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Che fine ha fatto la Madonna del Giglio?

Nel 1905 l’Amministrazione comunale decise di farne “tabula rasa” delle mura cittadine per aprire la città ai commerci. Ci rimise anche la Celletta del Giglio, distrutta a picconate solo perché incastonata nelle mura.

Correva il 1905 e Forlì aveva ancora le mura cittadine. Fatte costruire dagli Ordelaffi e rinforzate nel XV secolo da Caterina Sforza, cingevano l’urbe per una lunghezza di oltre 5 chilometri. Quel fatidico anno, l’Amministrazione comunale, scimmiottando una decisione analoga presa a Bologna (dove una porta d’accesso alla città fu letteralmente processata e condannata alla demolizione, per aver causato la morte di un passante con la caduta di materiale), decise di farne “tabula rasa” per aprire la città ai commerci.

I resti più conosciuti, per una lunghezza di un centinaio di metri, sono quelli di via del Portonaccio: qualche anno fa sono stati recuperati dal Comune, che ha liberato le pietre secolari dall’erba infestante e rimosso i cosiddetti “depositi incoerenti”, fino al reintegro del paramento murario sopravvissuto. Un altro importante residuo è visibile fra le vie Piave e Forlanini: si tratta degli avanzi della torretta Pelacano, contigua al molino omonimo, riemersi una ventina d’anni fa dopo la demolizione di un vecchio fabbricato artigianale. In viale Salinatore, allo sbocco della via Battuti Verdi e quasi poggiante sull’argine del fiume Montone, resta parte del manufatto chiamato Torre dei Quadri per via dei blocchi marmorei un tempo visibili alla base.

In epoca romana e per buona parte del Medioevo, nelle sue adiacenze esisteva un ponte che collegava l’antica Forum Livii alla Via Aemilia. In quel punto si apriva la Porta Liviense o Valeriana, da cui nel 1282 entrò Guido da Montefeltro, diretto al Campo dell’Abate per completare la vittoriosa battaglia di Calendimaggio col “sanguinoso mucchio” di dantesca memoria. Nel XVI secolo, per iniziativa di monsignor Marco Antonio del Giglio, vescovo di Forlì dal 1578 al 1580, sui resti della torre dei Quadri fu innalzata una celletta votiva mariana, che venne restaurata nel 1790 da Francesco Bezzi. L’oratorio, piccolo ma molto frequentato dalla popolazione, assurse prepotentemente alle cronache cittadine nel 1886 in occasione di un evento endemico. “Corre l'anno 1886 – riporta Tullio Tognoli in “Il colera a Forlì”, Lions 1997 - quando a Forlì arriva il cholera, malattia acuta e contagiosa[...] Entro 2-3 giorni può sopraggiungere la morte e questo si verifica nel due terzi dei casi.[...] Raggiunse l'Europa nel corso della pandemia del 1830 a cui fecero seguito diverse epidemie: la più grave colpì Forlì nel 1855 causando ben 1.800 vittime”. Nel 1886 l’epidemia riesce a penetrare anche a Forlì.

“Addì 23 agosto – scrive Filippo Guarini nei suoi Diari - il colera si è mostrato in 6 casi e 2 morti; uno di questi in via Battuti. Questa sera alla Madonna del Giglio, in fondo a questa strada, si sono accesi molti lumi, cantate le Laudi e recitato il Rosario, un po' per spavento, un po' per sentimento religioso che a Schiavonia c'è ancora”. La Celletta del Giglio ritorna a far parlare di sé quando ormai è troppo tardi: nel 1905 deve infatti soccombere alla drastica decisione del Comune di abbatterla, essendo inglobata nelle mura cittadine. Si riuscì a salvare l’immagine venerata al suo interno, opportunatamente recuperata dal parroco di Schiavonia don Nicola Cicognani, che l’accolse nella sua chiesa. Si tratta di una tela risalente al XVII secolo di autore ignoto, oggi in possesso dell’attuale parroco don Enrico Casadei Garofani (che è anche curato della SS.Trinità). Intitolata a Santa Maria Assunta, la chiesa di Schiavonia è stata completamente ricostruita in stile neoclassico negli anni 1837-44.

Il progettista, l'ingegnere forlivese Giuseppe Cantoni, per ordine del parroco del tempo don Francesco Liverani agì su un edificio antichissimo antecedente al Mille, forse fondato dallo stesso San Mercuriale. Rimaneggiato più volte, risultava irrimediabilmente malandato in tutte le strutture portanti. Oltre alla Madonna del Giglio, al suo interno si conservano altre opere di pregio, a cominciare dalla tela di San Francesco che riceve le stimmate. Realizzata fra il 1651 e il 1652, è una delle opere più importanti realizzate da Giovanni Francesco Barbieri, soprannominato il Guercino. Il campanile di Schiavonia, pertinenza dell’ottocentesca chiesa di Santa Maria Assunta, domina uno degli agglomerati urbani più antichi di Forlì, ‘E borg ad’S-ciavanì’…ma questo sarà oggetto di un altro blog.

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