Venerdì, 17 Settembre 2021

Quando non c’era la scuola Diego Fabbri

Posta in via Giorgina Saffi a due passi da Piazza Saffi, la scuola è stata realizzata nei primi anni Settanta nello spazio ricavato dalla demolizione del convento dei Padri Filippini, a sua volta eretto nel XVII secolo nello spazio residuo del Guasto degli Orsi.

La scuola Diego Fabbri, dal nome del grande drammaturgo forlivese a cui è dedicato anche il Teatro comunale, è l’unica primaria statale esistente nel centro storico della città. Posta in via Giorgina Saffi a due passi da Piazza Saffi, è stata realizzata nei primi anni Settanta nello spazio ricavato dalla demolizione del convento dei Padri Filippini. Nonostante la “giovane età”, compare nel sito del PAT/ER (Patrimonio culturale dell’Emilia Romagna), per via del bassorilievo esterno in terracotta “La donna nel secondo risorgimento” ideato nel 1972 dall’artista Gianni Cinciarini, vincitore di un concorso a tema indetto dall’IBC. Il grande servizio alla collettività svolto dalla Diego Fabbri, va di pari passo con la straordinaria valenza storica del sito in cui insiste. Occorre fare un brusco salto temporale, sino al 1488, l’anno della congiura degli Orsi. Dopo la cacciata degli Ordelaffi, nel 1480, papa Sisto IV aveva affidato il governo di Forlì al nipote Girolamo Riario, consorte di Caterina Sforza. Inizialmente il nuovo signore abolì numerose tasse, facendosi benvolere da popolo e nobiltà. Portò avanti opere di rilievo, come la costruzione dei chiostri nel convento di Santa Maria della Ripa, il potenziamento di parte della cinta difensiva e i lavori di completamento della rocca. “Nel 1486, privato del supporto dello zio – scrive Massimo Giansante in Enciclopedia Treccani – Riario prese in esame la possibilità di reintrodurre i dazi delle pese, delle porte e del commercio al minuto”.

Quella scelta viene valutata un gravissimo errore da Leone Cobelli e certamente contribuì a intaccare in modo significativo la popolarità della signoria. Cercarono di approfittarne Ludovico e Checco Orsi, fortemente indebitati con governo cittadino. “La sera del 14 aprile 1488 – continua Giansante - Checco Orsi, Ronchi e Pansecchi si introdussero con l’inganno nel Palazzo della Signoria (l’attuale sede comunale) e accoltellarono a morte Riario. Nel tumulto che ne seguì il palazzo fu completamente saccheggiato e il cadavere di Riario scaraventato dalla finestra, per essere orribilmente trascinato lungo la strada”. “Ammazzarono alcuni congiurati Forlivesi il conte Girolamo – scrive Niccolò Machiavelli nei Discorsi - presono la moglie, ed i suoi figliuoli, che erano piccoli; e non parendo loro potere vivere sicuri se non si insignorivano della fortezza, e non volendo il castellano darla loro, Madonna Caterina promisse ai congiurati, che, se la lasciavano entrare in quella, di farla consegnare loro, e che ritenessono a presso di loro i suoi figliuoli per istatichi. Costoro, sotto questa fede, ve la lasciarono entrare; la quale, come fu dentro, dalle mura rimproverò loro la morte del marito, e minacciogli d'ogni qualità di vendetta. E per mostrare che de' suoi figliuoli non si curava, mostrò loro le membra genitali, dicendo che aveva ancora il modo a rifarne”. Gli Orsi non seppero cavalcare la rivolta: “Il Consiglio dei Quaranta, riunitosi la notte stessa, decise il ritorno della città sotto la giurisdizione dello Stato Pontificio. Il 29 aprile le truppe alleate giunsero in città e la liberarono”. Il 30 aprile Caterina assunse la reggenza della città per conto del figlio Ottaviano Riario e subito scatenò la vendetta.

La sontuosa dimora degli Orsi, posta sull’attuale corso Garibaldi, finì letteralmente “tabula rasa”, tanto da originare il celeberrimo Guasto degli Orsi, la desolante spianata nel cuore della città, colmata nella sua interezza solo due secoli dopo. In prima battuta fu edificato il Monte di Pietà, attuale sede della Fondazione della Cassa dei Risparmi: i lavori iniziarono nel 1514 per terminare nel 1646. Alla decisione di realizzare la chiesa di San Filippo Neri si pervenne invece nel 1642 per volontà di Fabrizio Dall'Aste. La prima Messa fu celebrata il 26 maggio 1645 dal vescovo Teodoli. Nel 1650, alla chiesa venne aggiunto anche il convento dei Padri Filippini, dal nome del fondatore Filippo Neri. Ordinato prete nel 1551, nel 1575 organizzò la Congregazione dell'Oratorio, la stessa che a Forlì ha retto la chiesa e il convento a lui dedicati fino alla soppressione napoleonica, nel maggio 1810. La chiesa rimase però aperta al culto, essendo divenuta luogo di ritrovo degli studenti forlivesi. Nel 1821 vi si insediarono i Gesuiti, che fino al 1773 avevano operato nel complesso di San Francesco d’Assisi, in corso Garibaldi. Nel 1865, con la seconda soppressione ecclesiastica imposta dallo Stato Unitario Italiano, San Filippo assunse la funzione di teatro della Società Filodrammatica.

Nel 1909 divenne anche luogo di ricovero della statua della Madonna del Fuoco, appena rimossa da Piazza Maggiore, che rimase in loco fino al 1927, l’anno del ricollocamento a fianco della Cattedrale. Il 26 maggio di quell’anno, in occasione della solennità di San Filippo Neri, la chiesa è stata restituita al culto, tanto da divenire nel 1942 sede dell’Adorazione Perpetua del Santissimo Sacramento per ordine del vescovo monsignor Giuseppe Rolla. Danneggiata dai bombardamenti alleati, è stata definitivamente chiusa nel 1953 per restauri. L’annus horribilis per San Filippo Neri fu però il 1967. Erano i tempi del commissario prefettizio (Forlì rimase senza governo locale dal 1966 al 1970) e bisognava decidere le sorti dell’ex convento dei Filippini, nella prospettiva di insediarvi un edificio scolastico. Valutato antieconomico il suo recupero, essendo molto ammalorato da danni bellici e incuria, si preferì la strada della demolizione. Rimasta priva del suo appoggio naturale, la chiesa ha subito richiesto impegnativi lavori di consolidamento, che si sono protratti fino al 1990 e poi, in seconda battuta, sino al 2005. Il recupero ha riguardato anche gli interni: spicca la ripulitura della sacrestia e degli arredi lignei, annoverati fra i più belli di tutta l’Emilia-Romagna.

Piero Ghetti
 

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