua il valente studioso e critico d’arte, da poco scomparso – era il progressivo abbassamento di due colonne e precisamente della prima alla destra dell’altare maggiore, che poggiava su pali di rovere ormai fradici”. Le spese preventivate erano ingenti e i fondi scarsi: questo non impedì al vescovo di chiedere a papa Gregorio XVI di demolire la vecchia chiesa. “Dal pontefice – continua il cronista – il presule ottenne per un decennio la facoltà di stabilire una tassa sopra tutti i benefici della Diocesi”. Il 3 maggio 1841, mons. Tomba pose solennemente la prima pietra del nuovo edificio. Fu adottato il progetto dell’architetto forlivese Giulio Zambianchi, risultato vincitore di un pubblico concorso.

L’idea era quella di una Cattedrale “a forma basilicale a tre navate, con colonne corintie e con la facciata neoclassica – scrive don Servadei Mingozzi - la quale altro non è che una felice intuizione del Pantheon romano di Agrippa”. Il risultato fu un edificio di dimensioni ciclopiche, ma altamente funzionale, “in cui si può ben dire che lo Zambianchi abbia fatto un miracolo”. Il prodigio del giovane architetto, se così si può dire, sta nell’aver conferito all’interno un senso di imponenza e profondità, di pienezza e di silenzio. “Allo Zambianchi - attesta don Servadei Mingozzi - non era possibile correggere interamente il difetto della sproporzionata linea delle due grandiose cappelle laterali preesistenti (…), ma egli seppe renderlo meno sensibile e meno urtante con la felice combinazione delle colonne che si succedono nel corpo della chiesa lungo le tre navi. A tal proposito mi piace osservare che, se due colonne sono poste davanti alla cappella della Madonna del Fuoco, sono esse poste in modo sì regolare, che non tolgono la vista del suo altare, neppure nelle più lontane parti della chiesa”. A proposito delle maestose colonne, prodigio nel prodigio: “Sono fatte in marmoridea - scrive Silvia D’Altri nel suo Duomo di S. Croce in Forlì – ossia con tecnica che permette di ricreare il marmo utilizzando scagliola dipinta”. Il risultato è straordinario e continua a stupire a 180 anni di distanza dal loro innalzamento.

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