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Martedì, 18 Gennaio 2022
Il Foro di Livio

Opinioni

Il Foro di Livio

A cura di Umberto Pasqui

In piazza con eleganza e stravaganza

Il recupero di Palazzo Albertini: la storia di un edificio diverso da tutti gli altri e dei misteriosi speziali che lo abitarono

Il 18 dicembre 1739 moriva Francesco, l'ultimo degli Albertini: aveva poco più di cinquant'anni. La sua eredità passò alla vedova, Anna dall'Aste, che in seguito si risposò. Tra i beni in successione c'era il palazzo che prende il nome, appunto, dall'estinta famiglia Albertini. La signora Anna rimase per tutto il resto della sua vita nell'edificio quattrocentesco che si affaccia sull'odierna piazza Saffi.

Non essendoci discendenti diretti, alla morte di lei ci fu una baruffa giudiziaria trascinata in lungaggini tra varie famiglie nobili forlivesi con cui la signora era imparentata: Maldenti, Merenda, Merlini. La spuntò il marchese Cristoforo Merlini che ne fu proprietario fino ai primi anni del XIX secolo. Quindi fu venduto a Stefano Francia e ai di lui figli, fu sede del Caffé dei Patrioti, gestito sempre dai Francia, almeno fino al 1867, quando fu ceduto a Leopoldo Pettini. Nelle sale del Palazzo trovarono sede, nell'Ottocento, la Società Cittadina, circolo caro ai forlivesi del tempo, più tardi vi si radunava la Società de Pestapevar, il Circolo di Lettura e Ricreazione e, dal 1897, il Circolo Forlivese con i suoi 150 soci. 

Questa noiosa, quasi notarile, congerie di nomi dei proprietari del bel palazzo s'interrompe nel Novecento, quando diverrà pubblico, seguendo i tempi e la storia. Dopo alcuni adattamenti operati dall'architetto Ariodante Bazzero, nel Ventennio fu sede della Casa del Fascio col nome di Palazzo Littorio, ospitando altresì gli uffici del Podestà. Tra il 1944 e il 1945 vi risiedette l'ufficiale Harwell per gli Affari Civili del Governo Militare Alleato. Successivamente – per qualche anno – divenne sede della Camera del Lavoro per poi arrivare a noi come sede espositiva dalle alterne fortune, almeno fino al 1997, con "Quando Forlì non c'era", mostra dedicata alla preistoria e alla protostoria. Negli anni Sessanta fu sede dell'Istituto Statale d'Arte, voluto e diretto da Gianna Nardi Spada. Più avanti, nel 1986, ebbe come ospite eccellente Giovanni Paolo II che qui inaugurò in forma privata la mostra "Presenza religiosa nell'arte forlivese". È notizia d'attualità l'avvio dei cantieri per il recupero conservativo dell'edificio, destinato in modo ancor più incisivo a essere sede museale e vetrina di alcune delle bellezze forlivesi. Si dice, tra le altre cose, che vi andrà la Collezione Verzocchi ora a Palazzo Romagnoli. 

Tuttavia può rimanere nell'aria la domanda: chi mai erano questi Albertini, tanto da meritarsi una casa tanto bella, così diversa da tutti gli altri palazzi e palazzotti forlivesi che, con le loro facciate burbere e severe, sembrano ricalcare l'indole di molti concittadini duri fuori e ricchi dentro? I dotti in araldica abbineranno questo cognome a un puttino alato che abbraccia un pino, e difficilmente si dedurrà dal blasone che si trattava di una stirpe di speziali. La professione dello speziale, oggi da intendersi con sfumature anche piuttosto diverse quali “farmacista” o “erborista”, si occupava della preparazione di medicine e rimedi, aveva un laboratorio fornito di erbe e spezie, donde il nome.

In epoca medievale e rinascimentale era un mestiere che assicurava un tenore di vita agiato se non ricco, motivo per cui un esponente di questi Albertini volle per sé rifarsi alla moda veneziana regalando a Forlì, proprio nel cantone più esclusivo del Campo dell'Abate, un gioiello architettonico assolutamente nuovo e non più ripetuto. E dallo speziale si chiedevano pure profumi ed essenze, i colori usati in pittura e dai tintori, nonché cera, candele, carta e inchiostro, e addirittura non mancava un seppur ridotto assortimento di dolci speziati (vien subito da pensare alle piadine della Madonna del Fuoco o, chissà, alle fave dei morti). Poco più in là, sul Rialto Piazza, si trovava la Spezieria dei Poveri, fino a qualche mese fa sede di una farmacia comunale e ancora a qualche passo, all'inizio di corso Diaz, vi era un'altra spezieria, piuttosto frequentata, dove fu trovato l'affresco del Pestapepe (figura che rappresenterebbe, appunto, uno speziale). 

Lo speziale, geloso delle sue ricette esclusive (da buon commerciante avrà assicurato trattarsi delle “migliori del mondo”) le perpetuava di padre in figlio, affidandosi a un misterioso e segretissimo diritto d'autore. Tra questa schiatta di speziali si annovera il più famoso: Ludovico Albertini. Con i suoi proventi e la sua fama diede al palazzo le forme che conosciamo, denotando eleganza e stravaganza. Grazie a decenni di esperienza, infatti, aveva conquistato la fiducia di Caterina Sforza di cui divenne maestro nell'inventare intrugli per eternare la bellezza, medicamenti sperimentali e forse anche efficaci. Occorre aggiungere un lieve neo in questa cartolina: l'affaccio da Palazzo Albertini, talora, poteva essere agghiacciante. Lì davanti, infatti, veniva collocata la forca per le condanne a morte (fino a tutto il Settecento per impiccagione): il cadavere restava appeso anche per otto ore come orrendo monito. In seguito, i Battuti Neri provvedevano alla pia sepoltura del condannato inumando la salma nel cimitero degli impiccati, che allora si trovava a lato del Duomo, più o meno dove ora c'è l'edicola verso la Prefettura. 

I risultati della nuova veste per Palazzo Albertini si vedranno non prima della primavera del 2023; per lunghi anni, per varie ragioni, è stato invero un po' sottovalutato. Riuscirà ad attrarre, con la sua tipica e discreta eleganza, quei forestieri che si lasciano incuriosire – nonostante i portoni chiusi e i musei invisibili - dalla strana Forlì?

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