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L'Austria ordinò: al sacco Forlì!

Nel mezzo della guerra di successione spagnola, nel 1708 l'Imperatore Giuseppe d'Asburgo fa occupare la città con ventimila uomini

Un fatto poco conosciuto e poco approfondito. Non è facile ricordare questioni geopolitiche degli inizi del Settecento, sulla reiterata rivalità tra Papato e Impero anche in tempi così – relativamente – vicini a noi. Erano trascorsi quattro secoli dal “De Monarchia” di Dante ma alcuni aspetti sembravano molto simili ad allora. Il Sacro Romano Imperatore era Giuseppe I d'Asburgo e stava a Vienna. Carlo II d'Asburgo era re di Spagna ma morì senza eredi. Per testamento, Filippo V d'Angiò, imparentato coi Borbone, ottenne il trono di Madrid (oggi Re di Spagna è Filippo VI di Borbone). Tale fu il risultato di un pressante consiglio della Santa Sede ma provocò l'inevitabile guerra di successione.

Dall'altra parte della barricata c'erano gli Asburgo, eredi di sangue del re defunto, che sognavano di riunire sotto la stessa corona – come una volta – Spagna e Austria, dove già regnava Giuseppe I, Sacro Romano Imperatore degli Asburgo, appunto. Fu questa l'estrema schermaglia tra gli ultimi guelfi e ghibellini, tra Papato e Impero. Questa volta Forlì non fu protagonista, né si lasciò infiammare l'animo da ricorsi storici: la vicenda internazionale passò sopra la città sempre più provinciale e silenziosa. In effetti, il Medioevo era finito da un pezzo. Giuseppe I giocò d'anticipo per contrastare meglio le mosse di Papa Clemente XI: convocato l'esercito ordinò di occupare Bologna e la Romagna. Il 23 maggio 1707 giunsero a Forlì i migliori generali austriaci con ventimila fanti e con cinquemila cavalli. Tra questi alti graduati c'era il leggendario Virico Daun, principe di Teano, che si era già distinto in altri episodi della guerra di successione, soprattutto a Torino con Eugenio di Savoia. 

La città tranquilla sistemò tutta questa gente (erano complessivamente più dei forlivesi stessi) come poté, senza far storie, senza opporre resistenza (come avrebbe potuto?). La cavalleria si acquartierò sulle rive del Ronco, i fanti si distribuirono per lo più nei conventi urbani. Di questo lungo soggiorno non si sa molto, a quanto pare non avvennero soprusi degni di nota; l'intento dell'esercito asburgico era quello di raggiungere, prima o poi, Napoli. Ma le cose andavano per le lunghe. Il Santo Padre chiese aiuto alla Francia, ma da là non si mosse nessuno. Dopo ben poche azioni armate Clemente XI trattò la resa che poi si tradurrà nel riconoscere nella persona di Carlo VI d'Asburgo, fratello di Giuseppe I, quale nuovo Re di Spagna. In fin dei conti, di questo ai forlivesi non interessava molto. Però, senza un motivo comprensibile, furono vittime di dolorose ingiustizie. A Forlì si fiutava già brutta aria e gli abitanti si erano prodigati a nascondere i tesoretti di famiglia in luoghi reconditi, anche sotto terra, anche nelle chiese. Al ritorno della gran parte degli austriaci vincitori, nel novembre del 1708, questi si diedero al saccheggio su ordine del solito Daun. La paura aveva ben donde: si registrarono molestie di ogni tipo, ancor più terribili perché veramente senza senso. 

Come se non bastasse e per non correre il rischio di lasciare un buon ricordo, gli austriaci con il colonnello Chrispal pretesero dal Municipio un bottino di dodicimila scudi dei quali subito, così, sull'unghia, ne chiesero duemila. Tra Papa e Imperatore era già stato chiuso l'accordo ma l'odioso colonnello, ebbro di vittorie e di qualcos'altro, trattò per altri diecimila scudi che non gli vennero concessi. Forlì era già abbastanza stremata dopo aver nutrito il numeroso esercito che poi l'avrebbe rapinata. S'adirò e ordinò al capitano dei granatieri di mettere al sacco alle case dei forlivesi più abbienti scatenando il terrore in tutta la città. Le truppe armate entrarono nelle abitazioni mentre sentinelle osservavano dalla torre civica e dal campanile di San Mercuriale per prevenire sommosse o scampanate d'allarme. Passò come un tornado, così, all'improvviso e incomprensibile: dopo tanta pace, tanta ferocia. I tempi non erano certo quelli di Guido da Montefeltro ma per un orrendo paradosso i forlivesi – ghibellini di sangue – fecero spesa della violenza degli ultimi ghibellini. Con saggezza, l'amministrazione locale del tempo aveva ordinato che fossero chiuse le botteghe e che non ci fosse limite alla legittima difesa dei cittadini in casa propria. Passata la sfuriata, Forlì tornò nella sua quotidianità placida per quasi novant'anni, fino all'arrivo di altri stranieri: i francesi. 

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