Il Foro di Livio

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Il 25 luglio visto da Forlì

L'ordine del giorno che, nella tarda serata del 1943, sfiduciò Mussolini, letto in piazza Saffi. Cosa accadde in quelle ore concitate?

Nella notte tra il 24 e il 25 luglio 1943, i membri del Gran Consiglio del Fascismo votarono l'ordine del giorno che, sconfessando Mussolini come Capo del Governo, segnò la fine del fascismo stesso ad opera dei suoi gerarchi. Un momento storico importante e controverso che non poté passare nel silenzio a Forlì, in un momento già tragico per la guerra ormai infinita e destinata alla sconfitta. Nella confusione generale, "Il Resto del Carlino" scrive di grandi manifestazioni in tutta Italia per salutare la decisione di Vittorio Emanuele III di mettere fine al governo del Predappiese. La notizia del colpo di scena si diffuse però gradualmente. Spunta poi un piccolo trafiletto che riporta: "La notizia, sparsasi a tarda ora nelle città e nei centri minori attraverso la radio, ha dovunque riversato il popolo per le strade. Improvvisati cortei si sono radunati acclamando al Sovrano, a Casa Savoia, al Maresciallo Badoglio, alle Forze Armate e intonando gli inni cari alla tradizione sabauda ed italica del nostro Risorgimento". E poi: "Nelle maggiori città, le manifestazioni hanno assunto un carattere più spiccato e più alto: cortei, bandiere, inni, acclamazioni al Sovrano hanno mostrato all'evidenza l'intatta passione italica che sempre è fermentata nei cuori anche più umili e schivi che di tutta la Nazione fa un solo ed immutabile crogiolo di ideali e di sentimenti". E a Forlì, cosa accadde? Antonio Mambelli, nel suo "Diario degli Avvenimenti", racconta di colonne di dimostranti che agitavano "ritratti del Re, di Garibaldi" e di "una grande fotografia in cornice di Giacomo Matteotti". Agli edifici sventolavano bandiere, "nessuna rossa, però". Seguono note sulle bastonate a fascisti noti, alla distruzione dei busti di Mussolini e discorsi dal balcone municipale di piazza Saffi da parte di Cino Macrelli, Aldo Spallicci e Alessandro Schiavi. Alla folla fu raccomandata "calma e disciplina". Il segretario federale conte Paolo Maria Guarini prese atto del tracollo del regime anche se ben presto si capirà che la guerra, in seguito, avrebbe presentato il conto più salato e doloroso. Il forlivese Manlio Morgagni, fedele sodale di Mussolini nonché presidente e direttore generale dell'Agenzia Stefani, megafono giornalistico del fascismo, dopo aver diramato il breve comunicato dove veniva confermato che "il Re e Imperatore ha accettato le dimissioni dalla carica di Capo del Governo" e la sua sostituzione con Badoglio, il 26 luglio 1943 si tolse la vita appena ebbe saputo dell'arresto del Duce. 

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Dal sagrato del Suffragio, don Alfredo Ghinassi, allora rettore della bella chiesa all'inizio di Borgo Cotogni, alla pagina del 25 luglio così annota: "La radio delle ore 22.45 annunciava la rinuncia del capo del governo, S.E. Benito Mussolini nella mani di S.M. Imperiale il Re Vittorio Emanuele III il quale dava l'incarico al Maresciallo d'Italia Pietro Badoglio di costituire il nuovo ministero con pieni poteri ed ordinava lo stato d'assedio in tutto il regno". Tuttavia, "pochissimi furono coloro che ebbero tale notizia, però al mattino seguente si sparse in un baleno e fu accolta con moltissima gioia perché naturalmente segnava la fine del fascismo di cui si era stanchissimi". Inoltre, "alle nove cominciarono gli assembramenti di grande folla in piazza e per le vie principali, era anche mercato, essendo lunedì e quindi la folla ingrossava sempre più e cresceva pure in agitazione". La forza dell'ordine "è stata prontissima a circondare i ritrovi dei fascisti nei diversi rioni della città, anche per evitare incendi e devastazioni che davvero non avvennero se non piccoli abbruciamenti di registri di carte tolte dai rioni e bruciati nella strada". Non tralascia il fatto che sia volata "qualche bastonata" contro "gli squadristi più in vista". Poi, tra le 13.15 e le 13.45, suona l'allarme antiaereo, "forse per fare meglio sfollare la città". Ai muri forlivesi erano attaccati "i proclami di S.M. il Re Imperatore e di S.E. il Maresciallo Pietro Badoglio invitanti alla calma, perché la guerra continua, ed esortando tutta la Nazione a stare unita per non dare maggiore esca a nemici esterni". Eppure, quel 25 luglio 1943, era iniziato come un normale (se così si può definire) giorno di guerra: "Dalle 0.45 alle 3.45 allarme, in chiesa a recitare il Rosario ed altre preghiere e quindi sdraiato nella solita panca e poscia a letto fino alle 6". Altre sirene suoneranno dalle 9.45 alle 10.15. Alle 20, invece, iniziava il triduo alla Madonna del Fuoco "per ottenere la pioggia". La lunga giornata del 26 avrà termine alle 21, quando, per il coprifuoco, anche ai più facinorosi era proibito rimanere in giro fino alle 5 del mattino. Tuttavia, "la folla vorrebbe la fine immediata della guerra e l'allontanamento dei soldati tedeschi dal suolo della Patria" ma, pure il sacerdote ammette: "due cose per ora impossibili per quanto assai desiderabili". 

Il Foro di Livio

" Vi racconto la storia del ""Foro di Livio"". Insegno, ma sono anche giornalista. Sono dottore in Giurisprudenza ma anche in Scienze religiose. Osservatore curioso, sono appassionato di storia locale e di musica del Settecento. Ho il vizio di scrivere e pubblicare (con discrezione) saggi, manuali, racconti. Mi occupo anche di birra, ma questa è un'altra storia "

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