Il Foro di Livio

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A cura di Umberto Pasqui

I tre giorni della rabbia forlivese

Un gruppo di donne incollerite prende d'assalto il mercato. Ecco ciò che accadde a Forlì tra la fine di giugno e l'inizio di luglio del 1919.

Sul calendario sarebbero da segnare col pennarello rosso. Tre giorni di rabbia si addensarono su Forlì il 30 giugno, il 1° e il 2 luglio 1919. La cronaca concede spazio al grave malcontento susseguente alla fine del primo conflitto mondiale: la vittoria mutilata? Eccola servita. Di lì a poco sarebbe scattata l’operazione Fiume da parte di D’Annunzio e dei suoi legionari. Uscire dalla guerra, per Forlì come per tutta Italia, oltre a lutti e ferite insanabili, significava un inesorabile aumento dei prezzi. I pomodori, giusto per dire, avevano raggiunto le 10 Lire al chilo (valore odierno: più di 14 Euro) mentre un uovo costava 50 centesimi (oggi sarebbero 70 centesimi di Euro). Gli strascichi dell'impresa bellica avevano impoverito tutti; l'esasperazione da parte dei meno abbienti era palpabile già da un po'. 

S’innescò una bomba sociale aggravata dalla paura (o dall'entusiasmo) per ciò che era accaduto in Russia, la rivoluzione. Insomma, l’onda lunga e internazionale investì il Cittadone nel bel mezzo del 1919. Superata la metà dell’anno, infatti, il tumulto si tradurrà in un’ondata di scioperi: a metà giugno, per esempio, incrociano le braccia i maestri. Altre categorie, a poco a poco, si aggiunsero. Sarà un crescendo fino a quel dì, il 30.

È un lunedì, giorno di mercato, sulle 9 una turba di donne e ragazze si presenta in piazza delle Erbe buttando all’aria i banchi di frutta, verdura, uova. Non lo fa per rubare, la folla, ma per distruggere e calpestare ogni cosa. Le donne, poi, si recano in pescheria e fanno a pezzi tavoli gonfi di prodotti del mare pestando poi il pesce abbondante e rendendolo, pertanto, ben lontano dall’essere commestibile. La furia femminile non s’arrestò qui: se risparmiarono le vendite municipali del Foro Annonario, corsero in seguito verso piazza Saffi dove c’erano banchette di merciai, altre vittime sorprese, e, presi di mira gli ambulanti di articoli casalinghi, iniziarono a rompere piatti e a lanciare stoviglie. 

Il fatto è talmente sconcertante che restano aperte solo le farmacie mentre la turba percorre le vie della città con l’idea di recarsi in stazione perché c’era un vagone d’uova da distruggere. Il motto delle rivoltose era: distruggere, non saccheggiare. Così furono rubati polli per essere uccisi e recati in dono all’ospedale. Un disastro contagioso: stanno chiusi i negozi, i caffé, addirittura le chiese. Inoltre, ci si mettono pure i ragazzini che, armati di bastone, corrono gridando lungo la città per imporre lo sciopero generale. Il fenomeno durò tre giorni con l’abbandono di esercizi, stabilimenti, con la proclamazione di serrate: a versare benzina sul fuoco pensarono oratori repubblicani e socialisti. Questa violenta agitazione popolare, suscitata dall’aumento dei prezzi dei generi alimentari che da mesi avevano stratificato malumore e scontento, ebbe la sua reazione con arresti, feriti e gente malmenata dalla forza pubblica. Fatti che aumentarono - era da dire - la rabbia. Le manifestazioni scoppiarono spontanee “all’infuori delle organizzazioni economiche dei partiti politici” si affretta a precisare “Il Pensiero Romagnolo”, settimanale repubblicano.

Un terremoto con duplice scossa, ondulatorio ma leggero, aveva preceduto, nella notte, la folle giornata. Le autorità municipali e il Prefetto si apprestarono a concordare un calmiere dei prezzi per placare gli animi esasperati. In particolare, cala il latte. Tuttavia non bastò per evitare, il 1° luglio, gravi incidenti tra la folla e i negozianti che avevano voluto tenere chiuse le serrande. I garzoni dei barbieri si danno al tumulto per avere una paga più pasciuta: si scende a patti anche con loro. La tensione serpeggiò anche il dì successivo ma finalmente dalla mattina del giorno 3 la vita riprendeva normale o quasi. Quasi: perché gli scioperi poi, seppur per così dire pacati, proseguirono. Il 23 luglio, per esempio, restano chiusi i Caffè della Posta, Pasqui e del Corso perché i camerieri volevano aumenti di paga. 
La seconda parte del 1919 alternerà simili episodi, tanto da rendere amare le considerazioni dell’anziano conservatore Filippo Guarini che nel suo Diario, paventando la rivoluzione, scrive: “Non si sa come mangiare né come vestire; tutto è caro e cresce ogni giorno vertiginosamente”. Pertanto aggiunge: “Il così detto proletario è pieno di soldi; l’odiato borghese non ne ha; mai come ora, il ventre è il dio dell’uomo”. La pancia dei forlivesi ha ormai preso il sopravvento.

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