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Cent'anni di Cenacolo Artistico

Un secolo fa a Forlì nasceva lo storico sodalizio di pittori e scultori. Ebbe vita breve, ma le sue firme fecero strada. Riscopriamolo!

Le risorse che emergono dopo un periodo di crisi sono impensabili, perfino in quella che forse è la città più sonnacchiosa d'Italia: Forlì. Si può sperare che tale assioma sia valido pure una volta usciti dalle conseguenze della pandemia. Ora si può prendere ad esempio qualcosa nato cent'anni fa. Terminato lo scempio della Grande Guerra, a Forlì fioriva un'importante esperienza artistica. Il 25 novembre 1920 venne inaugurata la sede del Cenacolo Artistico Forlivese, situata nell'allora Barriera Vittorio Emanuele, cioè in fondo all'odierno corso della Repubblica. Inutile cercarne indizi architettonici, in luogo dell'edificio adesso c'è uno dei “Palazzi Gemelli” che fanno da sfondo a piazzale della Vittoria, per la precisione quello di destra, venendo da piazza Saffi. 

Questo periodo di un secolo fa, pertanto, può indicare indicare il “battesimo” di una vivace realtà pittorica locale, un sodalizio che si è esaurito dopo otto anni di iniziative. Giovanni Marchini aveva coinvolto nell'avventura i colleghi Dino Bissi, Leonida Brunetti, Maceo Casadei, Luigi Galetti, Nino Muratori, Francesco Olivucci, Ferdinando Rosetti, Umberto Zimelli. Ognuna di queste firme aveva provveduto ad abbellire e ornare la sede, un vano nel padiglione destro della vecchia barriera, spazio concesso dal Comune. Il motto scelto era sub luce tua carpimus iter, cioè “sotto la tua luce (dell'arte) troviamo la strada”. Sì, di strada, tutto sommato, ne faranno: magari non raggiungeranno le vette della fama – Forlì non è Firenze né ha mai saputo vendersi bene - tuttavia non possono, tali nomi, essere chiusi tra i confini comunali. 

Più tardi, uno dei protagonisti, Zimelli, così confiderà: “Eravamo quasi tutti ormai in congedo, o in attesa, in gran parte ancora vestiti da soldato… Tutti quanti bellamente disoccupati. I più disoccupati eravamo naturalmente noi del gruppo artisti (pittori e scultori) i più difficili da inserire nella difficilissima nuova impresa economica del dopoguerra. Eppure tra una privazione e l’altra qualcosa riuscimmo a combinare”. E infatti: “Quando entrammo a prendere possesso dei locali destinati al Cenacolo, già eravamo virtualmente Cenacolisti con tanto di Statuto approvato all’unanimità e con tanto di tessera in pergamena in tasca. L’arredamento fu generosamente procurato dal Comune e dagli amici meno poveri di noi”. Il segretario del sodalizio, Gualtiero Cesare Albonetti, nel 1922 scrisse sul periodico “La Riviera Romagnola” che il Cenacolo è composto da pittori e scultori “uniti da raro spirito di fratellanza e d'amore” ed è sorto perché “mai, se la memoria non mi falla, dal giorno dell'Unità d'Italia, nella nostra trasandata città si era pensato di gettare le basi di una istituzione culturale od artistica, che in un tempo fosse propugnatrice d'arte purissima e propagatrice di severi studi delle più disparate dottrine e valorizzatrice di quelle forze locali tenutesi sempre nascoste”. Insomma, una feconda e felice impresa per il Cittadone che non si è mai troppo vantato dei suoi pennelli. Il Cenacolo dunque si troverà a essere un ritrovo per parlare d'arte, di musica e di letteratura: nella foto di gruppo sembra di respirare un clima da grande città capace di fare tendenza. Negli spazi decorati da Maceo e Boifava, si trovavano giovani artisti entusiasti. Tra i soci onorari furono registrati Benito e Arnaldo Mussolini e l'artista Giacomo Balla, grande esponente del futurismo. Oltre alle interessanti conversazioni, erano allestite mostre a offerta libera. Alla prima vi si potevano vedere opere di Bissi, Brunetti, Maceo, Galotti, Muratori, Olivucci, Rosetti, Zimelli. Si ebbe anche una mostra di Marchini e, più tardi, un'esposizione dedicata all'arte umoristica. Si possono annoverare anche personali, la Mostra intima, la Mostra primaverile, concerti, spettacoli, audizioni, vi fu persino – per breve tempo - una scuola di disegno. Nell'estate del 1928, però, fu reso noto il progetto di abbattere la barriera daziaria e in quell'anno il Cenacolo chiuse la sua attività “alla luce del sole”. Vero è che l'antico stabile rimase in piedi per qualche altro anno ma gli spazi un tempo occupati dagli artisti furono dati al Gruppo Rionale Fascista. Senza più sede e probabilmente al verde, ogni artista, fatta salva la reciproca amicizia, andò per la sua strada. Testimonianze di questa stagione si possono ammirare tra le sale di Palazzo Romagnoli che merita, quando si possa, sempre una visita con l'auspicio che ne sia completato il restauro e l'utilizzo, visto l'ingente quantità di tele che vogliono mettersi in mostra dopo anni di deposito in scuri magazzini.

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