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Sabato, 4 Dicembre 2021

Quando il campanile di Fornò saltò in aria come un missile

Fino alle prime ore del 24 ottobre 1944, la chiesa di Santa Maria delle Grazie in Fornò aveva anche un possente campanile. La Wehrmacht lo fece saltare, per evitare che divenisse punto di osservazione privilegiato per gli Alleati che stavano sopraggiungendo

Quella del 24 ottobre 1944 è una pagina misconosciuta della tragedia bellica forlivese, trattata solo marginalmente dai cronisti dell’ultimo conflitto mondiale. “I tedeschi – scrive Antonio Mambelli nel suo Diario degli avvenimenti in Forlì e Romagna – con un preavviso di meno di mezz’ora agli inquilini e sfollati, hanno fatto saltare, questa mattina alle 5, il bellissimo campanile di Santa Maria delle Grazie in Fornò; l’abbattimento ha travolto la canonica, alcune stanze di povere famiglie, l’organo della chiesa”. La decisione della Wehrmacht, che dieci giorni dopo avrebbe inferito anche nel centro città, ferì pure la chiesa, “che con la perdita dell’alta torre, ornamento superbo, ha sofferto un danno gravissimo”.

Fondata dall’eremita albanese Bianco da Durazzo nel 1448, Santa Maria delle Grazie di Fornò per secoli è stata una delle principali mete mariane della Romagna. Se la compianta studiosa Mariacristina Gori l’ha definita “uno degli esempi più straordinari di ciò che ha saputo produrre la cultura del Rinascimento in Romagna, al tempo di Melozzo da Forlì”, il professor Riccardo Lanzoni la considera “un'opera d'arte pressoché unica in Italia, se non nell’Europa occidentale”. Marco Vallicelli, in una pubblicazione sulla chiesa, edita nel 2016, conferma che “l’uso di piante circolari, poligonali e a croce greca, ben si adatta alle concezioni prospettiche del Rinascimento, in quanto consente di individuare univocamente il fulcro simbolico dell’aula sacra”.

Il tempio (la forma rotonda deriva anche dagli edifici a sistema centrale presenti nell’architettura cristiana del IV secolo) ha un diametro di metri 33,83 ed è circoscritto da un muro alto 15. Nel bel mezzo dell’edificio sorge un’edicola, anch’essa circolare, del raggio di 7 metri. Di assoluto interesse sono il fregio in cotto che cinge internamente il tempio, nonché i tre portali di marmo e le piastrelle di cotto col monogramma di San Bernardino e di Maria. L’atrio davanti all’ingresso principale, a capriate, è decorato con affreschi del canonico lateranense Pietro da Bagnara. Sul frontone si erge, invece, una copia in marmo di Carrara della statua gotica della Madonna con il Bambino, ricollocata nel marzo 2016: l’originale dell’opera, attribuita ad Agostino di Duccio, è stata prelevata per il restauro nel 2000 ed è ora custodita in vescovado.

Il massimo splendore di Santa Maria delle Grazie risale al XVI secolo: basti pensare che l’attiguo convento, di cui l’attuale canonica era solo uno dei quattro lati, veniva considerato uno dei più ricchi d’Italia. La decadenza iniziò nel ‘700, ben prima delle incursioni napoleoniche, con la partenza dei Canonici regolari di San Salvatore, che si trasferirono in città nel complesso di Sant’Antonio del Borgo Schiavonia, già convento dei Gesuiti. Nel 1853, Pio IX, l’ultimo papa re, di passaggio da Forlì, rimase talmente mortificato dall’incuria di Fornò che ne ordinò il restauro conservativo, finanziandolo personalmente con mille scudi. La rovina occorsa il 24 ottobre 1944 ebbe un testimone oculare.

Don Guerrino Valmori, per 50 anni parroco della Pieve carducciana di Polenta, ma all’epoca giovane rettore di Santa Maria delle Grazie, ha sempre ricordato con angoscia finché è campato (è scomparso 89enne nel 2004) quella follia distruttiva: “Vidi la grande torre staccarsi da terra come un missile per poi ricadere miseramente al suolo”. I tedeschi avevano deciso di minarla, per evitare che divenisse punto di osservazione privilegiato per gli Alleati che stavano sopraggiungendo. Nella seconda metà degli anni Novanta, don Amedeo Pasini, all’epoca rettore del santuario, fra mille peripezie burocratiche e con i pochi risarcimenti dati dallo Stato, riuscì a ricostruire parte della “elle” residenziale distrutta dalla guerra. L’attuale responsabile don Mauro Ballestra è fermamente convinto della necessità di studiare un percorso turistico dei monumenti più importanti del forlivese, con Fornò in “pole position”: sarebbe anche un modo per dare lavoro ad alcuni giovani, assicurando così fasce certe d’apertura. 

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