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Lunedì, 17 Giugno 2024
Il Foro di Livio

Il Foro di Livio

A cura di Umberto Pasqui

L’alba di San Pellegrino

Il taumaturgo forlivese apparteneva a un’importante famiglia ghibellina, i Laziosi. Ma chi erano? Cosa si sa di loro?

Quando si parla di San Pellegrino Laziosi, si ripete che proveniva da una “nobile famiglia ghibellina”. Sì, è vero, le cronache del Quattrocento citano più volte i Laziosi come esponenti della fazione ghibellina, a volte vicini agli Ordelaffi, a volte in contrasto quasi per rapporto di buon vicinato con i guelfi Morattini le cui case, appunto, se non accanto erano a pochi passi l’une dall’altre. Pure nel Cinquecento i Laziosi figurano tra i maggiorenti di una Città sedata soltanto dai Novanta Pacifici e in tale contesto per così dire, mettono da parte i bollenti spiriti. Di tanto in tanto, tra le pagine del Foro di Livio, in riguardo ad argomenti afferenti ai secoli citati, spunta qualche Laziosi ma resta una domanda che potrebbe sembrare oziosa: qual è la parentela tra il Santo e questi signori? Per mettere subito le mani avanti occorre dire che il periodo dell’indagine è poco accomodante e bisogna andare davvero a tentoni. In effetti, dei Laziosi prima di Pellegrino non si sa praticamente nulla.

L’agiografia dell’Armadori (1930) trasmette certezze: “Dei Laziosi sappiamo che presero attivissima parte alle Crociate per la liberazione del Santo Sepolcro” e per le loro prodezze ottennero, fin nel blasone, “l’aquila nera ghibellina”. Tuttavia, il titolo del primo capitolo della sua opera è “Alba nebbiosa” per ammettere che molte cose, riguardo alle origini di San Pellegrino, restano sconosciute. Sconosciute perché, se la datazione più ricorrente è quella giusta, a Forlì in quel tempo non c’erano cronisti in modo da fissare per sempre vicende anche piccole ma utili allo scopo di agganciare la figura del taumaturgo a una chiara genealogia. Altra questione è data dal fatto che la “Legenda” originale sia andata perduta già tempo addietro lasciando qualche traccia nella più antica delle agiografie superstiti, risalente al Quattrocento. 

Si tramandano i nomi dei genitori del Santo: Berengario e Flora Aspini. A suggello di ciò, nella chiesa della Santissima Trinità una lapide ne conferma la sepoltura in tal luogo. Dunque era di buona famiglia, sia il padre sia la madre appartenevano al patriziato forlivese e non lontano da piazza Melozzo avevano il proprio palazzo. Altre fonti un po’ vecchiotte (Calletti) descrivono il padre di Pellegrino, Berengario, come “bollentemente fazioso” benché pare sia stato “uomo sapiente, ricco di beni materiali ma ancora più ricco di morali qualità”.  Sarebbe stato imprigionato durante il governo dei Mastaguerra (se n’è già parlato in questa rubrica) e altro non si sa se non che da Flora ebbe un unico figlio: Pellegrino, appunto.

Nel più prosaico volume “S. Pellegrino Laziosi dei Servi di Maria” di Aristide Serra (1995), si legge che il nome del padre e della madre è informazione “estremamente dubbia”. Infatti: “Dovremo precisare che i nomi dei progenitori – identificati con Berengario Laziosi e Flora Aspini – compaiono solo tardivamente, a partire cioè dalla biografia di Bernardino Albicini”, stampata nel 1648. 

Non si rinuncia a saperne qualcosa di più, quindi ci si reca nei Fondi Antichi della Biblioteca “Saffi” di Forlì dove si può consultare una coppia di quadernoni di genealogie di stirpi forlivesi compilate con estrema pazienza da Filippo Guarini verso la fine dell’Ottocento. Nel tomo “famiglie estinte”, quando si arriva alla pagina “Laziosi” ci si accorge che anche lo scrupoloso Conte più di tanto non aveva scoperto, limitandosi (per così dire) a mettere in ordine i nomi dei Laziosi scovati qua e là tra le cronache antiche. Nonostante la grafia ordinata e il prezioso blasone colorato e disegnato sempre a mano, si palesa che il primo esponente di questa famiglia è attestato nel 1389. È un tale Bartolomeo figlio di Cola che, avendo sposato Bernardina Bonucci, ebbe tre figli: Besio, Cola, Pietro. San Pellegrino dovrebbe essere morto nel 1345 quindi manca proprio la persona che possa considerarsi anello di congiunzione. Che si sappia, non esistono memorie che chiariscano una volta per tutte la vicenda: questi posteri Laziosi potevano considerarsi di sangue affine a quello di Pellegrino? 

Guarini ricostruisce dieci generazioni della schiatta, dal trecentesco Cola fino a Pompeo, attestato nel 1644, per un totale di sessaquattro nomi. Si notano pure parentele illustri, nozze con altre stirpi blasonate: gli Alicorni, i dall’Aste, i Numai, gli Albertini, i Denti e i Maldenti.  Per i curiosi, può essere interessante sapere che il nome Cola ricorre quattro volte, il nome Lazioso tre, Bartolomeo tre, altri invece sono più semplici: Carlo, Paolo, Francesco (e Franceschino, e Cecco). Ora, la prima testimonianza di un culto pubblico a Pellegrino da Forlì, non ancora Santo, risale al 1515 quando, tra le carte notarili, si scopre che Paolo e Francesco Laziosi, patroni dell’Altare dove era sepolto l’avo, lo adornarono e promossero la celebrazione di messe devozionali per una festa in onore del taumaturgo.

Sarà per questo che troviamo negli anni immediatamente successivi degli omonimi del Santo: vi è un Pellegrino Laziosi “Cavaliere e Dottore di Legge” (1520), figlio di quel Paolo, sposato con Clizia di Nicolò Numai. Egli era zio di un altro Pellegrino Laziosi (1542) figlio di Scipione, coniugato con Elisa di Francesco Numai. Tra i nomi femminili si riscontrano Bianca, Smeralda, Olimpia, Claudia, Margherita, Antonia, Eurosia, Castorra. Viene citato pure un Giacomo “capitano” quattrocentesco mentre un Girolamo, un secolo dopo, sposerà una nobildonna romana. Le ultime generazioni segnate dal Guarini vedono un Nanni Laziosi che ebbe come figli Filomena in Claudio Speroni di Bertinoro, Bernardino, Pompeo, Cola, Tommaso, Violante in Pietro Spogliafieno. Non si indicano discendenti e tutto pare fermarsi entro la prima metà del Seicento. 

Curiosamente si scopre che a Viterbo, dal Seicento sarà iscritta nell’albo del patriziato locale una famiglia originaria di Forlì: i Laziosi. Ancor più curioso che nel viterbese diverranno noti come speziali e medici, professione che può avere qualche affinità con quella del probabile avo taumaturgo. Si fa presente che il blasone dei Laziosi laziali è lo stesso dei Laziosi di Forlì. Del ramo viterbese si può citare Antonio (1631-1698) medico e confidente dei re di Polonia Giovanni Casimiro e Michele. Sarà pertanto un aristocratico polacco mutando il proprio cognome in Zablorski, quale signore di una località che oggi dovrebbe essere nella Russia Bianca, qui avrà diciotto figli con una dama di compagnia della Regina. Giovanni Battista Laziosi, invece, si faceva chiamare fra Michele, cappuccino dalla vita esemplare e avventurosa: nel 1684 era prefetto dei cappellani delle galere (navi da guerra) pontificie e salpò da Civitavecchia verso le isole greche. Contribuì alla conquista di Santa Maura e di Prevesa fino a morire a Corfù dove venne sepolto. Tale ramo, però, pare essere estinto fin dal Settecento. 

Non solo: a Mantova, presso la chiesa dei Servi di Maria, si trova una lapide che indica la tomba di Carlo Laziosi “Forlivii natus” in cui si specifica l’appartenenza a una stirpe di “Sancti”, “Beati”, “Docti” e “Fortes ad arma”. A Bologna, nel cimitero della Certosa, si può notare il sepolcro del conte forlivese Pellegrino Tomasoli Laziosi, cavaliere di Malta morto a 55 anni nel 1818. Sua sorella era una suora francescana nel convento di Santo Stefano di Imola. Si riscontrano pertanto altri presunti parenti altrove e in questo modesto scritto si suggeriscono piste d’indagine più che risposte. Cioè, ecco i “puntini” che poi, chi vorrà, proverà a unire.

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