Il Foro di Livio

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I due santi nascosti

Grato e Marcello, antichi forlivesi: memorie di un passato confuso tra storia e leggenda.

Notizia di questi giorni è che la chiesa del Carmine resta chiusa. Da anni si sa che il tetto è deteriorato. Da fine maggio è comparsa una protezione alla cuspide del campanile; fa capolino avvolta entro un nastro adesivo che invermiglia in fasce la punta della torre le cui campane sono state messe a tacere per evitare pericolose vibrazioni. Poi, a fine estate, altri nodi sono venuti al pettine e Forlì rischia di perdere clamorosamente un'altra partita con la bellezza e con la storia. Si è perso troppo tempo, si spera che associazioni di privati raccolgano i fondi necessari per recuperare il luogo di culto. Ora, nell'attesa che vi sia uno sforzo per salvare quella che secondo alcuni è la chiesa più bella di Forlì, sorge spontanea una domanda: chi sono i personaggi ritratti nel bel portale in pietra che, pur avendo origini quattrocentesche, è applicato da poco più di cent'anni alla facciata della chiesa di Borgo San Pietro? Se si esclude il cavaliere in posizione centrale, si notano una figura femminile, un prelato con mitria e due giovani uomini. Ecco, ci si concentri su questi ultimi, se ne distinguano le differenze. Hanno un nome: Grato (quello in basso, con il messale in mano) e Marcello (quello in alto, alla destra del Vescovo).

Chi mastica un po' di storia forlivese può aver incontrato i nomi, vaghi come la loro memoria, di alcuni santi misteriosi legati a Forlì. È il caso di Grato e Marcello, i cui titoli, da metà degli anni Sessanta, sono scomparsi dal calendario diocesano poiché “sono incerte le figure”. Fino ad allora, la tradizione voleva coniugare questi nomi con San Mercuriale, collocandoli quindi nel Quinto secolo. La loro memoria era fissata al 20 marzo (ancor prima, al 10 giugno) ma ora più che altro è sbiadita. In effetti, le notizie su loro sono confuse: chi gli attribuisce, rispettivamente, i titoli di diacono e di suddiacono, chi li crede successori di Mercuriale. Purtroppo, però, fu scelto di lasciarli soccombere alla polvere della storia: nessun forlivese, forse, si ricorda chi fossero. Si sa che il 14 maggio 962, in un atto di permuta conservato nel Libro Biscia, viene citato il monastero Sancti Mercurialis et Grati, quindi la più famosa abbazia liviense avrebbe, a quel tempo, avuto una doppia intitolazione. Anche a Ravenna, in quegli anni lontanissimi, era presente un monastero dedicato ai Santi Mercuriale e Grato. Più avanti si farà menzione del culto di San Marcello, unendo tutti e tre come in una formula: pro amore Dei et sue Matris et beati Mercurialis et Grati et Marcelli.

Secondo l'antica leggenda, Grato e Marcello erano discepoli di San Mercuriale. In particolare: il generoso Grato custodiva il patrimonio della chiesa forlivese, presiedendo pure alla distribuzione delle elemosine. Marcello, invece, sarebbe stato guarito dalla cecità e convertito da Mercuriale e Grato. Antiche fonti indicano che i due avrebbero collaborato con Mercuriale nella lotta contro il drago che infestava il Ronco. Durante tale combattimento, la bestia immonda avrebbe accecato col fiato igneo il giovane Grato (chiamato anche Grado), guarito poi da Marcello (insomma, non si capisce bene chi fosse il non vedente). Lo storico noto come Novacula, alla fine del Quattrocento riporta che nel 460 i due santi avrebbero favorito la traslazione delle reliquie di San Valeriano (altro patrono dimenticato) in Cattedrale. Pare tuttavia ingarbugliato tutto ciò che riguarda queste figure degne di venerazione da tempo immemorabile. Secondo una tradizione, i due sarebbero morti prima di San Mercuriale e da lui interrati. Secondo un'altra è vero il contrario. Secondo alcuni furono sepolti in Cattedrale, secondo altri in Santo Stefano che poi sarebbe diventata la nostra abbazia di San Mercuriale. Più prosaicamente è plausibile che siano stati gli immediati successori di San Mercuriale come Vescovi di Forlì, il loro culto antico avrebbe garantito il titolo di Santi di cui sono conservati, nell'abbazia di piazza Saffi, i crani e alcune ossa. Unico aggancio con una storia leggendaria (è il privilegio dell'inumazione), le reliquie possono contribuire a ricostruire un ritratto delle due figure misteriose. Si possono, per così dire, guardare negli occhi due forlivesi antichissimi, vissuti alla fine dell'Impero romano d'Occidente. Dal teschio attribuito a Grato, morto in età avanzata, si sa che aveva una fronte molto spaziosa e delle orbite oculari tondeggianti. Anche Marcello sarebbe morto vecchio, era alto circa 166 centimetri, robusto, caratterizzato da un viso allungato e probabilmente esotico: forse veniva dalla Siria o dal Libano.

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