Il Foro di Livio

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Indagine sugli "ossi" di Ca' Ossi

Un vasto quartiere periferico conta 12 mila abitanti. Se è invalso l'uso del nome Ca' Ossi, sarebbe più appropriato chiamarlo Caiossi. Perché? Che storie si raccontano da quelle parti?

Già nel titolo c'è un errore. La dizione Ca' Ossi è abbastanza recente e ormai è stata istituzionalizzata. Eppure sarebbe più corretto parlare di Caossi, o Caiossi (come giustamente dicevano o dicono i nostri vecchi) o, ancora meglio, Cajossi, con quella deliziosa "j" intervocalica. Non si sa bene perché poi, amministrativamente, abbia prevalso Ca' Ossi, come se ci fosse una casa della famiglia Ossi. Forse per confusione con la via Ca' Rossa? Ebbene, qui gli Ossi non c'entrano nulla, semmai gli ossi (di animali, altrimenti sarebbero state ossa). La periferia forlivese, come già letto per la Baia del Re ha dei toponimi che raccontano molte cose. 

Il quartiere oggi è vastissimo, copre l'area che va dal fiume Rabbi a via Campo degli Svizzeri, tra le vie Decio Raggi e viale dell'Appennino. La zona, soggetta a un'intensa urbanizzazione che ha fatto tracimare Forlì fino ai primi rilevi, è una periferia ricca di storia e di storie, sebbene siano stati cancellati ettari di viti e pescheti. In senso stretto, però, Cajossi corrisponde a un'area più limitata, cioè il territorio tra il canale di Ravaldino (dal Mulino del Fico), viale Risorgimento, e la zona della piscina. In particolare, il cuore del quartiere ha come assi via Ribolle e via don Minzoni, in mezzo, una serie di stradine balneari con pini che resistono all'asfalto e case caratteristiche anche bassissime. Come popolazione, oggi, conta circa 12mila abitanti, cioè un decimo di Forlì, ma forse non tutti sanno di quali ossi stiamo parlando. 

Il terreno dove sorge il quartiere faceva parte dell’ampio Fondo Quarantola (il cui nome tradisce un'origine romana, da centuriazione) che da Coriano giungeva fino a S. Martino in Strada. Anticamente il piccolo borgo si presentava con poche case, fra queste è rimasta memoria di quella detta ca’ dagl’ios (casa degli ossi), talora contratta in ca' ios, sita ad angolo dell’attuale via Ponte Rabbi con viale dell’Appennino: l'edificio apparteneva alla famiglia dei macellai Gramellini e si pensa che il toponimo sia derivato proprio dal loro mestiere. Oltre alla casa “degli ossi” si ricordano anche la Bianchén (Bianchini), la Furnesa (Fornace) e l'Osteria de Bugh. Inoltre, a partire dal XIII secolo, dopo l’allungamento del canale di Calanco, nella zona c’erano due mulini, quello delle Banzole o del Fico, in prossimità dell’attuale Villa Gesuita già proprietà del tenore Angelo Masini, e il Primo Mulino alla Bertarina. Entrambi i mulini macinavano grano e cereali raccogliendo le acque del canale di Ravaldino che tuttora fiancheggia viale dell’Appennino. Insomma, come si suol dire "era tutta campagna" o quasi, fino a quando la zona agricola iniziò a diventare centro periferico: il 28 dicembre 1938 Benito Mussolini inaugurò il nuovo villaggio intitolandolo al padre Alessandro. Si trattava di un quartiere con 39 case prevalentemente bifamiliari (alcune delle quali resistono) nei pressi della rotonda (ora tra vie Minzoni e Italia Libera) al centro della quale c'era il busto di Alessandro Mussolini. Nel 1940, a prosecuzione del Villaggio Mussolini verso viale Risorgimento, vennero edificate cinquanta piccole casette per operai alcune delle quali sono sopravvissute al tempo, con la speranza che rimangano intatte. Erano le cosiddette Case Pater, realizzate dall'omonima ditta di Milano con materiali poveri per poveri: il soffitto doveva essere di canne palustri intonacate. Nell'immagine, una di esse, auspicando che il proprietario non si offenda. Si nota l'aspetto dignitoso e la piccola dimensione. Alcune di esse sono state sapientemente recuperate, altre sono scomparse. Sarebbero da tutelare. Nello stesso anno, il Comune acquista dai marchesi Albicini il podere Ca' Rossa ove ora sorge l'omonima via. 

La storia fece il suo corso e già il 27 agosto 1943 la commissione toponomastica ribattezza il Villaggio Mussolini chiamandolo ufficialmente Caiossi. Sì: Caiossi, non Ca' Ossi. E tale dovrebbe essere il nome anche oggi. Nel frattempo anche l'odonomastica muta quasi completamente: via Corsica divenne via don Minzoni, via Sebenico ora è via Carini, via Nizza si trasforma in via Amendola, via Alessandro Mussolini cambia pelle in via Italia Libera, via Malta è diventata via Buozzi, via Predappio è viale dell'Appennino... Nel dopoguerra, nonostante tutto, le cose non cambiano più di tanto. La campagna, tra Ravaldino e San Martino in Strada era servita dal viale dell'Appennino (unica strada asfaltata della zona fino al 1949) mentre viale Risorgimento era un viottolo costeggiato da un'alta siepe, olmi, ciliegi e fossi. Lo stesso viale, poi, si chiudeva a gomito con via Ribolle. Non stiamo parlando dell'Ottocento, ma fino agli anni '60 del Novecento, più o meno, si poteva vedere questo. Misteriosa l'origine del suggestivo nome "via Ribolle": così si chiamava un podere di antica appartenenza gesuita (non a caso, da quelle parti, sorge la Villa Gesuita). 

L'urbanizzazione in un luogo così allora distante dal centro, tuttavia, continuò. Nel 1948 fu edificato un altro gruppo di case e a partire dal 1954 iniziò la costruzione lungo l’attuale via Ribolle, dove nel 1958 don Giovanni Cani fondò la chiesa dedicata a San Pio X. Con l’avvento degli anni Sessanta la zona ebbe un forte incremento edilizio e mediante l’asse stradale dei viali Bolognesi e Risorgimento si congiunse col centro storico. Ora, nel quartiere, c'è un po' di tutto: un cinema (praticamente l'ultimo della città), giardini, scuole, circoli, parchi, impianti e associazioni sportivi, luoghi di culto e perfino il "K2", così si chiama un'alta collina artificiale che s'innalza tra la Villa Gesuita e San Pio X. Fino a qualche anno fa esisteva anche un mercato, ora c'è un parcheggio. Rispetto al Villaggio Mussolini, oggi Cajossi ha quadruplicato gli abitanti. 

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" Vi racconto la storia del ""Foro di Livio"". Insegno, ma sono anche giornalista. Sono dottore in Giurisprudenza ma anche in Scienze religiose. Osservatore curioso, sono appassionato di storia locale e di musica del Settecento. Ho il vizio di scrivere e pubblicare (con discrezione) saggi, manuali, racconti. Mi occupo anche di birra, ma questa è un'altra storia "

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