Giovedì, 29 Luglio 2021

Il grattacielo di Giuseppe Garibaldi

Sulla facciata dell’edificio posto in viale Matteotti 73, c’è una lapide che ricorda il passaggio di Garibaldi da Forlì nel pieno della sua fuga dagli austriaci (la celeberrima Trafila), al termine della Repubblica Romana. Quando il palazzo comparve (l’abitabilità è del luglio 1955), ai forlivesi parve talmente alto che lo ribattezzarono “Il grattacielo”

A Forlì, sulla facciata dell’edificio posto in viale Matteotti, 73, c’è un segno tangibile del passaggio di Giuseppe Garibaldi, colui che contribuì fattivamente all’Unità d’Italia sotto l’egida della casa regnante Savoia. Si tratta di una lapide posta nel luglio 1957 con la seguente epigrafe: “Come gli antichi lampadiferi Ravenna trasmise a Forlì, che con cura gelosa la protesse la notte del XV (15) agosto MDCCCIL (1849) nella casa Zattini Gori, sostituita da questo palazzo, la rossa fiaccola della libertà che ebbe nome Giuseppe Garibaldi, per consegnarla ai primi varchi d’Appennino a don Giovanni Verità ed oltre i passi montani, alle future fortune d’Italia”. Il palazzo cui fa riferimento il testo, è il condominio a sette piani realizzato in loco fra il 1953 e il 1955. A costruirlo fu la Socemi (Società Costruzioni Edili Milano) su progetto dell’ingegnere Pandolfo Damiano.

“Inizialmente - scrive Marino Mambelli in “Geoidee” - la licenza rilasciata dal Comune prevedeva un edificio di 6 piani fuori terra con un totale di circa 80 stanze. Poi, grazie ad una successiva richiesta, vennero autorizzati circa 150 vani e 9 piani”. Quando il palazzo comparve (l’abitabilità è del luglio 1955), ai forlivesi parve talmente alto da ribattezzarlo “Il grattacielo”. E’ una nomea che mantiene tutt’ora, anche se, negli anni Sessanta, è stato superato dal complesso Vittoria, l’edificio residenziale più elevato della città con i suoi 12 piani, eretto all’angolo fra viale Roma e via Zanchini. Alla base del palazzone di viale Matteotti aprì da subito un bar denominato (ovviamente) del Grattacielo, poi mutato in Lalveare e da ultimo divenuto Pikok. Popolarissimo in quegli anni era anche il distributore di benzina “L’Aquila”, posto dirimpetto al condominio e gestito da Ottavio Lelli. Dopo aver cambiato marchi e conduttori, ha cessato definitivamente l’attività nei primi anni del nuovo millennio. Oltre al bar, nei forlivesi dai capelli bianchi rimane indelebile anche il ricordo della bottega del barbiere Sergio Lacchini, operante per decenni al piano terra del Grattacielo. Con la sua apparizione, il palazzone di viale Matteotti ha cancellato per sempre la Casa Gori-Zattini. Si tratta di un villino padronale realizzato nell’Ottocento, che ebbe l’onore di ospitare per una notte (come documentato dalla lapide) l’Eroe dei Due Mondi in piena fuga dagli austriaci, al termine dell’effimera esperienza della Repubblica Romana.

“Da Roma - scrive l’indimenticabile Gilberto Giorgetti in “Foto di Famiglia: Forlì Ieri e Oggi” - Garibaldi aveva raggiunto faticosamente San Marino e poi si era trasferito a Cesenatico, dove con pochi seguaci s’imbarcò su una flottiglia di 13 bragozzi (barche da pesca) per cercare di portarsi a Venezia”. A circa 80 km dall'obiettivo, all'altezza della punta di Goro, i fuggiaschi vengono avvistati e attaccati da un brigantino austriaco, l’Oreste, che li insegue catturando l'equipaggio di 8 bragozzi. Più di 160 i prigionieri che verranno condotti a Pola. Fra costoro, oltre ad Ugo Bassi e Ciceruacchio, c’erano anche due forlivesi: Giuseppe Gemelli e Guido Ugolini. Garibaldi, con Anita morente in braccio (sarebbe poi morta nella cascina Guiccioli, in località Mandriole), giunge sulla spiaggia vicino a Magnavacca (oggi Porto Garibaldi) e qui inizia la “Trafila” che lo porterà anche a Forlì.

Posta fuori le mura cittadine, in una strada pressoché parallela ai bastioni di levante della città, che nel XIX secolo il Catasto Pontificio chiamava profeticamente Circonvallazione, la casa di Tommaso Gori ospitò Garibaldi con il fido Maggior Leggero, alias Luigi Cogliolo della Maddalena, provenienti da Ravenna nella fatidica notte di Ferragosto del 1849. Fu proprio il genero di Gori, Luigi Zattini, ad organizzare il loro trasferimento verso la Toscana, a Terra del Sole. “Garibaldi proseguì quindi per Modigliana – continua Giorgetti – e poi, aiutato dal patriota don Giovanni Verità, valicò l’Appennino, raggiungendo il litorale toscano. A Follonica s’imbarcò il 2 settembre, fino a sbarcare in salvo a Porto Venere, città del regno di Sardegna”. La storia della “Trafila romagnola di Garibaldi”, con tanto di foto di fine '800, compresa quella della scomparsa Casa Gori-Zattini, è visibile sul web, alla pagina del Museo del Risorgimento di Bologna. 

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