Quando fuori Santa Chiara si seppellivano giustiziati e malmorti

In una stampa ottocentesca appare la scomparsa chiesa di S. Maria della Grata, il cui abside sporgeva su uno spicchio dell’area oggi ricompresa fra le vie Piave, Pelacano e S.Chiara

Alla scomparsa chiesa di Santa Maria della Grata, sita nel complesso immobiliare su viale Italia in cui, fino al 1972 ha macinato il Molino Neri e oggi operano attività di vario genere, abbiamo dedicato una scheda nel novembre scorso. “Costruita tra il 1538 e il 1541 - scrive lo storico forlivese Gilberto Giorgetti - molto probabilmente aveva preso nome dalla grata che chiudeva, nel perimetro delle mura, lo sbocco del canale di Ravaldino nella zona del Pelacano. All'interno vi erano affreschi di Francesco Menzocchi”.

Alla destinazione religiosa del complesso nuoce gravemente il passaggio delle truppe spagnole, nell’anno di (dis)grazia 1774: Santa Maria viene sconsacrata e adibita a polveriera. Nel 1781 crolla la cupola esagonale a causa di un terremoto. Confermato che nel 1911 era ancora riconoscibile come luogo di culto, proviamo ad indagare sul retro dell’edificio, che sporgeva direttamente sul fossato delle mura. In una stampa d’epoca di autore ignoto ma di data certa (1850), appare l’abside dell’ex chiesa incastonato nei bastioni cittadini, gli stessi che saranno demoliti a picconate a partire dal 1905. Di quella vasta area “extra moenia” oggi ricompresa fra piazzale Santa Chiara e le vie Piave e Pelacano (nome derivante da un Fundo Plegadicci presente nella strada, in cui operava un ospedale retto da suore), parla Giuliano Missirini nella sua Guida Raccontata di Forlì: “Fuori Santa Chiara era un loco funereo, l’arido campo ove s’accoppiava al delitto la morte: vi si seppellivano giustiziati e malmorti”.

Con l’abbattimento delle mura vennero meno sepolture e iatture, ma non la cattiva nomea. Fino al 1957, l’anno della comparsa di Viale Italia, per la cui realizzazione fu sfondato da parte a parte il muro perimetrale dell’ex convento di Santa Chiara, Via Piave ha costituito l’asse portante della circonvallazione occidentale cittadina, che si prolungava per via Isonzo in parallelo al fiume Montone, sino a sfociare nello slargo antistante Porta Schiavonia. Sempre via Piave, che deriva il nome dal sacro fiume sinonimo di riscossa del nostro esercito fino alla vittoria nella Grande Guerra, è stata caratterizzata per secoli dalla presenza di ben due mulini, che sfruttavano la forza d’acqua del sottostante Canale di Ravaldino: il Pelacano e appunto il Molino della Grata. Un’altra specialità di via Piave (non proprio da gridare ai quattro venti) era la presenza di due bordelli, entrambi chiusi il 20 settembre 1958 in esecuzione della legge Merlin.

Dal racconto di alcuni forlivesi all’epoca giovanissimi, emerge che i due postriboli non erano al livello della Pensione Suprema di via Felice Orsini, la “casa chiusa” più gettonata del centro: tuttavia, le loro tenutarie, fra cui la Tuda de Casén, molto popolare al tempo, non potevano certo lamentarsi per la mancanza di avventori, sempre numerosi fino all’ultimo giorno. In tempi più recenti, l’area retrostante l’ex Molino della Grata, conosciuta come la Bassa di Pippo, era frequentata da schiere di giovani che si cimentavano con bici e moto nella pista allestita alla meno peggio nel vasto campo rimasto incolto. Tutto questo è durato fino alla fine degli anni ’70, quando lo strano deserto ancora visibile fra le vie Piave e Pelacano (vergogna per l’antica funzione?), è stato colmato con la realizzazione di condomini ed attività terziarie. 

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