Forlì ieri e oggi

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Quando Napoleone Bonaparte accese la luce pubblica a Forlì

Napoleone Bonaparte entrò personalmente a Forlì il 4 febbraio 1797, nel giorno della Patrona. Il suo passaggio è rimasto agli annali cittadini come una pagina buia. Questo non significa che Forlì, prima dell’avvento dei transalpini, fosse una realtà, per così dire, luminosa. “Quando i francesi occupano Forlì – scrive Elio Caruso in Forlì città e cittadini fra Ottocento e Novecento – trovano una città priva della benché minima illuminazione”

Su Napoleone Bonaparte, il generale corso futuro imperatore dei Francesi, calato in Italia nel 1796 alla testa dell’armata rivoluzionaria, si sono sparsi fiumi d’inchiostro e pareri contrastanti. Ugo Foscolo scrisse addirittura un’ode a Bonaparte liberatore: stampata a Bologna nel maggio del 1797, fu riproposta a Genova nel novembre del 1799, quando il poeta si trovava inquadrato nelle truppe francesi. Il giudizio preponderante dei cronisti italiani nei confronti di Napoleone, rimane quello del conquistatore, financo un predone. L’avanguardia dell’esercito francese, guidata dal generale Charles Pierre François Augereau, fece il suo primo ingresso a Forlì il 24 giugno 1796, attraverso Porta Schiavonia. Tutti i cavalli della città furono requisiti, il Monte di Pietà saccheggiato, spogliate le case, confiscate le armi.

“Il comando francese – scrive Marco Viroli su Romagna Post - si insediò all’Albergo della Posta, sito nell’attuale corso della Repubblica, mentre un reggimento di sessanta dragoni si accampò alla barriera di Schiavonia”. Costretti a ritirarsi già l’indomani per una forte reazione popolare, i francesi ripiegarono su Faenza. Ma fu una ritirata temporanea: il ritorno a Forlì avvenne il 2 febbraio 1797: “In città regnavano confusione e spavento – riporta Alteo Dolcini in Napoleone Bifronte - non essendovi una rappresentanza militare o civica per incontrare il nemico trionfante. Il Governatore pontificio, valutata la situazione era salito in carrozza, già predisposta, e frettolosamente si era diretto nella sua dimora di villeggiatura di Castel Latino sui confini toscani”. Bonaparte entrò personalmente in Forlì alla testa delle sue truppe, il 4 febbraio.

“La data non fu certo casuale – continua Viroli - poiché, allora come oggi, quel giorno si celebrava la patrona, la Madonna del Fuoco, e la città era parata a festa. Il generale prese alloggio nel centralissimo Palazzo Gaddi, dove incontrò i membri della municipalità provvisoria”. “In quella sera – scrive il sacerdote don Francesco Cortini nella sua Cronica - mandò a chiamare il vescovo, che era fuggito a Castrocaro, che tornò subito e gli fece capire che i vescovi in tali circostanze dovevano star col loro gregge, come S. Carlo Borromeo, ed altri. Mandò a chiamare tutti i parroci e confessori esortandoli a non predicare a popoli di sottrarsi dal giogo francese, altrimenti che gl’avrebbe fatti fucilare”. Sempre don Cortini, alla data del 22 febbraio annota così: “Alle 2 della notte passò il sig.r general Buonaparte, che veniva da Cesena con dieci dragoni di seguito, e varj cariaggi, e partì subbito per Faenza”. Il timore per l’intimidazione inferta al clero forlivese nel giorno della patrona, non si era ancora dissipato. Il giorno 27 fu ufficialmente proclamata l’unione di Forlì alla Repubblica Cispadana, insieme a Bologna, Modena, Reggio e Ferrara. Il 28 fu innalzato in piazza il primo albero della Libertà e dal terrazzo del Municipio fu lanciato pane alla folla.

“Fra le conseguenze del nuovo potere napoleonico – si legge ne Il Dipartimento del Rubicone. I suoi archivi e il contesto storico di Angelo Turchini - sono aboliti i titoli nobiliari ed ecclesiastici, l’Inquisizione, le manifestazioni esteriori di culto, mentre tutti sono qualificati come ‘cittadini’; per altri versi si interverrà sulla ricchezza, con la vendita per alienazione coatta del patrimonio ecclesiastico e i territori sottoposti ad un sistematico saccheggio del patrimonio artistico”. In definitiva, il passaggio di Napoleone da Forlì è rimasto agli annali come una pagina buia. Questo non significa che la città di San Mercuriale, prima dell’avvento dei transalpini, fosse una realtà, per così dire, luminosa. “Quando i francesi occupano Forlì – scrive Elio Caruso in Forlì città e cittadini fra Ottocento e Novecento – trovano una città priva della benché minima illuminazione. Con un editto datato 12 messidoro, IV della Repubblica (30 giugno 1796), il comandante della piazza Albernj ordinò alla Municipalità forlivese di dare disposizioni affinché di notte fossero posti sui davanzali delle finestre lumi accesi”. Ancora don Cortini, nei suoi diari, conferma l’uscita di un bando pubblico, che imponeva che “si dovessero illuminare le strade tutta la notte e ogni casa dovesse tenere acceso un lume, e così durò 15 giorni”.

La cosa piacque (almeno quella), tant’è che due anni più tardi, le autorità cisalpine fecero collocare in Piazza Grande i primi due lampioni pubblici nella storia di Forlì: uno all’angolo con il Borgo San Pietro e l’altro nel Rialto Piazza. Ma due fanali erano ancora pochi: il 12 ottobre 1798, a seguito di nuove aggressioni notturne, un nuovo ordine prescrisse l’obbligo della lanterna per chi transitava di notte per le vie cittadine. Il primo vero impianto di illuminazione pubblica, sempre per merito delle autorità cisalpine, risale al 1804: “Ben 100 lampioni – scrive Giuseppe Calletti – furono annessi ai diversi bivi e trivi della città”. Si trattava di lampade a riverbero alimentate da olio vegetale.

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Forlì ieri e oggi

Sono un funzionario pubblico impelagato nel diritto amministrativo, ma anche giornalista desideroso di descrivere le buone azioni (che non fanno rumore) dei tanti concittadini solidali con il prossimo. Ho una moglie poliglotta con due figlie che crescono e nel tempo libero cammino in Appennino e riesco pure a togliermi qualche soddisfazione a tennis. Appassionato di storia locale, sin da bambino sono affascinato dai cambiamenti subiti dalla mia Forlì. Mi piace scartabellare carte polverose e indagare foto e prospettive di un tempo, alla ricerca di indizi su come potesse essere in origine quel luogo o quel monumento sopravvissuti all’incedere del tempo

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