Il Foro di Livio

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La Forlì dei templari

Le tracce dell’ordine religioso cavalleresco si nascondono tra corso Garibaldi e viale Bologna

L’Ordine dei Poveri Cavalieri di Cristo del Tempio di Salomone di Gerusalemme, detto più in breve dei Templari, ha lasciato poche tracce a Forlì. Cioè nulla si conosce di storie, di episodi, a parte qualche questione notarile che non suscita certo entusiasmo. Non vi sono mai stati luoghi preziosi di culto, né architetture ardite, né altari opulenti. Almeno, per quel che si sa. Si configura più che altro, per queste zone, una cavalleria religiosa rurale, per così dire, dedita all’accoglienza dei pellegrini in strutture recettive legate a chiese di modesta entità. Quali erano i loro luoghi, in città? Anche in questo caso è obbligatorio fare indagini addentrandosi in toponimi misteriosi o caduti in disuso. Si sa che a Forlì esistevano almeno tre case templari, situate tutte nella parte nordoccidentale della città, lungo l’asse della via Emilia. Si trovavano da loro curate le chiese di Santa Maria de Scofano, San Bartolo e San Giovanni in Via, e la località Ponte delle Rose, un appezzamento di terreno a San Martino in Strada. Si conferma così la tendenza, per i Templari, a insediarsi non nel centro delle città ma sulle grandi vie di comunicazione: infatti queste tre chiese erano collocate lungo gli attuali viale Bologna e corso Garibaldi. Tre fulcri, dunque, non pochi per una città come Forlì: si pensi che da Faenza a Rimini esistevano in tutto nove centri dei Poveri Cavalieri di Cristo. Eppure non incisero più di tanto nella storia urbana, forse perché le loro attività erano rivolte per lo più ai forestieri, ai pellegrini che non ai cittadini. Sistemati, infatti, in posizioni strategiche, questi tre punti fornivano assistenza spirituale e sostegno materiale, un po’ ricoveri, un po’ ospedali. 

La probabile “casa madre” dei Templari forlivesi era la Domus Templi, detta anche Santa Maria de Scofano, o de Scossolis. Inutile cercarne tracce evidenti ora, sono in proprietà privata.  Si desume che fosse il centro principale per la dedicazione a Maria. La specificazione “Scofano” sembra derivare da Sancto Fano (cioè Sacro Tempio) mentre Scossoli era il nome di un fondo appartenuto alla detta chiesa. Santa Maria del Tempio era posta tra la via Emilia e lo scolo dei Padulli (nei pressi dell’omonima via), una specie di guado paludoso sull’antico corso del Montone, poi bonificato dagli stessi Templari. Si pensa, però, che l’Ordine abbia preso possesso di questa chiesa piuttosto tardi, nella seconda metà del Duecento; l’edificio, infatti, sembra che sia lo stesso originariamente tenuto dagli Agostiniani che poi si sarebbero trasferiti nell’attuale caserma della Guardia di Finanza. Vero è che la località dove sorgeva questo complesso era chiamato, fino a tempi recenti, Tempio. E la chiesa del Tempio fu in piedi almeno fino alla seconda metà del Settecento, quando si presentava come cappella di campagna con una maiolica rappresentante l’Assunta. Aveva una navata lunga undici metri e larga sei, con facciata a settentrione e portico a meridione, da cui si accedeva al caseggiato un tempo ricovero per pellegrini. Poco prima di esser demolita era più che altro un rifugio per malintenzionati e, verificata la sua inutilità, fu atterrata. Parte della casa del Tempio, invece, è sopravvissuta e si nasconde nelle fattezze di un’abitazione privata su viale Bologna tra le vie Padulli e Baldassari in località Cava. 

Un secondo punto gestito dai Templari era San Bartolo o San Bartolomeo, con omonima chiesa, casa rusticale e portico, aia, pozzo, forno, macina, stalla e fienile. Questa ubicazione era sicuramente anteriore a Santa Maria del Tempio e forse da qui poi alcuni religiosi si trasferirono per fondare la nuova comunità che in seguito sarebbe stata prevalente. Il colpo d’occhio, però, doveva accorgersi di ben poche differenze con il vecchio monastero degli agostiniani sulla via Emilia: una piccola chiesa e un caseggiato di 130 metri quadrati. In questo caso la struttura si è, se così si può dire, mantenuta, sebbene non si notino evidenze. Si trova in viale Bologna, poco prima di via Ruzzi, dove ora il nome di un ristorante manifesta l’antica vocazione del luogo. 

Dentro le mura vi era un terzo punto, detto San Giovanni in Via, o San Giovanni di Gerusalemme in contrada Schiavonia. Ad essa era annessa la cosiddetta Magione (nell’immagine), l’edificio che ancora si vede su corso Garibaldi angolo via Farabottolo. In seguito ad alcuni lavori di adeguamento del fabbricato, si è scoperto ciò che resta di un piccolo cimitero entro le mura della corte, rimasta fino ad oggi. Sparita, invece, è l’antica iscrizione sulla porta della Magione che così recitava: Domus de juribus sacre religionis ierosolimitane, sormontata dalla caratteristica croce patente. 

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Con l’anno 1312 cessò la presenza dell’ordine dei Templari, quasi tutte le loro proprietà in Romagna passarono sotto la gestione degli Ospitalieri di Malta. Alla fine del Settecento, questi beni furono ceduti a privati. Resta difficile, oggi, ascoltare la voce degli antichi cavalieri mentre da qualche anno si vedono in città i contemporanei Templari cattolici d’Italia durante servizi a messa o turni di custodia. 
 

Il Foro di Livio

" Vi racconto la storia del ""Foro di Livio"". Insegno, ma sono anche giornalista. Sono dottore in Giurisprudenza ma anche in Scienze religiose. Osservatore curioso, sono appassionato di storia locale e di musica del Settecento. Ho il vizio di scrivere e pubblicare (con discrezione) saggi, manuali, racconti. Mi occupo anche di birra, ma questa è un'altra storia "

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