Quello squarcio in Piazza Saffi, nel cuore della città…

Rimasta immutata per secoli, piazza Saffi ha cambiato drasticamente volto durante il ventennio fascista. La demolizione dell’ex Palazzo dell’Intendenza, già convento dei monaci vallombrosiani dimoranti a San Mercuriale, iniziò nel 1938: l’idea era di erigere un hotel di lusso. Poi esplose la guerra e per quasi un decennio rimase uno grande spiazzo. L’inaugurazione dell’attuale Palazzo della Ras risale al 1951

Non ci stancheremo mai di ripeterlo: com’era bella Piazza Saffi quando ancora era denominata Vittorio Emanuele II e prima ancora Maggiore, dominata dal monumento seicentesco alla Madonna del Fuoco e dalla cortina di edifici medievali corrispondenti alla leggendaria Isola Castellini. Rimasta immutata per secoli, la piazza ha cambiato drasticamente volto agli inizi del ‘900. Il primo colpo di piccone le fu inferto il 21 maggio 1909 dalla squadra anarchico-socialista capitanata da un “certo” Benito Mussolini.

Ancora lontano dalla caratterizzazione fascista, il futuro Duce con la sua azione provocò la demolizione della stele mariana, eretta il sabato santo del 23 aprile 1639 a tangibile segno della devozione dei forlivesi per la Regina del Cielo. Nel 1921, l’antico Campo dell’Abate, già divenuto piazza Aurelio Saffi, fu impreziosito dal monumento al triumviro della Repubblica Romana, realizzato dall’artista napoletano Filippo Cifariello. La decisione presa nel 1931 dal regime di realizzare proprio in piazza la nuova sede provinciale del Palazzo delle Poste e Telegrafi, è lo spartiacque di uno stravolgimento epocale.

Il grande edificio progettato da Cesare Bazzani e inaugurato in pompa magna il 30 ottobre 1932 dallo stesso Capo del Governo Benito Mussolini, compare in tutti i testi di architettura funzionalista. Peccato che la sua costruzione abbia cancellato Palazzo Pantoli con gli affreschi del Giani, via Masini, Palazzo Rolli e i portici medievali delle case Monti. La “terapia d’urto” del predappiese nei confronti della Piazza continuò imperterrita con la realizzazione del Palazzo degli Uffici Statali. Dopo un tira e molla inimmaginabile per i tempi (siamo nel 1933), prevalse l’idea della distruzione di Palazzo Baratti.

“Nella progettazione degli Uffici Statali - scrive Ulisse Tramonti in “Itinerari di Architettura Moderna” – Cesare Bazzani si misura con le concezioni razionaliste, approdando attraverso l’abbandono della simmetria e della arbitraria interpretazione degli ordini, ad una sorta di mediazione tra l’architettura romana classica e quella razionalista”. L’enorme costruzione pubblica venne inaugurata il 21 aprile 1937. Il regime fascista fece in tempo ad assestare un altre grave colpo alla memoria storica forlivese, con l’apertura del chiostro di San Mercuriale.

L’ibrido apparso agli occhi dei forlivesi nell’ottobre 1941, in pieno conflitto mondiale, al termine della “cura” operata da Gustavo Giovannoni, non piacque ai più e continua a non piacere oggi. Del vero “claustrum” vallombrosiano rimane solo la prima fila del triplice colonnato. Il 6 ottobre 1941, nel giorno dell’ultima visita ufficiale di Mussolini alla “sua” Forlì, in Piazza erano evidenti i segni di un nuovo imponente cantiere, a fianco dell’abbazia, che aveva già portato alla demolizione dell’ex Palazzo dell’Intendenza. Eretto nel Settecento come convento dei monaci Vallombrosiani, aveva ospitato fino ai primi anni Trenta alcuni uffici pubblici.

L’ultima immagine fulgida dell’edificio, tutto pavesato e imbandierato, risale al 30 ottobre 1932, decennale della Marcia su Roma. Mentre Mussolini arringa una folla straripante dal balcone del Municipio, sulla facciata del Palazzo dell’Intendenza spicca un eloquente striscione “Duce a noi”. Pochi anni dopo, sul finire del 1938, partirono i lavori di demolizione. I proprietari dell’area avevano affidato al progettista milanese Giovanni Muzio l’idea di erigere un hotel di lusso, l’Albergo Impero, che fosse degno della città natale del Duce. Ma c’era anche chi ipotizzava di utilizzare quell’area per la nuova  sede della Casa del Fascio. Quando già badili e picconi avevano fatto il loro dovere, il progettista del nuovo “chiostro” di San Mercuriale, Giovannoni, si oppose all’albergo, pensando con non poca presunzione che avrebbe messo in cattiva luce la sua creatura.

Di lì a poco il conflitto mondiale impose la sua dura legge e per quasi un decennio rimase uno spiazzo clamoroso nel cuore della città. Il “guasto” fu colmato solo nel 1951, anno di inaugurazione del nuovo Palazzo della Ras (acronimo di Riunione Adriatica di Sicurtà) progettato da Piero Portaluppi ad uso uffici. Improntato stilisticamente su basi pseudo-razionaliste di stampo milanese, si manifestò con sembianze molto simili al vicino Palazzo Serughi, sede della Camera di Commercio.

Oltre alla compagnia d’assicurazione che gli ha lasciato il nome, l’edificio ha ospitato la Società di gestione della telefonia SIP (poi Telecom), la centrale dei taxi e la Banca Commerciale Italiana. Fino ad una ventina di anni fa, all’angolo con il sagrato del chiostro di San Mercuriale si faceva notare un pubblico esercizio umile e pulito denominato caffè Urbis. Era il ritrovo abituale dei tassisti forlivesi, che proprio sotto il loggiato del palazzo avevano il telefono di chiamata degli utenti (non c’erano ancora cellulari, né smartphone). Oggi, al posto dell’Urbis opera una gelateria “bio”.

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