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Martedì, 18 Gennaio 2022

Quelle mura sbrecciate sui viali, testimoni di una Forlì che non c’è più

Il centro di Forlì, all’altezza dei viali di circonvallazione, è ancora costellato di antiche mura in mattoni, testimoni di un tempo lontano in cui presidiavano luoghi di fede e meditazione, quali gli scomparsi conventi di S. Maria in Nives, S. Chiara e S. Caterina

Alcune sono alte e slanciate, ancora ben definite nel loro ruolo di agente protettivo, altre sono capitozzate e smozzicate, fino a scadere a parapetti incerti senza più alcuna funzione. Il centro di Forlì, all’altezza dei viali di circonvallazione, è ancora costellato di antiche mura in mattoni, testimoni di un tempo ormai lontano in cui presidiavano principalmente luoghi di fede e meditazione. Delle Mura per eccellenza, i bastioni quattrocenteschi completati dai Riario-Sforza e che sino al 1905 hanno cinto il cuore di Forlì per una lunghezza di oltre 5 chilometri, rimane ben poco.

I frammenti più appariscenti sono all’inizio di viale Corridoni, laddove impazzava lo Sferisterio, in via Forlanini, ben visibili da via Pelacano a fianco del mulino omonimo, ma soprattutto in via del Portonaccio a due passi da Porta Schiavonia, l’unica “barriera daziaria” sopravvissuta allo scempio della memoria operato da amministratori “serialmente” miopi. Il primo muro sbrecciato degno di menzione, ma anche il più appariscente, è senz’altro la cortina in mattoni che si erge solitaria in viale Vittorio Veneto, quasi a proteggere il parcheggio pubblico posto dietro l’ex scuola media Maroncelli. “Non meno di 150 bombe di medio calibro – scrive Antonio Mambelli nei suoi Diari - sono sganciate a grappoli sulla fascia ferroviaria compresa nell’abitato e le zone industriali, per una lunghezza di 2 chilometri e una profondità di circa 600 metri”.

E’ la cronaca del tragico bombardamento aereo su Forlì del 19 maggio 1944, che provocò 140 morti, un’infinità di feriti e almeno un centinaio di edifici rasi al suolo. Fra questi figura anche l’ex monastero di Santa Maria della Neve, di cui quel fronte murario, restaurato e consolidato nel 2002 dal Comune, rimane l’unico lacerto, assieme alle basi dell’abside della chiesa omonima e alla singolare porta ad esedra con pinnacoli, che un tempo costituiva l’accesso posteriore al convento, divenuto caserma dall’Unità d’Italia sino all’ultima guerra (fu bombardato proprio per questo). Andando in direzione della grande rotonda inclinata che dà accesso al sottopasso ferroviario, si incontra l’altro grande muro sbrecciato, costituito dalla cinta dell’antico monastero di Santa Chiara. Quando, nel 1954, il Comune avvertì l’esigenza di un’alternativa viaria alla vecchia circonvallazione settentrionale, costituita dagli assi Pelacano e Isonzo, nessuno contestò la decisione di sventrare, da parte a parte, quel perimetro seicentesco sopravvissuto ai bombardamenti aerei dell’ultima guerra: nacque l’odierno viale Italia.

La fondazione del convento delle Sorelle Povere di Santa Chiara, oggi dimoranti nel vicino sito di San Biagio, risale al 1256. Il complesso rimase gravemente danneggiato dall’incendio del 24 giugno 1499. La nuova chiesa fu consacrata il 18 agosto 1660 dall’allora vescovo Giacomo Theodoli, ma non sopravvisse all’invasione napoleonica. Luigi Belli, il faccendiere che si premurò di rilevare i beni ecclesiastici forlivesi messi all’asta dal Governo francese, ne fece “tabula rasa” nel 1806 per impedire che, un’eventuale restaurazione del potere pontificio, rendesse nulle le sue transazioni. La recente riqualificazione dell’area di Santa Chiara ha portato al consolidamento della porzione di muro su via Dandolo, rimasto praticamente integro, sino ad realizzare un’area verde interna, al netto degli edifici esistenti ristrutturati, o realizzati ex novo.

Peccato per i resti “capitozzati” in via Forlanini, veramente ridotti ai minimi termini, che meriterebbero maggior cura e tutela. Rimane da parlare dell’altra grande cinta conventuale in centro storico, posta fra via Romanello, via Giova e viale Salinatore. Per secoli hanno cinto e cingono tuttora il monastero di Santa Caterina, di cui rimangono l’antica chiesa, divisa in due in età napoleonica (oggi è sala per convegni) e una parte del chiostro. Adibito a caserma a partire dall’occupazione francese, nel dopoguerra divenne rifugio di senza tetto e diseredati. La scomparsa ala conventuale, il famigerato casermone in cui Annalena Tonelli maturò la straordinaria vocazione che la portò nel 1969 nel Corno d’Africa, a lenire la miseria dei suoi brandelli di umanità ferita, negli anni ’70 ha lasciato spazio all’attuale istituto professionale “Roberto Ruffilli”. 

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