Sabato, 16 Ottobre 2021
Il Foro di Livio

Opinioni

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A cura di Umberto Pasqui

Forlì ricorda il vino?

Chiude Eataly? Guardiamo avanti attingendo dal passato. Il “caso” dello stabilimento enologico Fabbri in via Ridolfi

Eataly in piazza Saffi ha chiuso. Adesso? Sarebbe auspicabile che si puntasse a mantenere un ristorante e ripristinare l'enoteca al terzo piano. Una cosa "tutta di qua", un'osteria storica con piadina e sangiovese senza eccedere negli stereotipi. Se si trovasse la volontà e la capacità di dare un senso all'identità di una piazza con un potenziale finora inespresso, questa sarebbe l'idea forse più attinente alla storia, come tante erano le osterie nel cuore della città. In più si unirebbe la tradizione del vino, capillare da sempre da queste parti. 

Giusto per fare un esempio, visto che ogni tanto spuntano fuori oggetti che raccontano storie dimenticate, si può ascoltare una testimonianza singolare. Frugando nel giacimento di ricordi di Giovanni Severi, quel vasto serbatoio di oggetti chiamato “Museo dei Mestieri e delle Professioni” a Vecchiazzano, si notano tappi di damigiane con la scritta “Stabilimento enologico cav. Giuseppe Fabbri Forlì”. Dell'opificio, pur avendo avuto una storia di sessant'anni, non si trova moltissima documentazione se non qualche vaga memoria. Quindi viene in aiuto il figlio di uno dei dipendenti storici della cantina: Deano Pantoli parla di suo padre Dario e della vita nel piccolo stabilimento confinante con la parrocchia dei Cappuccinini, in via Ridolfi. 

A poco a poco riemerge l'atmosfera dell'azienda di Giuseppe Fabbri, detto “signor Peppino”, in un clima di duro lavoro ma con attenzioni da grande famiglia. Quando Dario partirà militare, il “padrone” s'interesserà molto a lui e alla sua famiglia. In effetti era appena un ragazzino di 14 anni quando Pantoli, nel 1927, fu assunto nella cantina di via Ridolfi, questo perché suo padre, Pellegrino, era morto “poco dopo aver comprato i mattoni per la casa”, ricorda il nipote. La necessità, dunque, spinge al lavoro e nello stabilimento enologico un posto si trova. Deano Pantoli, leggendo un documento di allora, cita i dipendenti di questa piccola fabbrica: “Dante, Clabacchi, Patuelli detto Balistròn, Saviotti, Giovannino, Polidori, Attilio Dell'Amore” oltre a suo padre. E qui siamo già al 1941. Saviotti era il factotum dell'azienda mentre negli ultimi anni Dante, il più anziano, sarà sostituito da Terzo. 

“Durante la campagna della vendemmia, non si guardava l'ora: mia mamma portava da mangiare in bicicletta dal Ronco una o due volte al giorno perché facevano anche 16 o 18 ore di lavoro, – spiega Pantoli – il salario allora era di 35 mila lire al mese, ma durante la vendemmia si riusciva a prendere anche 60 mila lire”. Durante il resto dell'anno, gli orari tornavano “normali” e il lavoro consisteva nel lavorare le uve, produrre e imbottigliare il vino di chi conferiva la materia prima. Inoltre, con i vinaccioli si faceva la piadina: “ogni operaio, a Natale, riceveva venti piadine gratis, se ne avesse voluto altre le avrebbe pagate la metà”. Inoltre, il prodotto di scarto per eccellenza, la feccia, veniva data solo ai dipendenti qualora avessero pulito i tini dal tartaro. “La feccia ammorbidita serviva come alimento per le mucche, oppure si bruciava nella stufa: la consegnavano dentro sacchi di iuta ed era pressata, poi si spezzava e si buttava nel fuoco”.

Oltrepassato l'alto portone dello stabile, demolito alla fine degli anni Settanta, si entrava in una camera con due serie di tini disposti a “elle”, una a destra, l'altra a sinistra. “A destra c'erano i tini dove l'uva ammostata veniva immessa attraverso delle pompe per la fermentazione” mentre a sinistra “si teneva il vino già pronto da imbottigliare”. I tini, circa una dozzina, avevano un diametro di quattro metri e si usavano a rotazione, in base alla quantità e ai ritmi del lavoro della stagione. Veniva riutilizzato tutto: perfino il legno dei cassoni dove erano state portate le bottiglie, perfino i chiodi che venivano raddrizzati per altro uso. Così si filtrava e travasava trebbiano, sangiovese, cagnina anche se colpiti dai palloni di chi, in parrocchia, si era esibito in un lancio troppo azzardato. Come la gran parte delle esperienze industriali “vecchio stile”, ebbe termine nella Forlì degli anni Settanta. Ormai via Ridolfi (che poi sarebbe, con qualche velleità, un “viale”) era impraticabile da automezzi carichi d'uva, ormai la città era cambiata. Fabbri chiuse e lo stabilimento lasciò il posto a edifici residenziali. 

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