Il Foro di Livio

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La Forlì da Barriera

Il 5 giugno 1864 apre al transito la Barriera Mazzini. Il 19 maggio 1944 sarà bombardata. Tra queste due date la storia di una città scomparsa.

Nella sua storia recente, Forlì ha avuto alcune barriere. Le strutture erano funzionali al dazio: per entrare in città occorreva denunciare le merci in entrata e uscita pagando quanto dovuto. Le mura, da scopi inizialmente difensivi, fino al loro smantellamento sono servite come confini fiscali. Subito al di fuori delle barriere daziarie, e questo è un fenomeno comune a tutte le città d'Italia, sorsero attività imprenditoriali per le quali era più economico stare oltre. Nacquero così dei quartieri, delle zone industriali e artigianali. E, nel caso forlivese, è evidente se si tratta di Barriera Mazzini. Lì prosperarono, per esempio, l'Orsi Mangelli, la Forlanini e, ancor prima, la Fabbrica della malta Gori. 

La Barriera Mazzini sorse in quell'Ottocento che volle cancellare il medioevo (le Porte, simili a quelle di Bologna), abbattendo antichi archi per innalzare palazzine dai nomi risorgimentali: così Forlì ebbe la Barriera Saffi (alla fine di corso Diaz), la Barriera Vittorio Emanuele (alla fine di corso della Repubblica), la Barriera Mazzini (alla fine di corso Mazzini). Solo Porta Schiavonia ha mantenuto inalterati struttura e nome, salvo qualche volta trovarsi indicata come Porta Garibaldi. Tutte le barriere, oggi, sono scomparse. Si può dire che Forlì ora ha solo due entrate solenni: da corso della Repubblica, con i monumentali "palazzi gemelli" che riprendono, in effetti, le forme delle strutture daziarie, e da corso Garibaldi, con l'arco di Schiavonia. Gli ingressi dal mare e dal monte rimangono solo abbozzati, imprecisi, sincretistici. L'area un tempo occupata dalla Barriera Mazzini oggi ha completamente cambiato volto. In tempi antichi non era nemmeno la principale uscita per Ravenna, la Porta San Pietro era poco più che un passaggio attraverso un'antica rocchetta di cui la città si volle sbarazzare. Prima dello spostamento del fulcro del centro storico verso l'attuale piazza Saffi, era Porta Santa Chiara (ora se ne leggono tracce sotto l'omonima rotonda) a dare il benvenuto a chi fosse venuto dal mare. Tra Porta Santa Chiara e Porta San Pietro c'era Porta della Rotta, alla fine dell'attuale via Palazzola. 

Sorta in un luogo carico di storia, la Barriera Mazzini fu l'ultimo tentativo di ingresso armonioso da quel lato della città. Fu l'ingegnere Callimaco Missirini che la disegnò a spese del Comune, in forme neoclassiche. Nelle fotografie del tempo si nota che nei pressi delle volte del manufatto ottocentesco ci fosse un gran passaggio di persone, o gente in posa, fiera della composta ed elegante armonia della propria città. Cifra che da quelle parti, in questo secolo, comporta una sfida alla fantasia. La "Forlì da Barriera" è un capitolo chiuso della storia liviense ed è una grave perdita. Era un punto di ritrovo, un punto di passaggio, un punto di sosta. Il traffico del secolo ventesimoprimo restava inimmaginabile. Le due palazzine gemelle unite tra loro da un cancello di ferro furono aperte al transito il 5 giugno 1864. Prima di quella data, lì c'era la Porta di San Pietro, anticamente innestata nell'omonima rocca di cui la città volle disfarsi già a metà del Settecento. Eppure quella rocca, tanto cara a Francesco Ordelaffi, ospitò nel 1488 Caterina Sforza e figli dopo l'omicidio del marito. Su una parete della Porta era incastonata una formella in cotto che descriveva l'anno del rifacimento delle mura per opera della Tigre di Forlì nel lontano 1498. La tavoletta riapparve una decina di anni fa in una collezione privata. Il 15 maggio 2009 fu collocata una copia esatta della formella sul muro del condominio Aurelio (al termine di corso Mazzini) su proposta di Gilberto Giorgetti. 

La Porta, innestata nella rocca, come detto, resistette fino al 1862. Se gli amministratori del tempo fossero stati più accorti, Forlì avrebbe mantenuto l'edificio medievale che ora sarebbe all'altezza della rotonda con la grande ruota dentata. Erano state infatti eliminate senza troppi pensieri le ultime testimonianze della Rocca San Pietro, in buona parte demolita già cent'anni prima. La Barriera così ospitò la pesa pubblica, uno sportello della Cassa dei Risparmi, uffici postelegrafonici. Era anche una comoda fermata della tranvia Meldola-Forlì-Ravenna. La sua vita, però, fu breve: il 19 maggio 1944 si registrò il primo grande bombardamento anglo-americano su Forlì. Si parla di 150 bombe di medio calibro sganciate a grappolo sulla fascia ferroviaria. I morti furono 140. Tra le vittime di mattoni ci fu anche la Barriera i cui padiglioni, in seguito ai danni, furono atterrati nel 1945 per lasciar posto al nulla. Rimane il dubbio che, con adeguati interventi, si sarebbe potuto scongiurare l'abbattimento: ma allora (e anche in tempi più recenti) non si badava a queste cose. Insomma, è assai probabile che la Barriera si sarebbe potuta recuperare. Invece oggi, quale cornice all'ingresso su corso Mazzini si vedono il "palazzo del Bar Nazionale", della fine degli anni Quaranta, e l'edificio sul lato opposto, voluto dalla Cassa dei Risparmi (vi era uno sportello, quello che un tempo stava nella Barriera) e progettato dall'ingegner Giorgio Zagatti nel 1971. Il risultato è ora una lacuna, un senso di incompiutezza che ultimamente è stato corretto dall'arredamento intelligente della rotonda con la grande ruota dentata. Spiace però che si sia perso ogni indizio di simmetria propria della Barriera che fu e che dovrebbe essere in qualche modo riproposta. E' verosimile che nessuno abbia mai pensato di ricostruire il progetto di Callimaco Missirini specialmente per mutate esigenze di viabilità, tuttavia per una città che volesse rilanciarsi anche in ragione di un'identità di valore non sarebbe un'idea da scartare. Fino a qualche tempo fa, i commercianti di Borgo San Pietro innalzavano in occasioni festive una riproduzione in cartone della Barriera alla fine di corso Mazzini, riproponendo - benché in modo effimero - un colpo d'occhio che i bombardamenti hanno rubato. 

Il Foro di Livio

" Vi racconto la storia del ""Foro di Livio"". Insegno, ma sono anche giornalista. Sono dottore in Giurisprudenza ma anche in Scienze religiose. Osservatore curioso, sono appassionato di storia locale e di musica del Settecento. Ho il vizio di scrivere e pubblicare (con discrezione) saggi, manuali, racconti. Mi occupo anche di birra, ma questa è un'altra storia "

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