Mercoledì, 4 Agosto 2021

Quel venerdì giorno di mercato l’inferno piovve dal cielo

Il 19 maggio 1944 era un venerdì, giorno di mercato. I bombardieri americani piombarono su Forlì alle 9.45, accanendosi sull’area ricompresa fra il “Ponte del Vapore” in via Ravegnana e l’abitato posto fra la vecchia Stazione e Viale Vittorio Veneto, che alla fine apparve come un cumulo di rovine su entrambi i lati

Diciamo subito che quel 19 maggio 1944, mai i forlivesi si sarebbero aspettati che dal cielo piovesse un simile inferno. Anche se il “Cittadone”, come tutta l’Italia, era prostrato da quattro anni di conflitto, la vita continuava fra incertezze, fame e mercato nero. Molti covavano l’illusione che la guerra finisse presto, sul presupposto che gli anglo-americani erano ormai alle porte di Roma, dopo lo sbarco ad Anzio ed un’avanzata lenta ma incessante.

Quel venerdì mattina, la via Ravegnana era percorsa da frotte di contadini e massaie dirette al mercato in piazza Saffi: fu il battesimo del terrore. Antonio Mambelli, nei suoi “Diari degli Avvenimenti in Forlì e in Romagna dal 1939 al 1945”, scrive di un primo allarme dalle 8,10 alle 8,35, seguito da un'altra sirena delle fabbriche dalle 9,45 alle 12. Vennero mandati a casa gli studenti, ma la gente continuò nelle proprie occupazioni. Dopo pochi minuti dalla percezione del secondo segnale (il registro Unpa, acronimo di Unione Nazionale Protezione Antiaerea, conservato in Archivio di Stato, riporta chiaramente le 9,50 come orario d’inizio del dramma), sul cielo della città appare una formazione di 32 bombardieri: non meno di 150 bombe di medio calibro sono sganciate a grappoli sulla fascia ferroviaria compresa nell’abitato e le zone industriali, fra l’ultimo sottopassaggio verso Forlimpopoli e la vecchia stazione, nonché su parte della Villa di Coriano, per una lunghezza di 2 chilometri e una profondità di circa 600 metri.

“Immense nuvole di fumo – continua Mambelli - si sono levate dalle case e dalle fabbriche colpite: grida, urla, gemiti, di spaventati, di feriti, di moribondi travolti dalle macerie, fughe di scampati per miracolo verso la campagna e dentro la città”. Mentre crollano i muri e precipitano i tetti, gli incendi completano la rovina. Gli aerei investono per primo il fabbricato della Samea che occupava l’area adiacente il distretto militare (l’ex convento di Santa Maria in Nives), quindi il tratto di strada fra la barriera San Pietro e il ponte della ferrovia, proprio nell’istante in cui gli operai fuggiti dall’Orsi Mangelli, la ingorgavano con le biciclette. Il rettore della chiesa del Suffragio don Alfredo Ghinassi, conferma nei suoi Diari “il terribile bombardamento dalla vecchia stazione alla nuova, con demolizione di molte case e degli stabilimenti della zona”. L’area più colpita col maggiore numero di morti e danni materiali, è quella ricompresa fra il “Ponte del Vapore” in via Ravegnana e l’abitato posto fra la vecchia Stazione e Viale Vittorio Veneto, che alla fine apparve un cumulo di rovine su entrambi i lati. Sempre Mambelli ricorda che un numero così rilevante di morti, è dovuto al fatto che in tanti avevano cercato scampo negli usci delle case e nei negozi.

“Danni gravi hanno subito la Samea, i cui proprietari fratelli Bondi sono morti, la ditta Cimbro Fabbri di ferro, legnami e sementi, la fabbrica di stufe di Annibale Pasini, detto Niblì, la Orsi Mangelli Sidac, il Cantiere Benini di costruzioni in cemento, l’officina Bartoletti (autocarri), il ruotificio Montanari, il deposito di cicli Viroli e quello Servadei in via Ravegnana”. Alla fine, Mambelli parla di 140 morti accertati e circa 250 feriti. “Verso mezzogiorno, una settantina di morti erano già allineati nell’obitorio del cimitero per il riconoscimento”. In prossimità della Barriera San Pietro, all’interno, compare una striscia di tela con la scritta: “Il coraggio di questi vigliacchi è grande solo contro gli inermi”. Il commissario straordinario Attiliano Tancini, espressione di governo della Repubblica Sociale Italiana, esce con un comunicato in cui sostiene che “di fronte alla distruzione e alla morte, un solo grido erompe nei nostri cuori: viva l’Italia e l’Italia vivrà”.

Solo il giorno prima, di fronte alla recrudescenza degli attacchi aerei, qualcuno in Municipio aveva ipotizzato di elaborare un piano di sfollamento della città, ma senza convinzione. “Sinora – Mambelli chiude così la cronaca del 18 maggio - nulla è stato fatto: gli abbienti vi hanno provveduto per conto loro, mentre i poveri dovranno subire le conseguenze della loro miseria”. Neppure 24 ore dopo, l’esodo verso le campagne e la collina inizierà irrefrenabile.

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