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Mercoledì, 19 Giugno 2024
Il Foro di Livio

Il Foro di Livio

A cura di Umberto Pasqui

Forlì città carnale

Un numero “esuberante” di macellerie caratterizza la Forlì anni Cinquanta. Ma per la carne si aspetti Pasqua

Niente carne il venerdì, specialmente in Quaresima. Nonostante il giorno “di magro” si vuole sfogliare un quadernino dalla copertina del colore della carta oleata, corredato da immagini in bianco e nero che chi è incanutito potrebbe ricordare a colori. Nel 1958 viene, appunto, pubblicato un libretto intitolato “Macellerie e preparazione tecnica dei macellai” come estratto de “Il progresso veterinario” a firma di Venanzio Agostinelli Scipioni. L'opuscolo edito a Torino prende a riferimento il “caso” Forlì: allora erano in attività ben 107 macellerie per gli 84 mila abitanti di allora. E queste, così si legge: “possono distinguersi: in pre-belliche n.65 (n.30 vecchie e n.35 rinnovate) e in n.42 del dopoguerra, nuove”. 

Il numero, a detta dell'estensore, è “esuberante” e pone “problemi da risolvere che meritano una trattazione separata”. È quella dei “macellai improvvisati”, cioè “di coloro che di recente sono diventati macellai”. Infatti, “soprattutto per questi è evidente la necessità di una preparazione professionale che li metta in grado di saper scegliere animali adatti al proprio negozio e di conoscere tutte le operazioni e trasformazioni che seguono: macellazione, conservazione, frollatura, esecuzione dei tagli e vendita, considerando anche le leggi e i regolamenti da osservare”. La considerazione che segue, e che merita una sintesi, lascia intendere che ci debba essere una “franca collaborazione” fra veterinari e macellai, per “la necessità dell'istruzione tecnica dei macellai, nell'interesse della popolazione in generale ed anche quale non trascurabile elemento turistico”. 
Infatti, gli spacci di carne “oggi hanno in complesso un'attrezzatura igienica encomiabile” quindi “questo alimento essenziale” non dovrebbe essere venduto “in altri negozi di generi alimentari”. 

Presagendo forse l'arrivo della grande distribuzione, il volumetto racconta di un mondo oggi in lento dissolvimento, come da un po' avverte la chiusura di sempre un maggior numero di edicole. Qui, peraltro, si fa notare una peculiarità forlivese per l'attaccamento alla carne, se è vero che “Il Presidente dell'Associazione Macellai, sig. Vasumi, è stato uno dei primi ad adottare in Italia una lampada sterilizzatrice nel suo frigorifero”. Infatti, nel Comune di Forlì “l'impegno dei macellai a costruire negozi tali da poter servire da modelli direi che ormai è la regola, così in città come nelle frazioni”. Proprio qui, in questa città per così dire carnale “nessun negozio manca di frigorifero, acqua corrente, uncinaie inossidabili, bilance automatiche, tritacarne, ceppo moderno e quasi tutti hanno banco e pareti rivestite di marmo, vasi ornamentali e nell'insieme molta proprietà estetica”. Insomma, anche l'occhio vuole la sua parte, e non solo per il taglio delle carni. Pertanto spunta tra le immagini la macelleria Gramellini “dalla linea semplice e razionale”, nonché la Marzocchi in cui si distingue “la ringhiera per posare le borse da spesa” (qui chiamate “sportine”). Inoltre si vede l'interno della macelleria Rossi Vito “con attrezzature modernissime: mostre refrigerate, ozonizzatore, ecc...” e infine, e qui si riporta, quella di Ottavio Pezzi con “signorile nota d'arte”, cioè un “pannello del banco in ceramica di Pantieri”. 

Facendo una rapida scorsa tra le pagine più risalenti della storia, si può aggiungere che la guida di Forlì di Calzini – Mazzatinti (1893) menziona le botteghe di otto salsamentari (salumieri) e di sette macellai in attività. Nel Quattrocento, invece, le macellerie si trovano citate col nome di beccherie, collocate per lo più tra il portico del Comune e l'abside del Duomo. 
 

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