Quando i Signori della Missione si macchiarono di reato ecologico

Fondato dai Signori della Missione nel 1713, l’imponente Palazzo della Provincia nella sua lunga esistenza ha vissuto una miriade di funzioni

Chi ha mai detto che i reati cosiddetti ecologici siano esclusivi dei tempi moderni? Basta rimanere nel nostro piccolo per accorgerci che, anche in passato sono occorse (e hanno provocato malcontento) situazioni di mancato rispetto dell’ambiente e in particolare del verde. In pieno centro storico a Forlì, per la precisione nella piazza dedicata al grande medico-scienziato Giovanni Battista Morgagni, c’è un edificio assai imponente, che nella sua lunga esistenza ha vissuto una miriade di funzioni: da convento dei Signori della Missione a caserma in età napoleonica, da Palazzo degli Studi a sede della Biblioteca e dei Musei Civici, fino ad approdare alla destinazione attuale di Palazzo dell’Amministrazione Provinciale di Forlì-Cesena.

Non si sa chi lo progettò nel XVIII secolo, mentre è certa la data di nascita: l’anno di grazia 1713. Ne parla Stefano Corbici nella sua “Cronaca”: “Li 30 settembre cominciarono i Signori della Missione i fondamenti della loro magnifica casa”. Sebbene all’epoca non esistesse ancora la burocrazia attuale, i lavori andarono per le lunghe, al punto da terminare solo trent’anni dopo, nel 1742. Il palazzo sorse per volontà del cardinale Fabrizio Paolucci, che lo assegnò ai Padri della Congregazione della Missione di San Vincenzo de' Paoli: si tratta di una società di vita apostolica di diritto pontificio, tutt’ora esistente, i cui membri, detti lazzaristi, o signori della missione, o padri della missione, o vincenziani, pospongono al nome la sigla C.M. La congregazione venne fondata nel 1625 a Parigi da San Vincenzo de’ Paoli, per la predicazione tra la gente di campagna. Nel 1632 la compagnia prese sede nell'antico priorato di Saint-Lazaire e il 12 gennaio 1633 fu approvata da papa Urbano VIII. All'apostolato rurale, nel corso dei secoli si aggiunse la predicazione dei ritiri, la direzione dei seminari, le missioni estere e l'istruzione della gioventù. A Forlì i padri vincenziani non resistettero a lungo: con l’occupazione napoleonica furono, infatti, soppressi e ridotti allo stato laicale. L'edificio divenne una a caserma, seguendo la sorte di altri luoghi religiosi forlivesi, come il San Domenico, il complesso di Sant’Agostino e il Carmine.

Con la restaurazione del 1815, conseguente al Congresso di Vienna che prese atto della fine politica e militare di Napoleone, lo Stato Pontificio non li riammise, almeno a Forlì, disponendo di vendere capra e cavoli al Comune che trasformò l’edificio in “Palazzo degli Studi”. Tutti i quattro piani vennero razionalmente occupati: al pianterreno ebbero sede il Ginnasio ed il Liceo, più il Gabinetto di Chimica e Fisica e la stazione agraria, al secondo la Biblioteca, la Pinacoteca ed i Musei, al terzo le Scuole Tecniche, mentre al quarto era situato l'Osservatorio Metereologico, grazie alla torretta aggiunta nel 1863. Nel cortile si trovava la grande statua di Morgagni, poi trasferita nella vicina piazza di San Pellegrino. In seguito al trasferimento della Biblioteca e dei Musei nell’antica “Domus Dei” in Corso della Repubblica, l'edificio fu dato esclusivamente all’uso scolastico. Negli ultimi decenni del Novecento è sopraggiunta la funzione istituzionale di sede della Provincia, che permane tutt’ora sebbene non si comprenda più quale sia il ruolo dell’ente in parola. Riguardo alla chiesetta interna, oggi sconsacrata, disegnata dal Merenda nel 1721, tra il 1960 e il 1964 ha ospitato il “Teatro Minimo”. E’ giunto il momento di spiegare il motivo per cui, all’inizio del blog si è fatto cenno a reati ambientali “ante litteram”.

“La notte delli 3 febbraio 1719 – scrive sempre Corbici nella sua “Cronaca” - i Signori della Missione residenti nel grande Palazzo di piazza San Pellegrino, fecero tagliare all’altezza di due piedi, molti alberi intorno alla chiesa della Madonna del Popolo (l’attuale Santa Maria del Fiore, da loro officiata), sul pretesto che gli oscurassero coi rami la loro abitazione”. Il gesto provocò una caduta di credito nella considerazione popolare, ma anche il ricorso alle vie legali da parte dei proprietari degli arbusti, i conti Monsignani. Conclusione: “Fu riconosciuta l’ingiustizia del loro operato, perché, essendo ricorsi i padroni a Roma, ottennero che gli si rifondessero tutti i danni, si ripiantassero gli alberi e li si desse conveniente soddisfazione”. 

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