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Lunedì, 17 Gennaio 2022
Il Foro di Livio

Opinioni

Il Foro di Livio

A cura di Umberto Pasqui

Auguri, Campo dell'Abate!

Il 22 dicembre 1212 “nasceva” piazza Saffi, in questi giorni di festività natalizie salotto luminoso di Forlì

Piazza Saffi ha – per così dire – un compleanno: il 22 dicembre. Per chi crede negli oroscopi nacque sotto il segno del Capricorno, lo stesso che gli storici antichi attribuivano alla città di Forlì. Sarà un caso? Intanto, passeggiando in questi giorni nel largo spiazzo spesso vergato da un'arietta che altrove in centro non si avverte, si resta stupiti dall'effetto “Las Vegas” apportato dagli effetti luminosi delle festività natalizie.

Tanti giochi di luce, è vero, pur sempre grande cosa rispetto alla tradizione ormai accantonata degli alberi di Natale bruttini, sgraziati che per anni si sono innalzati nei pressi del Saffi pensoso. Non mancano i forlivesi che come al solito storcono il naso, però l'effetto è innegabilmente suggestivo e fornisce occasione di attrattiva per curiosi di altre città. Vero è che ora Aurelio rimane recintato dalla pista da pattinaggio che contorna l'aiuola a difesa del Triunviro cui è dedicata l'ampia piazza, in questi giorni piena anche grazie all'aiuto dato da Santa Lucia e dall'inverno entrante ancora timido e mite. Piazza che non è solo piazza ma sineddoche del centro storico tutto.

Tutti i Capi di Stato passati da Forlì sono transitati da qui; le cartoline – si può dire pure con una certa banalità – ne ripetono quasi ossessivamente le fattezze, dimenticando che dal vivo è meglio che riprodotta. Piazza che in sé racchiude pressoché tutti gli stili architettonici locali, accostati in un bizzarro catalogo cronologico, dal severo Palazzo del Podestà allo smargiasso Palazzo delle Poste, passando per il chiostro aperto e l'austera abbazia quasi un'isola nel tempo. Piazza che è croce e delizia: vuota, troppa per una città che non conosce e non difende la sua storia, in ogni modo cara a tutti i forlivesi. Nel bene e nel male se ne parla sempre: mercato qui o altrove? Auto sì o no? (Quando si parcheggiava c'erano le graziose Topolino, non gli ingombranti “Suv” di adesso). E dalle finestre della facciata ottocentesca del Municipio si sono affacciati tutti i potenti dagli Ordelaffi a oggi. 

Il 22 dicembre 1212, come si suol dire: “era tutta campagna”. L'arioso sterrato oltre il fiume era di proprietà dell'abate di San Mercuriale ma da diverso tempo il potere civile ne usava ampi settori per il mercato e per altre manifestazioni laiche. La comunità liviense scelse questo luogo proprio per la posizione strategica all'ombra dell'Abbazia dal campanile bellissimo. Se, infatti, i monaci di San Mercuriale non avessero costruito una rete economica così influente e potente si può dire che piazza Saffi non sarebbe mai esistita e la città sarebbe rimasta entro i suoi confini storici, sostanzialmente tra Porta Schiavonia e il palazzo municipale. Di qua e di là da quello due ponti, “del Pane” a monte e “dei Cavalieri” a valle, rappresentavano l'uscita dal centro urbano, e sotto scorreva il Rabbi, poi canalizzato e reso, com'è ora, sotterraneo.

Il campo era spesso allagato dalle piene e, a quanto pare, doveva essere piuttosto fertile. Nel lato opposto era sorta, sulle pietre bruciacchiate di una vecchia pieve, la grande abbazia dedicata al primo Vescovo, e nel tempo aveva occupato il campo con sue pertinenze: casette, attività produttive e artigianali. Similmente alla luna per le maree, l'alto campanile attrasse a sé il cuore della città, tanto che poi si sarebbero adattati perfino gli Ordelaffi che avrebbero lasciato l'attuale palazzo Albicini per quello che oggi è il Municipio. Quindi i forlivesi del Duecento si trovavano a calpestare un immenso Campo dell'Abate (questo il suo nome storico, fino a tempi relativamente recenti) già periferico e decisamente marginale.

Finché, dopo lunghe trattative, il conte Malvicino, podestà di Forlì, davanti al notaio Misio di Ravenna ottenne dall'abate don Pietro l'uso del Campo per cent'anni rinnovabili al censo di una libbra di cera da versare ogni mese di marzo. In più s'impegnava a rendere all'abbazia una discreta percentuale dei frutti delle attività che vi erano annesse: il mulino, la gualchiera, le calzolerie... Con tale documento conservato nel “Libro Biscia” di San Mercuriale si registra l'atto di nascita della forma “civica”, pubblica della piazza. Così il quadrilatero delimitato dalla via Emilia, dal fiume, dalle macellerie e dalle case verso il monastero sarà gestito dal Comune che ne garantirà pure miglioramenti. 

In quel giorno di dicembre di 810 anni fa, dunque, il Campo dell'Abate divenne “platea communis”, cioè piazza e a poco a poco oscurerà in maniera irreversibile l'importanza del Campo Santa Croce, cioè piazza del Duomo. Evento che ricalca le rivalità tra i Vescovi e Abati, una bipolarità non solo ecclesiastica che caratterizzò la storia forlivese per secoli. Nonostante le varie intitolazioni che si sono succedute nel tempo, la “piazza”, forse – ma si sa che è un'idea che nessuno farà sua – meriterebbe di tornare al nome che per secoli l'ha contraddistinta: Campo dell'Abate. Anche se in quel 22 dicembre 1212 il conte Malvicino, per mezzo chilo di cera all'anno, si prese la briga di impegnare tutte le amministrazioni che si sono succedute da otto secoli a questa parte nel rendere la nuova piazza il salotto luminoso di Forlì.

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