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Giovedì, 19 Maggio 2022

Cambia la Piazza, ma Saffi rimane

Il primo monumento al triumviro della Repubblica Romana venne inaugurato il 4 settembre 1921. Distrutto dal bombardamento anglo-americano del 25 agosto 1944, è stato inaugurato nuovamente il 24 settembre 1961.

Cambia la Piazza ma Aurelio Saffi rimane. La foto con l’antico Campo dell’Abate gremito, è stata scattata il 4 settembre 1921 in occasione dell’inaugurazione del nuovo monumento al triumviro della Repubblica Romana, realizzato da Filippo Cifariello. Sullo sfondo, oltre la folla di repubblicani convenuti da tutta la Regione con bandiere e stendardi, spicca il settecentesco Palazzo Pantoli ancora padrone della scena. L’edificio, realizzato nel 1790 su progetto dell’architetto Matteo Masotti, sarà demolito dieci anni dopo assieme all’intera Isola Castellini.

Al suo posto, per precisa volontà del Capo del Governo Benito Mussolini, sorse il Palazzo delle Poste e Telegrafi progettato da Cesare Bazzani.  “Qualunque opera scultorea venga posta al centro della piazza principale – scrive nel 1996 Sergio Spada in "Agenda Storica di Forlì" - è destinata a diventare l'emblema della città”. In principio, al centro del Campo dell’Abate, concesso il 22 dicembre 1212 dai monaci vallombrosiani all’uso pubblico dietro il pagamento annuo simbolico di una libbra di cera, non c’era nulla. L’indomani del Sanguinoso Mucchio di dantesca memoria (1° maggio 1282), operato da Guido da Montefeltro in accordo con l'astrologo Guido Bonatti, in danno dei soldati francesi reclutati da papa Martino IV nel tentativo di sottomettere la ghibellina Forlì, al centro della piazza fu eretta una chiesetta votiva denominata la “Crocetta”.

Il cronista Stefano Bedolini, in un documento risalente al 1617 così la descrive: “Era un piccolo oratorio a pianta quadrata costruito in memoria dei defunti del sanguinoso mucchio. Era sormontato da una cupola sorretta da quattro pilastri, sotto la quale era stato sistemato un leone sulla cui schiena erano appoggiati un piccolo altare, una colonna e una croce”. Il 23 aprile 1639, a vent’anni esatti di distanza dall’abbattimento della Crocetta disposta dal cardinale Rivarola, in Piazza Maggiore viene innalzata una colonna sulla quale è posta una statua scolpita da Clemente Molli, raffigurante la Madonna del Fuoco. Con questo monumento, i forlivesi intendono ringraziare la Madre Celeste per aver scampato la terribile peste del 1630, la stessa descritta da Alessandro Manzoni ne I Promessi Sposi. La stele mariana campeggerà al centro dell’area simbolo della civiltà forlivese, per quasi tre secoli. Alla fine dell’800, nel pieno dell’Unità d’Italia e del “non expedit” cattolico disposto da papa Pio IX nel 1874 in reazione alla “Presa di Porta Pia” con la conseguente caduta della Stato Pontificio, anche a Forlì cominciano a traballare i simboli devozionali.

La scelta di erigere una statua in onore di Aurelio Saffi maturò subito dopo la sua morte, occorsa il 10 aprile del 1890. La decisione fu adottata dal Consiglio comunale, che approvò di erigerla al centro della Piazza, proprio in luogo della Colonna della Beata Vergine. Grazie ad una sottoscrizione pubblica avviata dal Comune e dalla Provincia, si raccolsero 70 mila lire, cifra eclatante ma non sufficiente a realizzare il progetto. Dopo un primo tentativo operato nel 1905, la colonna sarà definitivamente rimossa il 21 ottobre 1909. La scultura di Filippo Cifariello, inaugurata nel 1921 grazie anche ad un finanziamento messo a disposizione dal celebre tenore Angelo Masini, “propone – si legge nel portale dell’IBC Emilia-Romagna - l’immagine del patriota in atteggiamento serio e pensieroso, affiancato da simboli di varia natura (dai fasci repubblicani — e non fascisti — ai libri fonte di conoscenza, fino al fiocco risorgimentale al collo), con lo sguardo orientato verso lo storico tracciato della via Emilia, strumento del progresso e dello sviluppo del territorio. La base è arricchita da medaglioni dedicati alla Repubblica Romana del 1849, a una allegoria della libertà e, come espressamente richiesto dal committente, a Cantoni e Fratti”. Distrutto dal bombardamento anglo-americano del 25 agosto 1944, che provocò – forse per errore – 84 morti e 150 feriti,  il monumento sarà ricostruito dallo scultore ravennate Giannantonio Buccine, grazie anche al finanziamento dell'industriale Aldo Zambelli ed inaugurato nuovamente il 24 settembre 1961. 

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