Forlì ieri e oggi

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Quando l’ex Distretto Militare di via Orsini ospitava sfollati e senzatetto

Letteralmente sventrato dall’attacco aereo del 19 maggio 1944 sul fronte di viale Vittorio Veneto, l’ex Distretto militare appare invece integro nella parte che si affaccia su via Felice Orsini. Quegli ambienti hanno dato insperato riparo ad un centinaio di forlivesi privati di tutto dai bombardamenti. La testimonianza inedita di Loredana Zaccarini: “Ho vissuto fra quelle mura per 14 anni”.

Il 19 maggio 1944 rimane una data tragica per Forlì, colpita al cuore dal primo grande bombardamento aereo: la via Ravegnana si rivela una tomba per tanti, troppi forlivesi ancora ignari delle brutture della guerra. “Non meno di 150 bombe di medio calibro – scrive Antonio Mambelli nei suoi Diari - sono sganciate a grappoli sulla fascia ferroviaria compresa nell’abitato e le zone industriali, per una lunghezza di 2 chilometri e una profondità di circa 600 metri”. Alla fine, i morti accertati sono 140, per non parlare dei feriti definiti “un’infinità”.

Gravissimi danni anche al patrimonio storico-artistico, a cominciare dall’ex monastero delle Domenicane di Santa Maria in Nives, divenuto distretto militare nel 1860 e caserma “Paulucci Fulceri de Calboli” subito dopo la Grande Guerra. Letteralmente sventrato sul fronte di viale Vittorio Veneto, compresa la chiesa di cui rimane in piedi solo l’abside, appare pressoché integro nella parte che si affaccia su via Felice Orsini. Quegli ambienti formalmente inagibili danno insperato riparo a 50 famiglie private di tutto dai bombardamenti. Salvatore Gioiello e Lieto Zambelli ne parlano nel libro “Amarcòrd, piò ‘d quarantén fa”, pubblicato nel 1995: “A Forlì cinquemila famiglie vivono il problema casa, uno stato di necessità che per molti ha assunto il carattere dell’emergenza. Le conseguenze della guerra (430 abitazioni distrutte, 2.000 parzialmente inservibili), l’inurbamento di gente spinta dall’illusione di trovare in città un’occasione di lavoro, la crescita demografica e in particolare, il moltiplicarsi del numero degli sfratti, rappresentano le cause che hanno concorso al formarsi di una situazione critica”.

Loredana Zaccarini, insegnante elementare in congedo, accetta di raccontare infanzia ed adolescenza trascorsi nel “casermone” di via Orsini (da non confondere con quello di via Romanello), per riportare alla luce un mondo pressoché sconosciuto alla memoria locale. Giunti a Forlì da Meldola quando Loredana aveva pochi mesi, i coniugi Zaccarini si insediano in due stanze al pianterreno del lato dell’edificio posto sull’attuale via Bentivoglio (che un tempo non esisteva, essendo il vialetto di raccordo con la chiesa). Per dare un’idea complessiva dell’ex distretto, non avendo reperito documentazione fotografica, Loredana ha costruito un modellino in cartone. “Tutto sommato – dichiara - era simile all’ex convento dei Padri Domenicani di piazza Guido da Montefeltro, divenuto contenitore di grandi mostre internazionali”. Gioiello e Zambelli riportano commenti d’epoca sul casermone di via Orsini, definito “inconcepibile ammasso umano”, che non trovano assolutamente riscontro nella memoria di Loredana.

“Ho vissuto fra quelle mura dal 1947 al 1961 e mantengo ricordi vivi e spensierati. Non mi vergognerò mai della mia vecchia casa con il cortile chiassoso di coetanei, i panni stesi che correvano sui fili da un muro all'altro, le mastelle con l'acqua al sole per lavare i panni e noi bambini nudi senza vergogna, le mamme nel buio della sera sedute sui gradini a chiacchierare mentre i figli giocavano a nascondino senza avere mai sonno, orti curati a cui attingevano un po’ tutti in una gara di solidarietà fra i residenti inimmaginabile”. A seguire, ecco anche un androne buio con un tavolo, il vaso di rose e le candele, divenuto cappella per il rosario del mese di maggio. Loredana prova a ripescare anche alcuni volti vissuti fra quelle mura, “abitate abusivamente da famiglie rimaste senza casa, ma non senza dignità”: Perotto con il carretto di gelati sotto il sole del pomeriggio (bastavano 20 lire per una 'mattonella' panna e cioccolato), “Vado via” con le sporte di paglia piene di brustoline e lupini, il parroco di San Mercuriale don Bruno Bazzoli, successore di don Pippo, che veniva a dare la benedizione pasquale inseguito con gioia dai bambini.

“Mi ricordo anche l’Egiziana, abituata ad indossare, anche in estate, tutti gli abiti che aveva, Varechina con il suo carretto, l'imbuto e il fiasco da cui versava la candeggina nelle bottiglie dei residenti e infine Aristodemo, che noi piccoli chiamavamo Ristodelmo: girava in bicicletta con un fazzoletto che gli penzolava dalla bocca e minacciava in dialetto di tagliare il collo a tutti. Era una frase che il poveruomo collegava al suo vecchio mestiere di barbiere”. Quell’edificio dette riparo anche a forlivesi poi entrati a pieno titolo nei libri di storia sportiva, come Otello Buscherini e Adolfo Marisi. Nel 1961 alcuni messi comunali portano l’agognata notizia: “Le vostre case sono pronte”. “Ci trasferimmo tutti nei nuovi insediamenti realizzati a Cà Ossi, fra viale dell’Appennino e le vie Anna Frank e Don Minzoni. Di lì a poco, la parte sopravvissuta dell’ex distretto viene abbattuta per fare spazio alla scuola media Maroncelli, a sua volta in procinto di essere demolita a causa degli alti costi legati all’adeguamento antisismico. Dell’antico convento delle Domenicane si sono salvati solo il muro di recinzione e la singolare porta ad esedra, che un tempo costituiva l’accesso posteriore al monastero, con le due colonne laterali sormontate da pinnacoli. Al posto della chiesa è invece sorto un supermercato.

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Sono un funzionario pubblico impelagato nel diritto amministrativo, ma anche giornalista desideroso di descrivere le buone azioni (che non fanno rumore) dei tanti concittadini solidali con il prossimo. Ho una moglie poliglotta con due figlie che crescono e nel tempo libero cammino in Appennino e riesco pure a togliermi qualche soddisfazione a tennis. Appassionato di storia locale, sin da bambino sono affascinato dai cambiamenti subiti dalla mia Forlì. Mi piace scartabellare carte polverose e indagare foto e prospettive di un tempo, alla ricerca di indizi su come potesse essere in origine quel luogo o quel monumento sopravvissuti all’incedere del tempo

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