Il Foro di Livio

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A cura di Umberto Pasqui

La lezione di Eugenio Bertini

Il Risorgimento della matematica passa per Forlì. La lunga vita di un professore poco conosciuto, se non fosse per una famosa strada cittadina

Le scuole superiori hanno ripreso le lezioni in presenza, seppure “non al 100%” (secondo espressioni che purtroppo siamo ormai abituati ad ascoltare). Quale materia suscita più agitazione? Probabilmente la matematica. Ecco allora che dalla storia emerge un personaggio poco conosciuto se non per il nome che dà a una lunga strada: Eugenio Bertini. Avrebbe centosettantacinque anni. Il forlivese - di famiglia modesta - s'imporrà come uno dei maggiori esponenti della scuola italiana di geometria fondata da Luigi Cremona, suo maestro. Grazie alle sue ricerche originali ancora oggi alcuni suoi contributi sono fondamentali per la geometria algebrica. 

Eugenio era nato nel 1846 a Forlì da Vincenzo, tipografo, e Agata Bezzi. Studiando all'Istituto tecnico della sua città scoprì il talento per la matematica. Tuttavia, come detto, non poteva permettersi di frequentare studi più alti, perché costosi, perché la cassa familiare non era capiente a sufficienza. Ci pensò la Congregazione di Carità forlivese a sovvenzionare il suo accesso all'Università di Bologna nel 1863. Volle pensare a un corso applicativo, per così dire concreto: quindi prese la strada di Ingegneria. Tuttavia bastò seguire le lezioni appassionate e appassionanti di un giovane accademico, Luigi Cremona, e ben presto Bertini si iscrisse a Matematica. Arrivò la Terza guerra d'Indipendenza e decise di entrare tra le fila garibaldine come fante volontario dell'ottavo reggimento.

In seguito alla parentesi bellica, riprese gli studi ma questa volta a Pisa dove si sarebbe laureato nel 1867. Ottenne dunque l'abilitazione all'insegnamento alla Scuola Normale dopo aver compilato una tesi sui poliedri. Nel 1868 era insegnante di matematica al Liceo Parini di Milano ma non cessava di nutrire la sua passione per le scienze esatte frequentando approfondimenti e corsi sulle “funzioni abeliane” (un concetto che chi scrive non ha capito e comunque non saprebbe spiegare). Nel frattempo continuava la sua mente a risolvere enigmi algebrici, trovando soluzioni semplici e geniali a problemi che altri ben più titolati ed esperti professori non riuscivano a sbrogliare. “Elegante semplicità”, appunto, è la cifra del suo stile a detta di chi mastica questi argomenti ostici e ai più ostili, tanto che la fama di Bertini divenne internazionale. Insegnò anche a Roma dove, nel 1872, ebbe la cattedra universitaria di Geometria descrittiva e proiettiva. Fu pure a Pavia e ancora a Pisa, sempre nelle solite vesti accademiche. 

La sua fama crebbe tanto da far assurgere il suo nome tra i fondatori della matematica di scuola italiana, una specie di Risorgimento dei numeri su cui si baseranno gli studi futuri. Tra i suoi scritti, si può citare, se non altro per il titolo suggestivo: “Introduzione alla geometria proiettiva degli iperspazi”, pubblicato nel 1907 e ristampato fino agli anni Venti con successo. Zelante e creativo, tanto che i suoi allievi testimoniarono che ogni anno le sue lezioni cambiavano, in modo da rendere inservibili gli appunti dell'anno precedente. Esigente, schietto e buono, impeccabile, stimatissimo e attento alle esigenze degli studenti, così lo descrivono coloro che assistettero alle sue lezioni. E furono tanti, perché insegnò fino a oltre gli ottant'anni d'età. Dopo il collocamento a riposo, infatti, continuò ad avere un incarico universitario come docente di un corso libero di complementi di geometria. Dedicò quindi tutta la sua vita alla matematica: morì a Pisa il 24 febbraio 1933, due anni dopo aver salutato per l'ultima volta la cattedra. Sposatosi con Giulia Boschi, da rigoroso matematico ebbe due figli cui diede all'uno il nome della moglie (Giulio) e all'altra il suo (Eugenia). Ebbe però, negli ultimi anni, a sopportare due lutti gravi: la morte di Giulia e di Giulio. Il professore secco secco, con gli occhialini, alto e paziente, che insegnava agli studenti dalle 6 alle 7 del mattino, visse a lungo ed entrò nella storia della matematica: congetturò teoremi, altri li risolse, si dedicò ai sistemi lineari di curve piane, alla teoria algebrica dei moduli e altri argomenti che non son pane per i denti di chicchessia.

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