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Il Foro di Livio

Il Foro di Livio

A cura di Umberto Pasqui

Il terremoto e il fuoco

Il legame della Patrona di Forlì con i terremoti: il voto del 1688 e la protezione dagli eccessi dei quattro elementi

Uno sciame sismico si è recentemente fatto sentire in Romagna; in via marginale, almeno per ora, a Forlì. Si sa che questa è terra in movimento ma si ponga in relazione tale elemento con un altro, il fuoco. Sono anche i giorni della Madonna del Fuoco che, come molti fanno osservare, non è ancor chiaro perché – nelle sue manifestazioni profane come le bancarelle delle piadine tradizionali – si esaurisca in un giorno solo. Eppure fino a qualche tempo fa esisteva una seconda ricorrenza dedicata alla Patrona, fissata dalla fine del Seicento al 28 maggio, a memoria, appunto, di pericoli scampati nel corso di eventi sismici paurosi. 

La celebrazione ebbe origine nel 1688 e, a segno di tale antica usanza, è in Cattedrale lo stendardo della “Madonna del Voto” dipinto da Felice Cignani. Per voto, la città pur nella sua parte laica (il Consiglio comunale e la magistratura dei Novanta Pacifici) promosse processioni e riti per glorificare la Madonna del Fuoco. Per sapere come andarono le cose occorre dare una letta a un libretto scritto “in diretta”, proprio in quei giorni, da Gaddo Gaddi per raccontare in uno stile stupito e coinvolgente come la Patrona “liberò la Città da tremuoti”. Nonostante lo strazio e la paura, mentre in altre città il sisma uccise, a Forlì passò senza lasciar vittime. 

Uno sciame sismico dunque attraversava la Romagna nella primavera del 1688. A mezzogiorno dell’11 aprile “crollò improvisamente la Terra con così orrendo Tremuoto che sembrò che tutta si slocasse da suoi cardini”. Pertanto “tremende scossa” pervasero “i Tetti, le mura degli Edifici” dando la percezione che queste fossero “slegate dalle fondamenta”. Sembrava a tutti un giorno di “irreparabil ruina”. I forlivesi ne furono sconcertati: “ognuno miravasi presente la morte; anzi prima della stessa morte la sepoltura”. Non faceva paura solo il presente ma si respirava “un vivo timore dell’avvenire”. Terminato l’allarme si contarono i danni: “diroccamento di una parte della volta della navata di mezo di S. Mercuriale, delle vette de’ campanili della detta chiesa, e di quella della Cattedrale, di alcune volte di Monisteri, de’ camini, de’ tegoli, degli embrici delle case, e lo scoscio di qualche parete”. Tuttavia “benché universale, pur mediocre il danno della Città nostra”, infatti “non si è sofferto un detrimento notabile”. 

In seguito all’esito non infausto, il cardinal legato, Domenico Maria Corsi, corse a ringraziare la Patrona “mediante la Sposizione del Venerabile Sagramento, e lo Scoprimento della Immagine della Madonna del Fuoco nostra amorosa Avocata”. I forlivesi giunsero “a folte schiere” per implorare “mediante la protezione della sua, e nostra dilettissima Madre, compenso alle nostre colpe”. Pochi giorni dopo, però, il 26 aprile, morì il vescovo Claudio Ciccolini e le “publiche preghiere” subirono una battuta d’arresto. A proseguirle ci pensò con “zelo veramente ammirabile” Lodovico Albertini “gentilomo principalissimo, Arcidiacono della Cattedrale, e Vicario Capitulare della Città”. Egli propose ai forlivesi “un digun per tré giorni” e una “Communion Generale”, ordinò poi “che fosse processionalmente portato per la Città il Sagramentato Corpo del Salvatore”. Al rito erano presenti pure il Legato e il vescovo Cavalli di Bertinoro. La “divota funzione” fu svolta con “cristiana modestia e profonda umiltà”. I forlivesi, allora, tirarono un sospiro di sollievo: per le strade della città “cominciava a rifiorire il verde di una incontrastabile sicurezza”. 

Però il 24 maggio “sul tocco dell’Ave Maria”, ecco “tremar la Terra con rimbombo strepitoso”, pertanto si videro “vacillar le Case, crollar le Torri, ed insomma risentirsi ogni fabrica più robusta”. A questo punto “si accrebbe in sommo grado l’orrore, e ‘l riprezzo nel cuore de’ miseri Cittadini” che si riversavano nelle piazze “contusi a stuolo” per cercare “scampo alla imminente ruina”. La paura genera disordine, infatti i più “erravano qua e là senza consiglio” o si gettavano “nelle braccia al dolore” cercando “in esso il lor conforto”. Si registrò, tuttavia, che “tutti si unirono in un sol volere, cioè a dire di ricorrere al solito patrocinio della Vergine del Fuoco, unico asilo in tutti e nostri disastri”. Quindi fu visto “un torrente di Popolo” inondare “il gran Tempio, la Casa di Dio” che divenne “Casa commune di tutti”: vi si “affolla gente senz’ordine, o distinzione de’ sezzai della Plebe, o de’ primi della Nobiltà, senza scielta di Abiti, o cultura della Persona; in fine con non altro pensiere in capo, che di penitenza, e di umiltà”.

Il “Superiore Ecclesiastico” si precipitò in Cattedrale “in un’ora importuna” e “senza vestire di altri abbigliamenti l’Altare” fece “scoprire la Santa Immagine di nostra Signora”: ciò bastò a “rasserenare gli animi annuvolati da così tetra sembianza di morte”. Si avvertiva “un confuso rimbombo di pietose voci imploranti mercé dal Figliuolo, ed intercessione alla Madre”, i confessionali erano pieni fino a “nuova aurora”, alle litanie rispondevano “i sospiri” e “lagrime sboccavano dagli occhi a pieni fiumi”. In seguito, i coraggiosi tornarono nelle proprie case, mentre vi fu chi preferì “vegliare a Ciel sereno”. Passata la notte d’angoscia giunse un giorno “ugualmente turbato”: il sole era “pallido” e il cielo “fregiato di nuvole oltre l’usato malinconiche e nere”. Teneva alta la speranza solo la “universale aspettazione di vedere esposta alla publica venerazione la Immagine della nostra prodigiosa Protettrice”. Era però da prendere una decisione politica perché “pure allora non cessava la Terra di scuotersi con sensibili tremiti”. Il Consiglio propose di intensificare ancor di più le preghiere alla Madonna del Fuoco anche con processioni grandiose. Il “Confaloniere” (il Sindaco) approvò e “già al suon festivo di tutte le campane della Città” la paura dei forlivesi andò sbiadendo. Non solo, “al comando della sua Sovrana Reina, inchiodata la Terra sopra la sua medesima base, più non ardiva di barcollare all’altrui danno”. 

Ne seguì quindi una serie di sacre funzioni cui presero parte forlivesi e forestieri in numero impressionante, tanto da preoccupare i Novanta Pacifici che in tale occasione erano servizio d’ordine. Ma non vi fu bisogno, la folla inondava le strade “senza confusione, senza strepito”, con “regola” e “misura”. Nessuno ostentava vanità: le dame erano “coperte con neri veli” e avevano “occhi immobili al suolo” e piangendo “imcomposte le chiome” procedevano in totale contrizione. Alcuni “felici Atlanti” sorreggevano “non un Cielo chimerizato” ma la “Padrona del Cielo, maggior del Cielo medesimo”. Tutti contribuirono con offerte: “furono in gran copia il danaio, l’oro, le gioie, le cere, le vesti, e altri arredi recati, e fin la povera gente, impegnato sul sagro Monte della Pietà, ciò che possedeva di maggior prezzo, l’offeriva con più sensibil piacere”. 
Le strade attraversate dalle processioni erano “maestosamente vestite di ricche tapezzerie, ornate di pitture, lavorate da buon pennello, e fregiate da tutti que’ contrasegni di magnificenza che ponno rendere appagata l’ambizion de’ mortali”. 

Si conclude con una certezza: se “le Città covicine pativano, senza molto intervallo” continue scosse con danni e tragedie, queste non avrebbero oltrepassato di “un piè il dominio Forlivese”, quasi che “Maria, usando le imperiose parole del Sovrano Motore” ordinasse al terremoto di togliere il disturbo. In effetti, in quei giorni si vide che la paura era stata maggiore del cataclisma stesso. “Domate le furie dell’Aria, dell’Acqua, del Fuoco, dovea rintuzzando anche quelle della Terra, farsi rendere il dovuto tributo a tutti quattro gli Elementi, come ad Imperadrice Sovrana dell’Universo”. E nel giorno del voto forlivese apparve “il Sole oltre l’usato più chiaro”, senza nubi “se non quanto un vento soave spirante da Ostro”. Fu collocato sulla “Piazza maggiore tutta riccamente tappezzata di nobili paramenti un gran Palco sublime, similmente coperto ancor egli di ricchi tappeti a somiglianza di un vago Teatro, sovra di cui miravasi un maestoso Altare ove doveasi collocare la Santa Immagine”. Improvvisamente iniziò a soffiare il vento “con tanta foga”, gonfiando i drappi preziosi che ornavano il luogo fino a riempire “tutto di confusione”. Ma appena fece il suo ingresso in piazza l’Immagine della Madonna del Fuoco “tacque l’impeto del vento, e si calmò l’aere poco prima sconvolto”. Testimone di questi fatti fu “un mezzo mondo di gente insieme accolta di varie Città, di varie Ville, di varie Condizioni”, tanto che la pur grande piazza “lasciava che altre strade a lei contigue ne raccogliesse gran parte”. Trombe, tamburi, boati d’artiglieria e fu finalmente festa fino al tramonto. 

Nel libretto della Novena pubblicato nel 1907 si trova una specifica preghiera “per implorare la cessazione del flagello del terremoto” rivolta alla Madonna del Fuoco. Se “siamo miseramente oppressi ed angustiati” per le “terribili replicate scosse della terra” la proposta è chiedere aiuto alla Beata Vergine. A suggello del rapporto dei forlivesi (non facilmente propensi al misticismo) con la propria Patrona, vi si legge questa frase che potrebbe suonare come una sfida affettuosa, con la certezza che la Madre difficilmente dirà di no: “Che direbbero i Popoli circonvicini e lontani, nel sapere la desolazione della povera Città di Forlì, quando da tutti si sa che Voi di Forlì siete sempre stata, con ammirazione e stupore, l’insigne protettrice?”. 

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