Forlì ieri e oggi

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Quando in piazza Guido da Montefeltro c’era la Bonavita

Ammonta a ben 20.000 metri quadrati l’area degli orti del San Domenico, che nel 1888 venne assegnata alla famiglia Bonavita per insediarvi una fabbrica di feltri. Il 28 settembre 2020 partono ufficialmente i lavori di realizzazione del “Giardino dei Musei”, che sostituirà il parcheggio scoperto a raso di piazza Guido da Montefeltro

Ammonta a ben 20.000 metri quadrati l’area degli orti del San Domenico, che nel 1888 venne assegnata alla famiglia Bonavita per insediarvi una fabbrica di feltri. E’ la stessa superficie che, al netto della cosiddetta Barcaccia, è da mesi oggetto dei lavori di riqualificazione disposti dall’Amministrazione comunale guidata dal sindaco Gianluca Zattini: l’obiettivo è ripristinare il verde di antica memoria, dopo aver demolito il contestato parcheggio realizzato nei primi anni Ottanta su progetto dell’architetto Sacripanti. In pochi anni dall’insediamento in loco, i fratelli Leonida, Ettore e Giovanni Bonavita portarono l'azienda ai primissimi posti europei per la produzione di borre di feltro.

“Questa fabbrica – scrive nel 1928 Ettore Casadei nella celeberrima Guida “Forlì e Dintorni” - è unica nel suo genere in Italia e può ritenersi la più importante e grandiosa d'Europa, visto che è la sola in grado di produrre tutti indistintamente i tipi di feltro battuto”. Il nome Società Anonima Bonavita viene assunto nel 1907: in precedenza la denominazione era “Ditta Giuseppe Bonavita & figli”. L’accesso principale dello stabilimento era posto nella scomparsa piazza San Domenico, il cui lato orientale era costituito dalla facciata della soppressa chiesa di San Giacomo. Sull’altro fronte si estendeva il grande edificio che ospitava gli uffici e la direzione. Alle soglie della prima guerra mondiale, l'impresa era giunta ad occupare sino a 250 operai.

“Il reparto principale della fabbrica – scrive l’arch. Giancarlo Gatta nel sito web dello Studio di Architettura Nerodichina - era quello dei ‘Feltri di lana’, per la lavorazione delle lane di tosa e di concia. Il secondo reparto era quello dei feltri di pelo, cioè di quelli fabbricati con peli di bue, capra, cammello, bufalo, etc. I dischi di feltro battuto venivano largamente impiegati in metallurgia, nonché per la lavorazione dei vetri e cristalli e dei marmi e per la vellutatura dei cappelli. A questi si aggiunge il ‘Reparto borre’ per fabbricare gli stoppacci per le cartucce da caccia e anche per produrre i dischetti e anelli di feltro per le munizioni d’artiglieria”. All’interno c’era persino un dopolavoro aziendale con la cucina per i pasti degli operai, una sala di biliardo, biblioteca, sala di lettura e radio, sala da ballo per l’inverno e spazio pavimentato per le danze all’aperto, gioco delle bocce e numerosi orticelli affidati in cura agli operai. “Il Dopolavoro stesso – continua Gatta - aveva organizzato un laboratorio di sartoria permanente frequentato da numerose operaie, all’interno del quale si producevano le divise da lavoro”.

La Bonavita supera le avversità del secondo conflitto mondiale, ma non riesce a reggere l’internazionalizzazione dei mercati. La società fallisce nel 1969, tre anni dopo la chiusura dello stabilimento. Questo spiega perché nel 1968 l’Amministrazione comunale, all’epoca guidata dal commissario prefettizio Emanuele Loperfido, può permettersi di deliberarne la totale demolizione. Per anni, il grande spiazzo così ricavato sarà utilizzato da circhi, giostre, luna park e persino da una sorta di “Motor show” ante litteram, con motociclisti che volavano sulle auto fra salti e acrobazie. Nel marzo del 1981 scomparve nottetempo anche la ciminiera: venne demolita per far posto al parcheggio a raso e alla cosiddetta Barcaccia, le sole parti realizzate dell’impegnativo progetto dell’architetto Maurizio Sacripanti, vincitore nel 1976 del concorso bandito dal Comune per il progetto del nuovo teatro comunale (da inserire all’interno del convento di San Domenico) e per la sistemazione degli spazi antistanti.

“Nell’area che fu della Bonavita – scrive Marino Mambelli in ‘900 forlivese, anzi italiano’ – fu concepito un parcheggio composto da una parte scoperta e una zona coperta che fu contemporaneamente corte, terrazza e respiro per il San Domenico”. I lavori si protrassero per un triennio, dal 1982 al 1985. Il parcheggio non piacque da subito: zero ombra, troppo cemento, poco funzionale. Assolutamente incomprensibili risultarono quegli accessi carrabili così stretti. Dopo anni di malumori e un paio di concorsi di idee per la riqualificazione dell’area, il 28 settembre 2020 partono ufficialmente i lavori di realizzazione del “Giardino dei Musei”, che sostituirà il parcheggio scoperto a raso. 

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Sono un funzionario pubblico impelagato nel diritto amministrativo, ma anche giornalista desideroso di descrivere le buone azioni (che non fanno rumore) dei tanti concittadini solidali con il prossimo. Ho una moglie poliglotta con due figlie che crescono e nel tempo libero cammino in Appennino e riesco pure a togliermi qualche soddisfazione a tennis. Appassionato di storia locale, sin da bambino sono affascinato dai cambiamenti subiti dalla mia Forlì. Mi piace scartabellare carte polverose e indagare foto e prospettive di un tempo, alla ricerca di indizi su come potesse essere in origine quel luogo o quel monumento sopravvissuti all’incedere del tempo

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