Forlì ieri e oggi

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Quando in via Ravegnana operava Zambutèn, il medico dei poveri

Il 26 marzo 1950 se ne andava una figura leggendaria della Forlì a cavallo delle due guerre: Augusto Rotondi, più noto come Zambutèn.

Abbiamo messo alcune foto della chiesa di Santa Maria del Fiore, sia come appariva prima dell’aggiunta del portico, effettuata nel 1931 su progetto dell’ing. Cervesi, che nella versione attuale, per dare un’idea di dove visse ed operò il leggendario Zambutè o Zambutèn. Il suo ambulatorio, perennemente pieno, era, infatti, in via Ravegnana, praticamente di fronte alla parrocchia ex cappuccina oggi officiata da don Luigi Burchi e a pochi metri dal Ponte del Vapore. Zambutèn, popolarissimo nella Forlì a cavallo delle due guerre e anche oltre, se ne andò per sempre il 26 marzo 1950.

“Alle ore 18 di oggi – scrisse il Resto del Carlino – dopo lunga agonia è morto il più popolare medico empirico noto in tutta la Romagna: Augusto Rotondi, di anni 82, detto Zambutèn o Zambutè. La salma riposa nella cameretta da lui abitata presso l’orto ove coltivava le erbe medicamentose, trasformata in camera ardente”. Rotondi era nato nel 1868 a Bagnacavallo. Il padre Luigi, di famiglia contadina, aveva appreso da alcuni frati i segreti delle erbe, che poi trasmise ai sei figli: Luigi junior, che esercitò a Lugo, Ernesta, che si muoveva tra Bagnacavallo, Faenza, Imola e Bologna, Ignazio, che si stabilì ad Alfonsine e morì di influenza spagnola, Alfredo, che operò a Portomaggiore di Ferrara, ma fu spesso ostacolato per le sue idee antifasciste e infine Achille, che praticò a Ravenna. Il più celebre del lotto, forse perché il più accattivante e arguto, è rimasto il “nostro” Augusto.

“Nella sua abitazione di via Ravegnana – scrivono Marco Viroli e Gabriele Zelli in “Personaggi di Forlì”, Il Ponte Vecchio, Cesena 2013 – Zambutè, uomo dall’aspetto burbero e dal linguaggio pittoresco, secondo l’antica tradizione di famiglia esercitava l’attività di medico empirico. Il caratteristico soprannome deriva evidentemente dallo svizzero Jean Bontin, capostipite di questi personaggi un po’ scienziati, un po’ stregoni, un po’ erboristi, un po’ sensitivi”. La pronuncia francese di quel nome gli calzò talmente a pennello, che in Romagna si diffuse il nome di Zambutèn per indicare un abile guaritore. Al riguardo, Romano Casadei ha scritto anche che tutte le indagini sull'origine del termine Zambuten “fanno riferimento ad una famiglia di medici e veterinari di origine ginevrina che esercitarono a Forlì, ricavandone ampia notorietà”. Visse l’apice della fama fra gli anni ’30 e ’40 del XX secolo. Il suo segreto era un librone di ricette ed erbe medicinali lasciatogli in eredità dalla famiglia. Le sue armi erano unguenti, pomate, decotti, pillole colorate, ma anche abili consigli. A un giovanotto pieno di foruncoli in viso, Zambutèn suggerì il matrimonio come rimedio sicuro per eliminare il fastidioso inconveniente che lo affliggeva.

Poiché era convinto che non bisognava nascondere la verità ai malati, era pure capace di impietose sentenze. Come quella rivolta ad un contadino di Carpinello, che covava un brutto male ormai inguaribile. Rotondi se ne accorse e glielo fece capire, rigorosamente in dialetto, prima in modo garbato (“trop terd, e mi oman”) e poi, vista la sua insistenza, in maniera a dir poco feroce: “A jel un falignam a Carpnela? (c’è un falegname a Carpinello?)”. Alla risposta affermativa del pover’uomo, continuò con queste parole: “Allora vat a cà, ma prema fat fè una cassa da mort (Allora vattene a casa, ma prima fatti fare una cassa da morto)”. Vista la sua notorietà, non mancarono le accuse e i processi per esercizio abusivo della professione medica, da cui uscì sempre indenne a parte una multa comminatagli nel 1904, al termine di un processo in cui venne difeso niente meno che dal sindaco di Forlì, l'avvocato e futuro senatore del Regno Giuseppe Bellini.

Fu il medico dei poveri, da cui spesso non si faceva neanche pagare, anche se non mancarono pazienti eccellenti, come la moglie del chirurgo Sante Solieri e persino Rachele Guidi, che lui chiamava affettuosamente “la Chiletta”. “La moglie di Benito Mussolini – scrive Daniele Gaudenzi in “Album di Famiglia” – debitamente guarita da certi fastidiosi malanni, gli regalò una rombante Triumph 500 cmc”. Col bombardamento del 19 maggio 1944, la sua casa-ambulatorio fu gravemente danneggiata. Nell’impossibilità di ricostruirla, la vendette, riservandosi una sola stanza. Morì povero, ma la sua fama rimase vivissima negli stati più popolari della città. “Si è voltato dall’altra parte, ed è morto”, apparve nel manifesto funebre affisso in tutta Forlì. Alla memoria di Zambutèn, il Comune ha dedicato una via a San Martino in Strada.

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Sono un funzionario pubblico impelagato nel diritto amministrativo, ma anche giornalista desideroso di descrivere le buone azioni (che non fanno rumore) dei tanti concittadini solidali con il prossimo. Ho una moglie poliglotta con due figlie che crescono e nel tempo libero cammino in Appennino e riesco pure a togliermi qualche soddisfazione a tennis. Appassionato di storia locale, sin da bambino sono affascinato dai cambiamenti subiti dalla mia Forlì. Mi piace scartabellare carte polverose e indagare foto e prospettive di un tempo, alla ricerca di indizi su come potesse essere in origine quel luogo o quel monumento sopravvissuti all’incedere del tempo

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