Forlì ieri e oggi

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Parla Marcello Scarpellini, l’ultimo residente nel Monastero della Ripa

Dalle finestre del suo alloggio, il sottufficiale in congedo, classe 1942, ha una vista privilegiata del gigante addormentato, la più grande area dismessa nel centro storico di Forlì: “Mi auguro che si possa presto intervenire per restituirla all’uso collettivo”

Sfatiamo una cattiva notizia, o “fake news” che sia: l’ex Caserma Monti, meglio conosciuta come Monastero di Santa Maria della Ripa, “non è abbandonata a se stessa”. Parola di Marcello Scarpellini, l’ultimo residente nel grande complesso. “Questi edifici – dichiara il sottufficiale in congedo dell’Esercito, indicando il fronte di 9 abitazioni di 64 metri quadri ciascuna, che si affacciano su via Giovine Italia – fino al 1997 hanno ospitato altrettanti militari in carriera con le rispettive famiglie. Ora rimango solo io”.

Nato a Cesena nel 1942, ultimo di otto figli e una vita spesa nell’esercito, in cui era entrato nel 1962 a Roma come allievo sottoufficiale, Scarpellini è andato in pensione col grado di maresciallo maggiore aiutante nel 1998, un mese dopo essere rientrato dalla missione a Sarajevo, in Bosnia Erzegovina, nel contesto di operazioni del 66° Reggimento “Trieste” di Forlì, l'unico di fanteria aeromobile dell'Esercito Italiano.

“Sono giunto qui nel 1966, aggregato all’11° Reggimento Deposito Misto e dal 18 agosto 1968 abito in questo appartamento, che ho condiviso con mia moglie Emma Sopperra, ladina della Val di Fassa, fino alla sua morte, nel 1996”. Dalle finestre del suo alloggio, il maresciallo Scarpellini ha una vista privilegiata del grande gigante addormentato. Il sito dell’ex caserma si estende nel centro della città su una superficie di ben 23.600 metri quadrati, di cui 9.000 coperti.

Solo il chiostro, l’ex piazza d’armi, è un quadrilatero di 1.570 metri quadrati, uno dei più vasti d'Italia. La prima edificazione del monastero, che rappresenta uno dei migliori esempi di architettura quattrocentesca forlivese, risale al 1474 per volontà del vescovo Alessandro Numai, che posò la prima pietra su un terreno donato da Pino III Ordelaffi. Nel 1480, Girolamo Riario e sua moglie Caterina Sforza si fecero protettori del complesso, stabilendo un profondo legame con le Sorelle Povere di Santa Chiara, le suore francescane che vi si erano insediate (le stesse che oggi dimorano a San Biagio). Nel 1484 venne terminata la recinzione muraria, mentre il 7 maggio 1497, come scrive Leone Cobelli, “fo sacrata de la Riva per mani de misser Tomasi di li Asti episcopo forlivese”.

Il 24 giugno 1796, attraverso Porta Schiavonia, i francesi, guidati dal generale Pierre François Charles Augereau, fecero il loro ingresso in città. Il 7 agosto 1798 disposero la soppressione del monastero, che in 6 giorni venne liberato per essere trasformato in caserma. I napoleonici intervennero soprattutto sulla chiesa, che rimase letteralmente tagliata in due. Il refettorio, trasformato in stalla per la cavalleria, fu completamente distrutto. Vi erano conservati affreschi realizzati da Marco Palmezzano nel 1492, oggi in parte conservati in Pinacoteca.

Nel 1866 il complesso fu incamerato dallo Stato unitario italiano, che continuò ad utilizzarlo per fini militari. “Durante l’ultima fase della seconda guerra mondiale – ricorda Sarpellini - qui dentro si erano insediati un tribunale militare della Repubblica Sociale Italiana, un piccolo nucleo di militari italiani e un comando di SS tedesche. Il 24 marzo 1944, nel cortile posteriore della caserma, all’epoca denominata Ettore Muti, vengono trucidati 5 giovani renitenti al bando di arruolamento Graziani. Alla fucilazione assistettero centocinquanta civili forlivesi rastrellati un po’ ovunque”.

La chiusura della caserma, avvenuta nel marzo 1996, ha visto l’enorme complesso consegnato al silenzio. Nel 2007 è divenuto di proprietà dell’Agenzia del Demanio, che pulisce regolarmente gli spazi verdi interni, fino a smaltire interamente le coperture in amianto delle casematte-autorimesse poste sul lato di via Curte. Il Comune ha rinunciato ad acquisire l'area, poiché non si è concretizzata una ipotesi fattibile, anche economicamente, di valorizzazione. E’ molto probabile che il Demanio Civile, previo parere del Ministero per i beni e le attività culturali, tenti di alienarlo o di darlo in concessione a privati.

Il Monastero della Ripa è appena rientrato nelle agende del Fai (Fondo Ambiente Italiano), che l’ha inserito fra i Luoghi del Cuore: fino al 31 dicembre chiunque può votare online per eleggerlo fra i simboli del patrimonio culturale italiano. Per fruire dell’alloggio, l’unico ancora agibile dei nove che si affacciano su via Giovine Italia realizzati nell’immediato dopoguerra (dove prima c’erano le stalle dei muli), Scarpellini paga una concessione al Demanio, con diritto di prelazione nel caso si arrivasse alla vendita. “Sono l’ultimo residente di questo gioiello rinascimentale – conclude Scarpellini – e mi sento un po’ il suo custode. Mi auguro che si possa presto intervenire per il recupero, fino alla sua piena restituzione alla comunità forlivese”. 

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Sono un funzionario pubblico impelagato nel diritto amministrativo, ma anche giornalista desideroso di descrivere le buone azioni (che non fanno rumore) dei tanti concittadini solidali con il prossimo. Ho una moglie poliglotta con due figlie che crescono e nel tempo libero cammino in Appennino e riesco pure a togliermi qualche soddisfazione a tennis. Appassionato di storia locale, sin da bambino sono affascinato dai cambiamenti subiti dalla mia Forlì. Mi piace scartabellare carte polverose e indagare foto e prospettive di un tempo, alla ricerca di indizi su come potesse essere in origine quel luogo o quel monumento sopravvissuti all’incedere del tempo

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