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Il Foro di Livio

Opinioni

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A cura di Umberto Pasqui

Ancora i francesi...

Ferragosto 1382: Luigi d'Angiò con Amedeo VI di Savoia alla testa di un corpo di spedizione di cinquantamila armati arriva a Forlì

Nell'anno 1382, un numero considerevole di famiglie delle campagne forlivesi si accingeva a vivere un ferragosto al verde. Stava transitando un esercito impressionante, e quando passano cinquantamila uomini in armatura è preferibile stare ben nascosti trattenendo il fiato. Cent'anni dopo il “Sanguinoso mucchio”, ecco un episodio meno noto (e meno epico) che vide ancora una volta i francesi avventarsi su Forlì per poi uscirne con un pugno di mosche. Alla testa del mastodontico convoglio umano c'erano il duca d'Angiò e Amedeo VI di Savoia, detto il Conte Verde. Il 13 agosto erano davanti alla porta di Schiavonia, con l'intento di attraversare l'asse ora chiamato corso Garibaldi e corso della Repubblica. È difficile anche immaginarsi i rumori di tale momento e le paure che si respiravano in città allora guidata da Sinibaldo Ordelaffi.  
Dopo qualche tentativo di cui si scriverà poi, i francesi rimasero fuori dalle mura. Gli armati si accamparono al Ronco e qui furono riforniti da Guido da Polenta, padrone di Ravenna. Su suggerimento di questo galantuomo (il ravennate), le truppe incendiarono e saccheggiarono diversi villaggi attorno a Forlì, come Ronco, Bagnolo e Carpena. 

Non si sa bene cosa pensasse il forlivese medio di 640 anni fa, applicava forse il motto di quel comico romagnolo: “non capisco ma mi adeguo”. Sopra le loro teste stava passando – non senza strascichi – una storia apparentemente lontana e poco interessante: la vicenda del Grande Scisma tra papa Urbano VI e Roberto di Ginevra che preferiva farsi chiamare Clemente VII come antipapa eletto dai cardinali francesi poiché costoro avevano preso piuttosto male il ritorno del pontefice a Roma dopo la cattività avignonese. 

La Romagna, terra la cui nuda proprietà restava pur sempre del Papa (Urbano VI) non poteva essere tenuta lontana da tanto sconvolgimento. Luigi d'Angiò e Amedeo VI di Savoia avevano appoggiato il Grande Scisma prendendo le parti di Clemente VII. In realtà i due non avevano intenzione di muovere guerra nelle nostre zone ma dovevano passare da qui per raggiungere Napoli. I motivi sono ingarbugliati e riguardano solo di riflesso il loro transito da Forlì. Luigi d'Angiò era figlio cadetto del Re di Francia Giovanni II detto “Il Buono” e zio del sovrano allora regnante: Carlo VI detto “Il Beneamato” oppure “Il Folle”. Un altro familiare, Carlo III d'Angiò (detto “Il Breve”) regnava su Napoli e Luigi stava recandosi da lui per abbatterlo perché a sua volta questo Carlo aveva spodestato una cugina: Giovanna d'Angiò. Forlì e poi buona parte della Romagna fu messa in mezzo in questa faida familiare che s'innestava nella coda velenosa della cattività avignonese.  
Di “obbedienza avignonese” erano il regno di Francia, di Aragona, di Castiglia, di Cipro, di Borgogna, di Napoli, di Scozia, di Sicilia e il Ducato di Savoia. Di “obbedienza romana”, invece rimanevano fedeli i regni d'Inghilterra, di Portogallo, di Danimarca, di Norvegia, di Svezia, di Polonia, d'Ungheria, d'Irlanda, gli Stati italiani e le Fiandre. Le terre del Sacro Romano Impero, pur essendo ufficialmente nella squadra di Roma, di tanto in tanto sbirciavano anche nell'altro campo.

Ecco dunque perché tante persone si mossero, tante e troppe rispetto agli eserciti del tempo che al massimo avevano un quinto degli uomini di Luigi d'Angiò e del Conte Verde. Nessuno, fino ad allora, aveva visto una tale transumanza di cinquantamila armati, con decine di migliaia di cavalli e muli: un impegno logisticamente arduo (chi li nutre? Chi li alloggia?), una massa minacciata da nemici invisibili come le pestilenze, una folla stanca, poco motivata ma pur sempre in assetto da guerra. Così fu necessario ristorare uomini e animali e a offrire questo servizio, ovviamente gratuito, furono costrette molte famiglie rurali che si videro espropriate del frutto del loro lavoro. In questa parte, appare piuttosto viscido Guido da Polenta che, odiando Sinibaldo Ordelaffi, pensò bene di suggerire di danneggiare il più possibile la povera gente delle campagne attorno a Forlì. Vi fu, però, una resistenza: infatti Roma aveva inviato a Forlì un cospicuo manipolo di soldati con trecento cavalli a difesa della città e per porre un argine all'avanzata. Il 13 agosto comparve l'esercito francese e, ancora su suggerimento del ravennate, attaccò Forlì dalla parte di porta Schiavonia. Sinibaldo Ordelaffi difese il difendibile grazie al sostegno di Alberico da Barbiano, conte di Cunio. Come se non bastasse, il giorno successivo un incendio improvviso in contrada Lugareto (più o meno via Felice Orsini) devastò ventiquattro case. Luigi d'Angiò, a questo punto, preferì evitare di aggredire Forlì ritenendo opportuno passare dalla campagna: seguì quindi il saccheggio di Ronco, Carpena e Bagnolo con cui era iniziata questa narrazione. La spedizione poi proseguì nelle Romagne e oltre, e andò per le lunghe (un altro paio d'anni), tuttavia il mastodontico corpo di spedizione tornò con le ossa rotte e i due principali esponenti trovarono la morte, il Conte Verde sarebbe morto in Molise per malattia, l'Angiò in Puglia in seguito alla ferite riportate in un combattimento. Così alla fine Urbano VI ebbe la meglio. Piace ai romagnoli pensare che la vittoria abbia avuto un padre: Alberico da Barbiano, capitano di ventura di Cotignola che riceverà dal Papa un vessillo con la sigla latina: “LI-IT-AB-EXT”, cioè “Italia liberata dagli stranieri”. Le radici del Risorgimento, da queste parti, sembrano molto antiche. 
 

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