Domenica, 14 Luglio 2024
Il Foro di Livio

Il Foro di Livio

A cura di Umberto Pasqui

IL FORO DI LIVIO - Una diciottenne morta per amore

L'infelice storia della forlivese Vittoria Savorelli, morta diciottenne nel 1838, ebbe eco nei palazzi romani dove si svolse e fu cantata da poeti e narratori. All'estero indicarono questa vicenda come paradigma dell'esasperazione dei sentimenti tipicamente italiana, oltralpe pareva inconcepibile morire d'amore.

Leggendo su queste pagine della messa in vendita di Villa Prati, occorre “ripescare” un episodio languido e melodrammatico ambientato negli anni '30 dell'Ottocento. Che c'entra la Villa all'ombra di Bertinoro? Ebbene, era dei Prati. La nobile famiglia forlivese dei Savorelli si era stabilita a Roma dove assunse il titolo degli antichi Muti Papazzurri. Livio Savorelli si trovò così ad avere tre cognomi, a cui è da aggiungere anche quello dei Prati, antica aristocrazia forlivese che, oltre alla Villa, possedeva anche il prestigioso palazzo di corso Diaz. L’infelice storia d’amore di Vittoria Savorelli, morta diciottenne nel 1838, ebbe eco nei palazzi romani dove si svolse e fu cantata da poeti e narratori. All’estero indicarono questa vicenda come paradigma dell’esasperazione dei sentimenti tipicamente italiana, oltralpe pareva inconcepibile morire d’amore. 

La ragazza, descritta come bella, istruita ed espressiva, con il collo da cigno, era una debuttante di alto lignaggio ma pur sempre di origini provinciali. Vivace e romantica, con quel che di esotico che una romagnola doveva destare in Roma, la diciassettenne ebbe numerose richieste di matrimonio. Inaspettata fu quella del principe Domenico Doria, figlio di Luigi Doria Pamphily e di Teresa Orsini. Cognomi pesanti come il marmo, alleggeriti da un trasporto nato durante un ballo sfarzoso: l’amore è reciproco, forte, immediato. Era l’agosto del 1837. 

La giovane perde la testa e il ventunenne pure: il ballo delle debuttanti fu fatale. Vittoria è invidiata da tutte, la coppia si mostrava brillante e spiritosa, lei più raffinata, lui più spiccio. Sempre insieme, sempre presenti agli eventi importanti. In casa Doria il fatto è guardato con sufficienza, come se si trattasse di un sentimento passeggero, di una cosa non seria: anche perché, per i suoi, Domenico dovrebbe aspirare a ben altro che a una signorina romagnola. In casa Savorelli c’è sbigottimento, incredulità e paura: ci sarà da fidarsi di questi Doria? I parenti di lei non avrebbero mai pensato d’imparentarsi con cotanti signori. Finché accadde: il principe Domenico Doria si reca in casa Savorelli e chiede al padre la mano della ragazza.

Tutta Roma parla di quest’unione singolare, le malelingue sguazzano nei pettegolezzi. Finché l’ozio aristocratico è sconvolto dal colera: una strage, cinquecento morti al giorno. Doria e Savorelli si dividono: i fidanzati si scrivono, si cercano, ma il padre di lui è colpito dalla malattia e spira. Vittoria e Domenico s’incontrano al funerale, consapevoli che le nozze che stavano preparando sarebbero state rinviate. Scongiurato il pericolo colera, i due si rivedono in modo frequente e si torna a parlare di matrimonio.

Domenico si reca a Londra assieme allo zio che però manifesta la sua contrarietà alle nozze con la giovane romagnola. Tre mesi di permanenza inglese, tanto bastano a Domenico per ripensarci. Vittoria si chiude in convento, vuole stare lontana da tutti, chiusa e reclusa, accompagnata solo dalle lettere di lui che arrivano quotidiane. Nell’attesa di riabbracciarlo sceglie la solitudine e la preghiera. Dopo qualche settimana le lettere si fanno più rade, fin quando finiscono. Un giorno, però, dopo tanto silenzio, arriva un messaggio al padre di lei: presagio inquietante. Il principe Doria, distaccato e schietto, dichiara che non può sposare Vittoria. Ritira la parola data perché lo zio si oppone alle nozze. Il padre di lei scrive al fedifrago, ricordandogli la promessa, il fedifrago risponde, dicendo di essere disposto a sposare la forlivese purché lo zio tolga il veto. Cosa che ovviamente non succede. C’è poco da fare, il rampollo Doria se la sta spassando a Londra, Parigi, Bruxelles e Vienna. Vittoria lo viene a sapere e si ammala: gastrite nervosa. È gravissima, ha febbre e convulsioni. Il 17 ottobre 1838, dopo qualche ora di agonia, muore davanti alle suore del convento. 

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