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Quando in via Quadrio impazzava l’osteria della Bomba

Dell’austero Palazzo Orselli che fino all’ultima guerra ha fatto mostra di sé in fondo a via delle Torri, a fianco della Prefettura, resta ben poco: giusto il nome dei giardini che l’hanno soppiantato all’inizio degli anni Settanta. Ma rimane anche il ricordo del Borg ad Sarach, l’ipermercato ante litteram di via Maurizio Quadrio

Dell’austero Palazzo Orselli, che fino all’ultima guerra ha fatto mostra di sé in fondo a via delle Torri, a fianco della Prefettura, resta ben poco: giusto il nome dei giardini che l’hanno soppiantato all’inizio degli anni Settanta. Nel 2011, quel piccolo polmone verde nel cuore del centro è stato ristrutturato e riqualificato, con l’eliminazione degli ultimi percorsi d’acqua, risultati troppo onerosi come manutenzione.

L’idea di realizzare in loco un giardino era scaturita nel 1971, in seno all’Amministrazione comunale capitanata dal sindaco Angelo Satanassi. Il progetto dei Giardini Orselli, che avrebbero così riempito quel vuoto lasciato nel 1965 dall’abbattimento dei resti del palazzo, fu affidato all’ingegnere Alvaro Caneti e al geometra Elvio Cicognani. L’elaborato prevedeva diversi ripiani architettonici rappresentati da vasche, giochi d’acqua e ponti, in linea con i criteri della modernità di quel periodo. In particolare, nel nuovo verde spiccavano un grande ippocastano e un “ Koelreuteria paniculata”, albero esotico dai particolari frutti a capsula, a forma di lanterna cinese.

“Tra via delle Torri e piazza Cavour – scrive lo storico Paolo Poponessi nel libro “E’ Borg dal sarach”, dato alle stampe nel 2004 da Almanacco Editore - c’era uno dei palazzi della vecchia Forlì in cui in principio ebbe dimora la nobile famiglia dei Brandolini. A questi nel 1783 subentrarono i Papini ed infine gli Orselli, di origine veneta, da cui uscì una schiera di uomini di chiesa, valenti soldati, benefattori e patrioti”. Artefice della bella facciata in stile neoclassico era stato l’architetto Luigi Mirri (1752-1824), che in città ha lasciato innumerevoli altre testimonianze di pregio: il palazzo di Corso della Repubblica dove ha sede la Banca d’Italia, la chiesina del Miracolo in via Cobelli e infine la Spezieria dei Poveri vicino a Rialto Piazza, in corso Garibaldi. Nel 1924, Palazzo Orselli entra nella disponibilità della “Società Pro Juventute” della Congregazione dei Padri Filippini, che vi insedia il Collegio educativo maschile “Orselli”.

Con la definitiva partenza dei religiosi dalla città, poco prima dell’ultima guerra, l’edificio passa alla Curia vescovile, che di lì a poco lo cede al Comune. Arrivano i bombardamenti alleati, che cancellano la facciata e il corpo centrale, ma lasciano in piedi gran parte delle ali laterali: questo consentirà al termine del conflitto di dare un tetto ad alcune famiglie forlivesi rimaste senza casa. Nella seconda metà degli anni Trenta, Palazzo Orselli si era ritrovato al centro di un inaspettato ipermercato “ante litteram”, il leggendario “Borg dal Sarach”. In quella fila di negozi che si fronteggiavano in via Quadrio, si poteva trovare qualunque cosa. Subito prima dell’ultima guerra faceva da anticamera il macellaio Pezzi, la cui bottega era posta in via delle Torri sulla destra della facciata del popolare “palazzaccio”, giusto a fianco del portone d’ingresso principale.

Entrati nel borgo, sul lato Orselli spiccavano Zanelli il libraio, poi trasferitosi sotto il Palazzo comunale, Servadei il venditore di piatti, Martelli Roberto e Pippo Mezzetti con i loro fornitissimi alimentari, la cartoleria Zimelli, Stagnani con pulcini e sementi, la stamperia Monti già Cicognani, la celebre Medea con la sua varechina, Biffi con sapone e detersivi e Ferruccio il falegname, senza dimenticare altri due macellai del calibro di “Bacocca” e Zanzani. Sull’altro fronte vanno citati, da via delle Torri, Cestari con cappelli e berretti, Stenio Antonelli, titolare dell’omonima bottega di tessuti, “Fiuretta” col baccalà, Zannoni coi filati, Brani Andrea aiutato dal nipotete Minguccio, la Gnafa col baccalà e le saracche (che dettero il nome all’intero borgo), Maciarol col suo “bellecòtt”, pietanza pesante ma ricercata fatta di trippa e sanguinaccio, Monti col burro, il venditore d’olio Mazzamurro e infine la “Maria della pasta”.

Poco più avanti, all’angolo con la via De Amicis, laddove oggi c’è la tabaccheria “Le Erbe” di Nadia Di Battista, avviata nella seconda metà degli anni ’50 da Chino e Maria Bargossi, impazzava “La Bomba”. L’osteria, molto popolare a Forlì, era condotta da Gisto Bosi con la moglie Gigina e i figli Rina, Marina e Rino, professore di matematica. Nell’immediato dopoguerra rimase chiusa per alcuni anni, fino all’insediamento del sale e tabacchi dei Bargossi. La bevanda di punta della Bomba era la canéna, vino leggero e molto economico oggi scomparso, alla portata anche delle tasche meno abbienti. Proprio nel punto in cui il retro di Palazzo Orselli si profilava su piazza Cavour, c’era un tratto scoperto del canale di Ravaldino, tombinato prima dell’ultimo conflitto mondiale. 

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