Il Foro di Livio

Opinioni

Il Foro di Livio

A cura di Umberto Pasqui

L'inventore del Medioevo

Il forlivese Flavio Biondo è stato un umanista noto in tutta Europa. E oggi, i suoi concittadini sanno chi era?

Già il nome è confuso: Flavio Biondo, Biondo Flavio. Nonostante più comunemente verrebbe da scegliere la prima ipotesi, pare più esatta la seconda. L’erudito era nato a Forlì nel lontano 1392 da Francesca e Antonio Biondi. Siamo in un periodo in cui il cognome non è così cristallizzato come oggi, sicché, se è vero che si sa che suo nonno si chiamava Gaspare Biondi, egli poi scelse di chiamarsi Blondus Flavius, cioè Biondo Flavio. Cosa che crea ancor più confusione è che gli aggettivi blondus e flavius in latino si equivalgono. 
Eppure la sua fama fu europea, ancora nel Settecento era citato da Voltaire. L’umanista nato a Forlì per secoli fu sinonimo dell’intellettuale che studia il passato per proporlo a modello per il futuro. Uno studio quasi ossessivo che sembra avergli fornito non estraniamento, ma un forte radicamento in un mondo che stava cambiando, il passaggio verso l’età moderna. Un suo progetto incompiuto, per fare un esempio, era la compilazione di un trattato sulle navigazioni atlantiche dei portoghesi (1459) qualche decennio prima della spedizione di Cristoforo Colombo. Fu l’autore di tre enciclopedie che sono alla base di tutte le opere successive sulle antichità romane e coniò per primo il termine “Medioevo”. La parola comparve in un volume da lui scritto, una storia d'Europa dal 412 alla sua epoca. Con essa, Biondo descriveva il periodo scaturito dalla caduta dell'Impero Romano d'Occidente (476), così la intendiamo oggi. 

Come ha fatto un forlivese dal nome incerto a diventare tanto noto? Pare che appartenesse a una famiglia di possidenti, forse aristocratica ma ben lungi dal navigare in buone acque. Qualche debito qua, qualche debito là, e forse ai “biondi” vennero i capelli bianchi per paura delle insolvenze. Nonostante tutto, il giovane Flavio (o Biondo), crebbe in un ambiente ricco di stimoli. Il padre, probabilmente notaio o amministratore di corte, quasi certamente tanto colto quanto ambizioso, lo introdusse nell’ambiente della Forlì bene, del giro che conta non solo a livello locale. Infatti, sfruttando l’onda ghibellina e dell’ascesa di Gian Galeazzo Visconti caro agli Ordelaffi, scalò a poco a poco i gradini del bel mondo. Se poi la fortuna politica conobbe fasi alterne, riuscì comunque a galleggiare, auspicando una sottomissione di Forlì a Venezia, preferendola alla Roma dei Papi. 

Questo fa capire che prima di dire che Forlì è “provinciale” occorre ricordare che al tempo di Flavio Biondo o Biondo Flavio il meditullium (come diceva Dante) della Romandiola (Romagna) era un punto politicamente nevralgico, aperto all’influenza di Milano, di Venezia, di Roma. Una terra di tutti e di nessuno, un nodo della storia e delle complesse alleanze di quella congerie che ora si chiama Italia. Pur rimanendo legato alla Romagna, non è campanilista. Biondo sa stare a corte, sa che i signorotti locali sono passeggeri e, anzi, quasi quasi disprezza i tirannucci e relativo stuolo di faziosità. In ogni modo, quasi prendendo parte a un Erasmus ante litteram, si forma, seguendo le orme paterne, più che altro all’estero: in Lombardia, presso Visconti e addentellati. 
Milano gli permetterà di ampliare le sue influenti amicizie e di corroborare i suoi studi da cancelliere. Muzio Attendolo Sforza lo chiamerà come segretario in Puglia, i Malatesta lo vorranno a Rimini, i Gonzaga a Mantova. Era ormai noto per l’erudizione, per la sua profonda conoscenza del latino, per la sua scrittura svelta e corsiva, per la sua perizia nel decifrare caratteri antichi. Riservato, puntiglioso, appassionato: era innamorato della classicità. E fu tra i primi che intuì il respiro dell’Umanesimo. Per questo coniò il termine Medioevo che ancora oggi è ingiustamente detto con una punta di disprezzo, come se quei mille anni fossero stati immobili e infecondi. 

Compromesso con Milano, quando iniziò a tirare un vento avverso fu bandito da Forlì. L’esilio, durato dal 1423 al 1425, non gli impedì di sposare la forlivese Paola Maldenti da cui ebbe dieci figli. In questo biennio lo si trova a Imola, Ferrara, Treviso, Venezia, Vicenza. Il Maggior Consiglio della città lagunare gli concesse la cittadinanza veneziana, è presente anche a Brescia, per dare una mano alla difesa militare della città. Riuscì a tornare finalmente a Forlì ormai ricco di fama: venne assunto dal cardinale Capranica.
Da qui la svolta: fu attratto verso la carriera curiale. Nel 1432 è chiamato a Roma e nominato notaio della Camera apostolica, nel 1434 è segretario pontificio, divenendo il più fidato collaboratore di papa Eugenio IV, riuscendo a sbrogliare con la diplomazia delicate situazioni. 
Poteva passare inosservata a Forlì questa fama? Certo che no, tanto che Antonio Ordelaffi, nel 1434, sequestrò i suoi beni proprio perché ormai visto come servo del Papa

Innamorato in modo viscerale del latino classico, studiandone le sopravvivenze dialettali, vide nella lingua una stabile istituzione romana. Di una Roma non corrotta dalla barbarie. Per questo auspicava e vedeva una rinascita (che poi si chiamerà Rinascimento) dopo un millennio di lingua imbarbarita e divenuta volgare. Il latino, sosteneva, è scomparso per l'aggressione delle lingue germaniche, pertanto occorre ripulire l'idioma e farlo risorgere.
Particolarmente ferrato anche in studi storici, in filosofia, geometria, musica e astrologia, svolse con la professionalità del burocrate laico il suo servizio in Vaticano. La sua opera più conosciuta è l’Italia illustrata, paziente compilazione critica di geografia, storia, personaggi, luoghi. Antichità e contemporaneo si fondono nelle testimonianze dei viaggi che lo stesso Autore fece tempo prima. Il burocrate del Papi (Eugenio IV, Niccolò V, Callisto III e Pio II) vedeva nello Stato della Chiesa la vera prosecuzione dell’Impero romano di cui scrisse un importante volume dedicato alle scoperte archeologiche, in tempi in cui la storia dell’arte antica stava per diventare di tendenza. 
Visse gli ultimi anni in ristrettezze economiche e morì a Roma il 4 giugno 1463. Per convenzione, l’età moderna non era ancora iniziata; per Biondo Flavio, sì.

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