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Giovedì, 1 Dicembre 2022
Il Foro di Livio

Il Foro di Livio

A cura di Umberto Pasqui

Forlì ha bisogno di pace

Nell'ottobre 1534 viene emanata la Magalotta, un editto che intendeva portare la quiete nella città ancora divisa tra guelfi e ghibellini

Le turbolenze internazionali dei primi anni del Cinquecento si riflettevano direttamente sulla salute della città. I già delicati (pressoché inesistenti) equilibri tra guelfi e ghibellini erano così continuamente compromessi da azioni, reazioni, eserciti che sovente di qui passavano. 
E l'astio tra forlivesi non conosceva confini: nel 1526, per esempio, il commissario generale dell'esercito pontificio, Antonio Numai, fu ucciso a Milano da Battista Serughi. Questioni intestine, prettamente locali: l'uno era ghibellino, l'altro guelfo. Etichette che riescono difficili da comprendere in un contesto così diverso rispetto a quello per cui erano state coniate. A medioevo finito, infatti, a Forlì questa distinzione persisteva per rappresentare chi appoggiava il potere papale e il regno di Francia (guelfi) e chi il Sacro Romano Impero (ghibellini). In particolare, a Forlì le famiglie più potenti dell’una e dell’altra parte erano i Morattini e i Numai. 

Il figlio di Antonio, Simone Numai, a Forlì divenne il capo dei ghibellini che esercitavano la loro faziosità dominante con estrema arroganza, arroganza che provocava – manco a dirlo – reazioni estreme da parte dei guelfi. Costoro, infatti, incendiarono la casa dei Numai e assalirono Simone che si salvò in modo rocambolesco: raggiunse l'abitazione dell'arcinemico, il guelfo Francesco Laziosi. Poteva sembrare una mossa suicida, invece iniziò a supplicare la sorella dell'avversario che lo invitò a entrare in una cassapanca. Ella quindi vi si sedette sopra e iniziò a filare. Il sospetto che fosse entrato in casa il ghibellino era quasi una certezza ma a chi glielo chiedesse, la donna rispondeva: “Cercatelo con diligenza et non le perdonate; se è entrato al sicuro, sarà il topo nella trappola!”.

Per intercessione della gentildonna, persino Francesco Laziosi si lasciò prendere dalla pietà e, una volta scoperto l'intruso, gli chiese: “O Cavaliere, che si deue fare per uostra salvezza?”. La risposta fu: “Si compiaccia di accompagnarmi fin doue io possa sicuramente arrivare alla mia possessione di Seluni”. Pertanto il Numai venne travestito in modo che fosse irriconoscibile e fu portato fuori città, era salvo. L'episodio della donna Laziosi venne tramandato proprio per la sua eccezionalità e può essere considerato un antipasto della pace (o dei suoi tentativi) che seguirà. Infatti, qualche settimana dopo, Francesco dall'Aste, Ludovico Morattini e Baldo Belli, capi della fazione guelfa, conclusero, con patto "de ulterius non offendendo" una tregua con Cecco Numai, rappresentante della parte ghibellina. Le ostilità però ripresero a fasi alterne almeno fin dal 1530 e sono anni peraltro molto difficili per la gente comune: carestie, scarsità dei raccolti, tanto che la popolazione calava sensibilmente. 

Non calava, anzi, aumentava il malcontento specialmente dei contadini, i più colpiti dalle bizze atmosferiche e dal passaggio degli eserciti, tanto che la maggior parte, per mangiare, era costretta a vendere l'aratro e chiedere sussidi per comprarne un altro. Le tensioni sociali erano fortissime e fu necessario l'intervento di Bartolomeo Valori, presidente di Romagna, e di Cesare Hercolani che dal Consiglio della città aveva ottenuto una specie di incarico con pieni poteri o quasi. Quest'ultimo venne ucciso da sicari guelfi (il capitano Bello Belli fu arrestato) a casa sua, nota ora come Palazzo Hercolani in via Maroncelli, dove un'iscrizione ricorda il fattaccio. Erano stati assoldati ben quattordici assassini per ostacolare il suo impegno politico, caro alla causa imperiale. Vincenzo Pirazzini e altri lo aspettarono al crepuscolo, il condottiero si difese fino allo spasimo. La sua colpa? Aver procurato ai ghibellini l'occasione della vittoria di Pavia nel 1525 contro il re di Francia. Cesare cadde mortalmente: era il 18 settembre 1534. 

Quest'episodio turbò profondamente i forlivesi, confermandoli nell'idea che la pace in città poteva essere o lontana o effimera, e che parlarne era pura astrazione di pensiero. All'indomani dell'omicidio, il presidente Valori, temendo per la sua incolumità, montò a cavallo e con fanti e guardia se ne andò da Forlì per raggiungere Ravenna, lasciando che si scatenasse in città, com'era prevedibile, l'ennesima faida tra le fazioni. Si respirò così, per qualche giorno ancora, l'aria di una volta, quella della discordia tra famiglie: Numai e Morattini come Montecchi e Capuleti, anni in cui ci si capitozzava le torri gentilizie a vicenda (e non essendo stata una città pacifica, di torri Forlì ne ha conservate poche).

Il nuovo Presidente di Romagna, il vescovo Gregorio Magalotti, appena insediatosi dopo la fuga del predecessore, mise mano a un editto per la pubblica quiete a Forlì (5 ottobre 1534). Fin dal suo insediamento si era dimostrato intenzionato a sradicare le brutte abitudini astiose e violente, e convinse i capi delle fazioni opposte a incontrarsi il 23 settembre 1534 presso la chiesa di Santa Maria della Pace. L'incontro avvenne e fu fruttuoso, tanto che scaturì l'editto di cui si è sopra parlato, ma non solo. Qualche giorno dopo, il 19 ottobre, fu ulteriormente e definitivamente ratificata la pace. Così, le fazioni avversarie si diedero appuntamento non per dare il via a una delle solite faide, per contro insieme "approbaverunt, promiserunt et confirmaverunt" di farla finita con le liti. A far da garante, la solidità del vescovo Magalotti, figura che in Romagna era seconda soltanto al Papa. Pertanto, finalmente, fu firmato l'"Instrumentum Pacis", documento che i forlivesi avrebbero chiamato "Magalotta". La parola fine, però, sarebbe arrivata soltanto sei anni dopo, con la creazione della magistratura dei Novanta Pacifici di cui Il Foro di Livio si è già occupato. E per chi volesse conoscere qualcosa di più della chiesa di Santa Maria della Pace, l’autore di questa rubrica ha recentemente pubblicato un “quaderno” dedicato ad essa. 

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