Il Foro di Livio

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Alla scoperta della Baia del Re (di Forlì)

La "Baia del Re" è il toponimo ormai caduto nel dimenticatoio di un quartiere di Forlì. Che origini ha questo nome? Pur essendo periferico, si scoprirà quanto sia stato importante per la città.

Usciamo, per questa volta, dal centro storico per andare in periferia. Una periferia che, se fino a qualche decennio fa, era luogo malfamato dove fiorirono delle gemme di filantropia (non a caso, si tratta del quartiere “Benefattori”), oggi è una tranquilla zona residenziale, tagliata dai bei platani di viale Spazzoli, e con vere e proprie mura, quelle ottocentesche del Tiro a Segno che, tra transenne, viti americane abbarbicate e fichi che spuntano alla base dei mattoni, incombono a mo' di confine di quella che era la “piazza d'armi” e del “campo degli svizzeri” (cioè il campo di manovra, dal 1833, di un reggimento pontificio). Nella memoria dei più maturi, questa zona è chiamata “Baia del Re”: un nome curioso, purtroppo in via di obsolescenza (nulla, nemmeno una strada, lo ricorda). A cosa si riferisce, esattamente, questo nome?

Il quartiere, in senso stretto, comprende l'area tra il Tiro a Segno e via Cerchia, tra i viali Roma e Spazzoli. Le vie Minardi, Piancastelli protetta da pini fino alle stradine che conducono al rettilineo di via Cerchia, sono il cuore pulsante della “Baia” che nulla ha a che vedere con un'ipotetica spiaggia estiva. In effetti, la sinuosità stradale (via Minardi e via Rosetti, dall'alto, sembra che formino una sorta di “golfo”) può rendere ragione al nome. In realtà sono altri i motivi. Originariamente, in questa campagna era stato inaugurato un villaggio di case popolari promosso da Vittorio Emanuele III, da cui prese probabilmente il nome. Si trattava di case (poi note come “Villaggio Gamberini”) ora sostituite per lo più da condomini. Sono sparite, dunque, quelle piccole, semplici e dignitose abitazioni per i miseri. Resta comunque il mistero: il nome “Baia”. C'è chi nota una vena ironica nel toponimo, quasi per ridicolizzare come attrazione turistica una zona poco raccomandabile. C'è chi sottolinea che voglia proprio significare qualcosa di esotico, di lontano: in poche parole, ovvero in termini eleganti, vorrebbe dire “ghetto” in quanto sperduto e ben separato dalla città. Forse qualche anziano ancora usa quest'espressione per indicare genericamente un luogo lontano. Oppure “Baia”, è prevalso nell'uso col senso di approdo, per metafora, a una vita difficile ma più dignitosa di gente che non poteva permettersi di essere certo schizzinosa.

Invece, la “Baja de' Re” (questo il nome popolare) pare abbia un'etimologia ancor più curiosa che, in un certo senso, toglierebbe ogni responsabilità al Re Imperatore. Negli anni Venti, l'interesse per la ricerca polare, almeno in Italia (e nella Forlì dello studioso Silvio Zavatti), era in fase di piena crescita anche grazie alle missioni di Umberto Nobile e i suoi dirigibili Norge e Italia. Subito dopo la trasvolata polare di Amundsen e Nobile avvenuta sul dirigibile Norge nel 1926, un nuovo quartiere di Forlì fu battezzato, appunto, Baia del Re, per ricordare la King's Bay, omonima località nelle isole Svalbard donde era partita la spedizione. Il nome rimase popolare, perché poi, in seguito alle sfortunate missioni successive, il toponimo scomparve dagli atti ufficiali. Eppure, nel 1928 Umberto Nobile aveva lasciato al Polo Nord una medaglia donata dai forlivesi raffigurante la Madonna del Fuoco. Non a caso, nel muro che fa da confine al Tiro a Segno, è stata recentemente incastonata un'immagine mariana. Forlì è sempre stata incantata dal volo (altra ragione per cui è necessario che l'aeroporto si rimetta presto in funzione, senza complessi d'inferiorità) e letteralmente rimaneva a bocca aperta ascoltando di dirigibili che raggiungevano il Polo, bene o male che andasse la missione. E si vede, perché si può dire che pur non essendo mai stato reso pienamente ufficiale, il nome Baia del Re è resistito per decenni e alcuni lo usano ancora. Sarebbe da salvare e da valorizzare; il polo aeronautico, dopotutto, non è tanto distante. 

Il quartiere, malfamato nell'immediato dopoguerra quale ritrovo dei disperati, mise in moto il cuore di grandi benefattori forlivesi. Iniziando da don Giuseppe Prati (don Pippo) che qui addolciva il disagio con carità cristiana, il testimone, alla morte del sacerdote nel 1952, passò a Elisabetta Piolanti che, col marito Gaspare, creò un luogo di accoglienza per la povertà locale. Nacque una scuola professionale femminile per preparare al lavoro e fu coinvolta nell'impresa anche Annalena Tonelli che iniziava a sperimentare l'amore per i brandelli di umanità ferita. Sorse pure una casa famiglia, in tempi in cui nel resto del Paese erano molto più "di moda" gli orfanotrofi. Ora l'Opera, dedicata a don Pippo, prosegue fedelmente su questa scia. Alla Baia del Re non ci sarà molto da vedere, ma rappresenta un luogo importante per Forlì e sarebbe bello se il toponimo popolare risultasse scritto su qualche cartello

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" Vi racconto la storia del ""Foro di Livio"". Insegno, ma sono anche giornalista. Sono dottore in Giurisprudenza ma anche in Scienze religiose. Osservatore curioso, sono appassionato di storia locale e di musica del Settecento. Ho il vizio di scrivere e pubblicare (con discrezione) saggi, manuali, racconti. Mi occupo anche di birra, ma questa è un'altra storia "

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