Forlì ieri e oggi

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Quando la Wehrmacht fece scempio della chiesa dei Romiti

Nel 1944, la chiesa in stile neo-gotico sulla via Firenze dedicata a Santa Maria del Voto, rimase in balia dei tedeschi per quasi 5 mesi

Forlì ha duramente pagato la follia della guerra: il passaggio del furore bellico dal Cittadone ha lasciato lesioni incancellabili. Ne sanno qualcosa il sobborgo Mazzini e il Borgo San Pietro fino a Piazza Saffi, distrutti dai bombardamenti aerei alleati del 19 maggio e 25 agosto 1944, senza dimenticare Borgo Ravaldino con Palazzo Dall’Aste e gli affreschi del Melozzo nella chiesa di San Biagio in San Girolamo, persi per sempre il 10 dicembre 1944 a causa degli ordigni ad alto potenziale lanciati da aerei tedeschi su una Forlì già libera da un mese.

Se gli eventi sopra descritti vengono periodicamente rievocati dai media e dalle autorità cittadine, soprattutto il 9 novembre, anniversario della Liberazione dal giogo nazi-fascista, continuano a rimanere sotto traccia le ferite inferte dalla Wehrmacht alla chiesa dei Romiti. Nel 1944, il tempio in stile neo-gotico sulla via Firenze dedicata a Santa Maria del Voto, rimase in balia dei tedeschi per quasi 5 mesi. Le origini della chiesa si perdono nell’antichità: Fusconi e Calandrini nel primo dei tre volumi dedicati a “Forlì e i suoi Vescovi”, citano una stipulazione del 1467 dove si parla di alcuni eremiti dimoranti “extra portam Forlilivii in lateribus Sancti Augustini, iuxta uiam comunis”, ossia fuori le mura sulla pubblica via. Don Romeo Bagattoni, nella pubblicazione “La Madonna del Fuoco”, edita negli anni Venti del XX secolo, riferisce di una piccola cappella dedicata alla Beata Vergine sulle rive del Montone fin dai primi anni del XV secolo: il luogo di culto è affidato ad una confraternita di venti nobili laici forlivesi.

Nel 1513 accanto alla chiesa fu edificato il convento di Santa Maria degli Eremiti. Dopo neppure 40 anni, nel 1552, Bino Orbetelli, comandante dell’esercito di Papa Paolo IV in guerra contro gli spagnoli, dispose la distruzione dell’intero complesso: chiesa e convento si trovavano, infatti, troppo a ridosso delle mura urbane nei pressi di Porta Schiavonia e gli spagnoli avrebbero potuto nascondervi armi e munizioni. La ricostruzione avverrà nel 1570 per volontà del vescovo di Forlì monsignor Antonio Gianotti, che aveva dato credito alla “vox populi” secondo cui, fra i ruderi della chiesa distrutta si era manifestato un fatto prodigioso. La valenza strategica della chiesetta posta sulla riva destra del fiume Montone, quattro secoli dopo i tragici eventi sarà notata nientemeno che dall’esercito tedesco, che ne fece un avamposto militare. “L’occupazione della canonica da parte dei soldati – annota nel suo diario il parroco don Emilio Gezzi – comincia il 22 giugno 1944. Il 26 ottobre i guastatori tedeschi fanno saltare con le mine la cabina della luce elettrica situata a fianco del cimitero parrocchiale, incendiando tutto il macchinario”.

La distruzione del complesso dei Romiti s’intensifica: “Il 30 ottobre alcune schegge sono entrate nella sacrestia perforando la finestra (…) il 4 novembre uno spezzone è entrato nel battistero rompendo in parte la colonna della bifora”. La mattina del 9 novembre, il Quinto corpo dell’Ottava armata britannica, al comando del generale McCreery, fa il suo ingresso in città verso le 9, venendo da via Decio Raggi. Gli Alleati liberano il centro storico ma non riescono ad oltrepassare il Montone: alle 3.30 i tedeschi, dopo aver minato le torri cittadine, avevano fatto saltare anche il ponte sul fiume. La mattina del 10 novembre, i militari germanici cacciano l’Arciprete dalla canonica dei Romiti col pretesto che difende i partigiani: il sacerdote si avvia per la strada di Villagrappa, “trovando riparo nella casa colonica attigua alla Celletta delle Passere”. Il 13 novembre, dopo la ritirata dei tedeschi, don Gezzi rientra ai Romiti e trova un mucchio di rovine: mobili spezzati e sovrapposti come in una barricata, i viveri, gli indumenti e i paramenti sacri saccheggiati ed asportati, la chiesa profanata. “I tedeschi hanno compiuto le azioni più ributtanti ed incivili, degni emuli degli Unni: il loro passaggio sarà eternamente ricordato con raccapriccio e con sdegno”. La chiesa era stata trasformata in una cucina e peggio ancora in un gabinetto di decenza, usando le tovaglie dell’altare. L’Arciprete riprende l’attività parrocchiale il 19 novembre nella Celletta dei Passeri. Per poter ritornare nella chiesa di Santa Maria del Voto ricostruita e riaperta al culto, dovrà attendere il 1948.

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Sono un funzionario pubblico impelagato nel diritto amministrativo, ma anche giornalista desideroso di descrivere le buone azioni (che non fanno rumore) dei tanti concittadini solidali con il prossimo. Ho una moglie poliglotta con due figlie che crescono e nel tempo libero cammino in Appennino e riesco pure a togliermi qualche soddisfazione a tennis. Appassionato di storia locale, sin da bambino sono affascinato dai cambiamenti subiti dalla mia Forlì. Mi piace scartabellare carte polverose e indagare foto e prospettive di un tempo, alla ricerca di indizi su come potesse essere in origine quel luogo o quel monumento sopravvissuti all’incedere del tempo

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