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Il Foro di Livio

Il Foro di Livio

A cura di Umberto Pasqui

Alle radici della Pianta millenaria

Digressioni sul nome tanto facile quanto oscuro di un quartiere di Forlì, la campagna che lambisce il centro storico

La città, qui, non ha urbanizzato in modo massiccio come è avvenuto per altre tracimazioni oltre le mura. Rimane pertanto la suggestione di una “pianta” in mezzo al verde e l’origine del nome può far venire in mente un’assonanza con la Rovere, o Carpinello, altre frazioni tratte da vegetali. La Pianta, appunto, si presenta come un quartiere rurale con le vie dai nomi coloniali o delle battaglie della Grande Guerra, supera il fronte dell’Eridania fino a inoltrarsi su terreni preservati dalla foga costruttiva, nascosti dietro i pini di via Ravegnana per poi perdersi nella ripetizione di campi coltivati fedeli nei secoli appena sporcati da un numero non eccessivo di capannoni artigianali. Ha di recente – sorte seguita da un bel po’ di luoghi della tradizione – perso lo status di “quartiere”, confluendo in altri. Si spera che questa scelta non comporti la perdita dei nomi antichi, nomi che si ripetono da generazioni e che perciò sono portatori di storia. 

Se si prende per vera la radice (è proprio il caso di dirlo) afferente a – che so – un albero di una certa importanza, segnacolo per confine, ecco servita la storia di un’antichissima quercia abbattuta nel 1880: così giura Ettore Casadei nella sua pur sempre autorevole Guida del 1928. Non sarà certo uno dei tigli che ombreggia la chiesa imitante un Rinascimento georgico, però accanto a quest'ipotesi se ne aggiunge un’altra. Si narra di un prodigio: un uomo, armeggiando su albero forse per lavoro, incappò in un ostacolo e cadde rimanendo però illeso. Un evento eccezionale per intervento della Beata Vergine, invocata con tanta fede dal miracolato. Per meglio dire, l'irruzione dello straordinario nell'ordinario avrebbe stupito tanto da mutare il nome e consolidarlo nel tempo. Così ecco Santa Maria della Pianta, identificativo, dal Cinquecento a oggi, della chiesa su via Tripoli. Un’incisione antica imprime il fatto, tuttavia è giusto dire che in altre frazioni si tramandano accadimenti prodigiosi legati ad alberi. 

Ora, se si approfondisce si scoprirà che il nome più assodato nel recente passato era Santa Maria in Trentola, termine che affonda nel terreno della centuriazione romana. Così si legge che il vescovo Alessandro di Forlì, con atto registrato il 9 agosto 1160, donò all’abate Gervasio di San Mercuriale vari fondi, tra cui le cappelle di Coriano, Trentola e San Giorgio. La cappella della Pianta, già nell'orbita dell'abbazia forlivese da almeno trent'anni, divenne poi vera e propria chiesa, ed è l'attuale dedicata a Santa Maria Assunta, rimaneggiata più volte nel tempo. Da ciò deriva che per lungo il tempo il parroco della Pianta sia stato eletto dall’abate e dai monaci di San Mercuriale. Il nome Trentola, forse in seguito all’evento prodigioso prima citato, cedette il passo alla Pianta. 
Di Pianta, però, si sente parlare da tempi remoti, in diverse varianti, come la suggestiva Planta Luxure, che fa pensare a una foresta equatoriale o a un centro benessere esclusivo. In effetti, per così dire, vi si cercava benessere o quanto poteva sortire un ristoro, anche un semplice riposo, un rifugio. Le vecchie carte, infatti, quando trattano della Pianta ricordano specialmente un ospedale che qui esisteva. E ciò confonde un po’ le acque con la parte di città, vicina vicina, chiamata non a caso Ospedaletto: di questo il Foro di Livio s’era a suo tempo occupato. Certo, ospedale è una parola grossa, s’intende quasi un ospizio per pellegrini, un ostello, un piccolo luogo di cura gestito dai monaci vallombrosani di San Mercuriale. Era dedicato a Sant’Acorumbeno, oppure San Colombano, personaggio caro agli irlandesi pertanto sembra facile dedurre che qui vi passasse un flusso proveniente da quei luoghi lontanissimi, vero è che mezz’ora a piedi più avanti, nel tratto iniziale dell’odierno corso Mazzini, si trovava San Pietro in Scotto (scoto = irlandese), perfettamente allineata a San Colombano.

Di questo ospedale restano eternati nella carta i nomi di alcuni priori: Paolo Bartolini, Pierpaolo Belli, Antonio de Framontibus, Giovanni Laziosi, don Mercuriale fu Giovanni, Niccolò fu Nicola di Ser Gasparo, Ugolino d’Orvieto. Di tale lista si prenda in considerazione un paio di nomi: don Mercuriale si trovò al centro di un vero e proprio “giallo”. Nel novembre del 1433 venne accusato dall’abate Lorenzo Fiorini di aver rubato un prezioso breviario. Pertanto fu cacciato dalla Pianta e dal suo ospedale, fino a essere imprigionato. Il 13 dicembre 1435 sarà dichiarato innocente e reintegrato perché quel prezioso breviario, alla fin fine, era nella casa di un nipote dello stesso abate. E che dire di Ugolino d’Orvieto, meglio noto come Ugolino da Forlì, compositore e inventore del pentagramma musicale? 
Cronache parlano della Pianta come uno dei luoghi cinti d’assedio dall’esercito pontificio per stanare Ludovico Ordelaffi nel suo disperato tentativo, estremo e già finito al principio, di prendere possesso di Forlì come ai bei vecchi tempi. Ma era il 1504 e sugli Ordelaffi, in tutti i sensi, calerà la pietra tombale entro l’estate. Oppure, più avanti, dei bisticci sui confini (San Biagio si estendeva in parte oltre le mura: chi doveva amministrare i sacramenti a questi parrocchiani di campagna?). 

Accanto a Pianta e a Villa Trentulae sopravviveva almeno fino a tutto il medioevo il toponimo Plancola citato nel 1371 dal cardinale Anglico di Grimoard. Per esempio, nel Quattrocento si fa menzione di un luogo di culto misterioso, situato a metà strada tra via Correcchio e via Tripoli, chiamato Sant’Ellero in Plancola. Pur essendo in territorio forlivese, apparteneva alla diocesi di Bertinoro. Anche in questo caso, più che pietre, rimangono nomi, i nomi dei rettori: Marco de la Cura, Pietro Foratassi, Lorenzo de Oliveriis. La Villa Plancole corrisponde all’odierna Pianta e sembra un’assonanza o una derivazione di nomi. O forse no? Non pare: “plancola” ricorda più una pianura e ciò, in effetti, vorrebbe dire, terra piatta, tavola, asse a guisa di ponticello sopra un rigagnolo. Insomma, par proprio che fosse una distesa di terre fertili e ben coltivate, tanto che i monaci di San Mercuriale, economi accorti, vi posero ben presto gli occhi. Ma nell’Italiano proprio dei tecnici, la palancola è una passerella (orizzontale) oppure una trave stretta e lunga che viene conficcata come palo (verticale) nel terreno. Allora è impossibile non fare un salto storico pazzesco e scriteriato, che vuol agganciare la tradizione di questa frazione tranquilla e rurale all’età del bronzo. 

Tra il 2008 e il 2009, nel corso dei lavori per la tangenziale, nei pressi del Cimitero Monumentale venne scoperto un centro abitato risalente a più di quattromila anni fa. Emersero dai secoli ampie abitazioni a pianta absidata allineate in parallelo, vicine a magazzini, recinti e pozzi. Si vide pertanto una Forlì molto prima di Livio, difficile sapere quanto grande perché gli scavi si estero per poco più di mezzo ettaro. Chiare erano le tracce delle palancole che sorreggevano il tetto: buchi circolari, proprio di pali conficcati nel terreno. Furono trovati pure alcuni manufatti per lo più in ceramica. Che le radici di questa Pianta affondino così in là nel tempo? Ora come ora il passato attende di essere pubblicamente evidenziato e, contestualmente, il Museo Archeologico Santarelli (con un allestimento consono comprendente pure le recenti scoperte) deve essere dissepolto per permettere ai forlivesi di scoprire da dove vengono. 

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