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Domenica, 4 Dicembre 2022
Forlì ieri e oggi

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A cura di Piero Ghetti

San Pietro in Scotto: il mistero della chiesa scomparsa

Dell'antica chiesa di San Pietro in Scotto, di grande importanza dal punto di vista storico per l’aver dato il nome all’intero Borgo San Pietro, rimane solo il ricordo

Nei tempi che furono, anche il centro di Forlì pullulava di chiese e centri di culto. Nel Medioevo, come attestano numerosi autori, fra cui Giuliano Missirini nella sua imperdibile “Guida Raccontata, Forlì era definita nientemeno che la città dei conventi. L’ultima uscita bibliografica che conferma questa prerogativa, è il libro “Le Cento chiese di Forlì” a cura di Gianfranco Argnani, Gabriele Zelli e Mauro Mariani. All’interno della mostra scaturita dalla pubblicazione (visibile a Palazzo Morattini, Pievequinta, tutte le domeniche fino al 27 novembre), sono ricordati anche alcuni luoghi di fede scomparsi, fra cui San Pietro in Scotto, o in Scottis.

Una decina di anni fa, in via Pedriali, l’antica via del Sole, sono stati eseguiti importanti lavori di rifacimento della rete fognaria. Pur essendo un’area del centro storico da sempre interessata da insediamenti abitativi, nel tratto posto a ridosso della Torre Numai non emerse alcun ritrovamento significativo: il nuovo condotto era stato collocato in parallelo con il Canale di Ravaldino, che in quel punto, coperto alla fine degli anni Venti del XX secolo, si chiamava “de’ marinazz”. Il toponimo derivava dal soprannome popolarmente affibbiato ai Cicognani, patrioti garibaldini che abitavano proprio sulla sponda dell’antico corso d’acqua opposta a quella in cui sorge Palazzo Foschi, già Orselli.

Attuale sede del Museo ornitologico, nella seconda metà del ‘400 lo storico edificio costituì la sontuosa abitazione di Luffo Numai, cavaliere del Sacro romano impero, il cui splendido cenotafio in pietra bianca è custodito nella chiesa di San Pellegrino. Non appena le benne dei mezzi escavatori incaricati da Hera arretrarono verso corso Mazzini, l’impatto con le antiche fondamenta fu inevitabile. Ai tecnici della Soprintendenza prontamente intervenuti, parve naturale ricondurre quei resti alla cortina di edifici demoliti nella seconda metà degli anni Trenta per fare posto all’enorme palazzo degli Uffici Statali, realizzato nel 1938 da Cesare Bazzani su progetto “ispirato” dalle iniziali di Benito Mussolini. Poi, sotto i primi mattoni rinvenuti nel cantiere, alcuni archeologici intenti a fare i rilievi notarono vestigia medievali. Proprio in quell’area, in un arco spaziale che va da via Biondini e via Giove Tonante all’imbocco di via Cantoni, numerosi storici collocano la scomparsa chiesa di San Pietro in Scottis, con a fianco l’omonimo ponte di fattura romana.

“L’origine dell’appellativo ‘in Scotto’ – scrive mons. Antonio Calandrini negli ‘Atti dei convegni di Cesena e Ravenna’ – va ricercato nel fatto che il luogo di culto risale agli Irlandesi o Scotti che, essendo infaticabili pellegrini a Roma e in Terra Santa, fondarono ovunque in Europa e in Italia chiese e ospedali. Una simile San Pietro in Scottis era pure a Ravenna”. Mons. Calandrini e don Gianmichele Fusconi, nel libro “Forlì e i suoi Vescovi” citano un atto del notaio Gundio dell'anno 893, contenuto nel cosiddetto Libro Biscia dell'Abbazia di San Mercuriale, che parla per la prima volta della chiesa di San Pietro: “E’ una raccolta di documenti – scrivono - che copre un ampio periodo storico, nel quale compare un Teodorico, curato della basilica di San Pietro in Scottis”.

La chiesetta figura, con altri templi cristiani, nella donazione fatta all’abbazia benedettina di San Mercuriale dal vescovo diocesano Alessandro nel 1170. Soppressa come parrocchia nel 1464 dal vescovo di Forlì Giacomo Paladini, San Pietro in Scotto rimase cappellania, ossia un luogo di culto secondario. Ma non cadde certo nel dimenticatoio, essendo divenuta “spedale” della Congregazione di San Pietro, che radunava giovani di ogni ceto per scopi di pietà e beneficenza.

Nella vicina chiesa del Carmine, sopravvissuta ai giorni nostri, operavano invece i Battuti Bigi. Nel 1541, il loro ospedale fu unito a quello di San Bernardo: la “vocazione” era dare alloggio ai pellegrini e alle persone indigenti. Durante l'invasione napoleonica, gli edifici della zona furono convertiti in magazzino e poi in fabbrica di concia, potendo sfruttare l’acqua del vicino Canale di Ravaldino. Dell'antica chiesa di San Pietro in Scotto, di grande importanza dal punto di vista storico per l’aver dato il nome all’intero Borgo San Pietro, rimane solo il ricordo. 

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Nelle foto il passato di San Pietro in Scotto

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