Martedì, 28 Settembre 2021
Il Foro di Livio

Opinioni

Il Foro di Livio

A cura di Umberto Pasqui

Il forlivese che rubò la bandiera turca

Tra il 7 e il 10 agosto 1685, Giuseppe Orselli fece suo un bottino di guerra e lo donò alla Madonna del Fuoco

Tra l’Austria e l’Impero Ottomano, nel 1683, scoppiò una guerra e fece scalpore (e terrore) il fatto che i turchi giunsero ad assediare Vienna. Per questo venne promossa una Lega Santa cui avrebbe aderito Venezia. In tale situazione s’innesta la vicenda di un forlivese: Giuseppe Orselli. Il cognome lascia intendere che si trattasse di un esponente della nobile famiglia che, almeno nella parte finale della sua storia, era proprietaria del bel palazzo in via delle Torri, demolito con troppa disinvoltura in seguito a danneggiamenti di guerra, tra gli anni Cinquanta e il 1970. Al suo posto ora ci sono i Giardini omonimi (e grazie al Cielo non è sorto un altro pessimo esempio della smania cementizia della Forlì anni Sessanta). 

Insomma, questo Giuseppe Orselli, tra il 7 e il 10 agosto 1685, si trovava in Morea (cioè nel Peloponneso che, grazie ai successi della Lega Santa, sarà assegnato alla Repubblica di Venezia). Nelle vesti di ufficiale militare, guidava i suoi soldati contro gli ottomani, collaborando a costruire l’argine per difendere la cristianità dalle invasioni islamiche. C’era poco da scherzare, la battaglia si palesava durissima e l’esito non certo scontato, tanto che da buon forlivese fece un voto alla Madonna del Fuoco: se fosse sopravvissuto avrebbe donato al Santuario della Beata Vergine i cimeli da lui raccolti. Cos’aveva? Si narra di una bandiera, di un elmo e di una scimitarra strappati al nemico. In effetti, salvò la pelle. A missione compiuta tornò in Patria e ricordò di onorare il voto. Il giorno dell’Epifania del 1686, davanti alla porta del Duomo si presentò l’Orselli con la bandiera, seguito da soldati con altri trofei. In chiesa erano presenti le autorità del tempo, Vescovo e magistrati: numerosa e curiosa la folla che seguiva con emozione l’evento inconsueto. 

Con la solennità barocca propria del periodo, il bottino fu posto ai piedi dell’altare della Beata Vergine. Sia chiaro: la bandiera ottomana, nel suo percorso dall’uscio del Duomo alla Cappella della Madonna del Fuoco, fu portata lasciandola strisciare a terra, per rendere visibile ai forlivesi di ogni censo l’umiliazione inferta ai turchi. Fu quindi benedetta, e con essa gli altri oggetti portati dal campo di battaglia. Dopo il Te Deum, seguì una processione fastosa cui prese parte un numero impressionante di cittadini di Forlì. Per qualche tempo la bandiera rimase in vista, nella Cappella poi affrescata da Cignani. Poi scomparve alla vista dei fedeli. 

Gli Orselli, famiglia di uomini d’armi e di benefattori, avrebbero terminato la linea maschile con un altro Giuseppe, anch’egli, a suo modo, uomo d’arme (declinato secondo i tempi risorgimentali) morto nel 1843. Il suo erede, Luigi Pasini, fu l’ultimo della stirpe ad abitare nel Palazzo di via delle Torri. Benché abbia vissuto per lo più a Bologna, morirà proprio nell’edificio di Forlì il 2 novembre 1917 assistito dalla moglie. La vedova, la marchesa Elena Pasqui Orselli, lo seguirà dieci anni dopo e lascerà per legato una somma ingente all’opera pia che ora si chiama Residenza Zangheri. Dal 1924, l’imponente Palazzo settecentesco sarà sede del Collegio Educativo Maschile Orselli gestito in un primo momento dai religiosi dell’ordine di San Filippo. Vent’anni più tardi, un’incursione aerea si accanì sull’area che nei decenni successivi diverrà un giardino. 

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