Venerdì, 12 Luglio 2024
Il Foro di Livio

Il Foro di Livio

A cura di Umberto Pasqui

IL FORO DI LIVIO - Alla scoperta della romagnolità: e la gallina del vicino diventa un'oca

In pieno fervore di riscoperta della romagnolità, Aldo Spallicci curava un'antologia in dialetto per le scuole "con esercizi di traduzione in italiano". Vi si leggono proverbi, racconti, storie, indovinelli, illustrazioni. Ed emerge la saggezza dei nostri vecchi, che ora più che mai è da salvare.

L'invidia, brutta bestia. Così una semplice gallina può trasformarsi in un'oca, se è del vicino. O addirittura in un pavone, le cui penne occhiute ricordano che la vista, spesso, inganna. Questo è uno dei modi di dire che viene rispolverato in un interessante fascicolo degli anni '20. Nella versione originale suona così: La galena de' vsen la pêr un'oca.

In pieno fervore di riscoperta della “romagnolità”, Aldo Spallicci curava un'antologia in dialetto per le scuole “con esercizi di traduzione in italiano”. Nella “parte seconda” (per la quarta classe elementare), si leggono proverbi, racconti, storie, indovinelli, illustrazioni seppiate come la carta che inevitabilmente, nel frattempo, è ingiallita. Infatti, il libretto di un'ottantina di pagine fu pubblicato nel 1926 “in conformità dei Programmi Ufficiali del 1° ottobre 1923” da Remo Sandron Editore. “La Teggia” è il titolo della raccolta che attinge da tradizioni popolari o da altri ricercatori e studiosi della fonetica, dell'idioma e della cultura tipica di queste parti. Costava tre lire ed era inserita in una collana di altri “libri regionali” approvati dal Ministero della Pubblica Istruzione. La riforma Gentile, infatti, consigliava di avvicinare gli scolari alla lingua italiana attraverso lo studio dei dialetti e della cultura regionale. Questa è una delle tante opere che l'intellettuale romagnolo dedicò agli studi folclorici della sua terra. 

L'intento, secondo Spallicci, era questo: “Assecondino i maestri quest'opera che porterà buoni frutti alla letteratura nazionale di domani, e prendano a cuore la forma e lo spirito di questo vernacolo (…) uno dei più interessanti d'Italia, essendo rinchiuso tra l'Appennino e il mare ed avendo conservato così, poco toccato dall'influsso degli altri, più pure le native impronte”.

Tra le illustrazioni spicca il sepolcro di Barbara Manfredi ancora collocato nella chiesa di San Biagio, prima che un'ultima sciagurata propaggine di guerra distruggesse, alla fine del '44, lo storico e prezioso luogo di culto forlivese. Ora, ricostruito pezzo per pezzo, il monumento quattrocentesco vale una visita in San Mercuriale. 

Sfogliando “La Teggia” dalle pagine color piadina (se così si può dire) in queste calde giornate, si può ricordare che: E' sol l'è l'uröla di purett, cioè il sole è il focolare dei poveri. I più romantici, nelle notti estive, ammireranno la scia de La strê ch'la mena a Roma (la Via Lattea), se l'inquinamento luminoso di Forlì ancora lo consente. E magari assaggiare qualche acino di agliédga, cioè “uva lugliatica”.

Così tornano alle orecchie suoni, storie ed espressioni che sbiadiscono, come Sté impëtt (rendersi garante), o Mél de' paes (nostalgia). Nostalgia per un mondo che pare lontano, o vivo solo attraverso testimoni anziani. Dunque, chi ancora conserva modi di dire particolari di Forlì e dintorni (in molti casi già tramandati e pubblicati da Spallicci e altri) può comunicarli e condividerli anche attraverso questa rubrica

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