Il Foro di Livio

Il Foro di Livio

Le cappuccine scomparse

Non solo santa Lucia: sull'odierno corso della Repubblica c'era un'altra chiesa, dedicata a Sant'Elisabetta. Dove si trovava? Dov'è finita?

Alla fine del Seicento, il geografo Vincenzo Maria Coronelli disegnò una carta di Forlì piena di particolari interessanti. L'occhio potrebbe cadere sulla parte finale dell'attuale corso della Repubblica, allora ricco di orti lussureggianti e casette basse. Porta Cotogni si erge nelle sue fattezze medievali e le mura sono ancora integre, in tutto il loro splendore che non toccò il cuore degli amministratori di inizio Novecento, gli smantellatori di cotanta memoria. Tra gli orti spicca un fabbricato protetto da un muro piuttosto alto. Si nota un edificio con tetto spiovente, intersecato con altre palazzine perpendicolari. È l'unica pur non troppo efficace immagine di un luogo che la memoria dei forlivesi non ha conservato: il monastero di Sant'Elisabetta. In effetti fu una meteora, un luogo di culto che visse poco più di cent'anni, la storia abraderà integralmente ogni traccia. La struttura del complesso, così, a intuito, non doveva apparire troppo diversa rispetto al non lontano già convento dei Cappuccinini, in via Ridolfi. 

Situato, come detto, sullo stesso lato di Santa Lucia ma tra le attuali Galleria Vittoria e l'omonimo piazzale, il monastero sorse su un terreno ceduto gratuitamente da Marcello Merlini. La posa della prima pietra è registrata il 15 agosto 1652 con il vescovo Giacomo Teodoli. Dopo la chiesa con facciata su Borgo Cotogni e dedicata a Santa Elisabetta regina del Portogallo si mise mano al monastero che sarà poi abitato dalle cappuccine, in primo luogo da suor Caterina Pontiroli. L'intitolazione seguiva la recente canonizzazione (nel 1623) di Isabella d'Aragona, nota anche come Elisabetta del Portogallo, irreprensibile sovrana trecentesca, nota per la testimonianza di carità cristiana.

Il complesso poteva dirsi finito nel 1670, quando il vescovo Claudio Ciccolini impose il regime di clausura. Il 3 agosto di quell'anno, infatti, furono trasferite in carrozza a Sant'Elisabetta due monache particolarmente zelanti del monastero della Ripa: la meldolese suor Brigida Maria de' Nobili e la forlivese suor Giovanna Eufrosinia Scannelli. Le due donne, insediandosi nel nuovo monastero, avrebbero istruito le sorelle più giovani. Le monache di Sant'Elisabetta raggiunsero quindi il Duomo in carrozza e, nella Cappella della Madonna del Fuoco, furono comunicate dal Vescovo, in seguito iniziarono una processione con candele in mano e con una corona di spine in testa. 

La regola delle sorelle comprendeva povertà assoluta e una peculiare dipendenza delle monache alla beneficenza pubblica, così pubblica da essere tutelate dalla magistratura cittadina dei Novanta Pacifici. Per “tutelate” s'intende pure “sovvenzionate” nel caso in cui non avessero ricevuto sufficiente elemosina per il proprio sostentamento. A dire il vero, il collegio dei Novanta Pacifici non la prese bene, tanto che ritenne necessario risolvere il contenzioso inviando uno dei loro – Alessandro Baldraccani - a Roma, per difendere le proprie ragioni presso il cardinale Alderano Cybo-Malaspina. Furono ascoltate questa e quella parte e i Pacifici ottennero, dopo trattative lunghe più o meno quattro anni, che le monache dovessero impegnarsi a “fare entrate” in modo da alleviare l'impegno oneroso. In ogni caso, la magistratura cittadina avrebbe provveduto in via sussidiaria al vitto e ai vestiti delle sorelle. Insomma, la decisione del Vescovo fu, in buona sostanza, applicata in pieno. Il 15 maggio 1674 le novelle cappuccine pronunciarono i primi voti solenni e si può dire che qui iniziava la vita quotidiana del monastero. Vita non troppo lunga perché finì col Settecento. 

Anche in questo caso, a porre la parola fine furono Napoleone e i suoi: il monastero venne soppresso e le monache disperse. Successivamente il complesso fu messo in vendita e nel 1810 lo ebbe il conte Domenico Matteucci: dapprima demolì la chiesa, poi riadattò la parte utilizzabile del monastero per farne civile abitazione. Tra il fronte di case che si susseguono tra la Galleria Vittoria e via Nazario Sauro, zona della città che ha subito notevoli stravolgimenti specialmente nel Novecento, si nascondono tracce delle antiche celle delle monache di Sant'Elisabetta. 

Il Foro di Livio

" Vi racconto la storia del ""Foro di Livio"". Insegno, ma sono anche giornalista. Sono dottore in Giurisprudenza ma anche in Scienze religiose. Osservatore curioso, sono appassionato di storia locale e di musica del Settecento. Ho il vizio di scrivere e pubblicare (con discrezione) saggi, manuali, racconti. Mi occupo anche di birra, ma questa è un'altra storia "

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Commenti (1)

  • sono bellissime queste pagine che state pubblicando

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