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Il Foro di Livio

Opinioni

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A cura di Umberto Pasqui

La sciagura Spagliafeno

Anno 1514: il vento porta la tragedia in una famiglia forlivese. Cronache da un anno tempestoso

Con il persistere del caldo, è interessante curiosare tra le cronache antiche alla ricerca di fenomeni meteorologici estremi. Si apra l'opera di Andrea Bernardi detto Novacula, barbiere felsineo insediato “nella ciptà de Forlì” dove divenne la fonte più rilevante per conoscere la storia di Forlì tra la fine del Quattro e l'inizio del Cinquecento. Le sue cronache, scritte in un volgare di non sempre immediata lettura, raccontano episodi dagli anni 1476 al 1517. Può anche essere l'occasione per riscoprire come parlavano i forlivesi in quel secolo. Prendendo in esame l'anno 1514, si legge di una gran tempesta che a fine marzo bersagliò soprattutto il bolognese fino a causare il crollo di chiese e case, e ancora a luglio, quando vennero abbattute vigne e alberi da frutto. Per il resto l'estate fu “in suoa natura”, cioè normale. La stagione autunnale si rivelò “humida più che non convenea”. L'inverno vide “poca nevo” però il 21 marzo ci fu una grande imbiancata. 

Mercoledì 30 settembre accadde a Forlì un fatto che il cronista ricorda nei dettagli. Protagonista fu la famiglia chiamata Spagliafeno. Da meridione soffiava un vento così forte fino a far crollare la casa di tale famiglia, posta “nela contrata de Sam Biaxio”: erano più o meno le due del pomeriggio. La casa, tra l'altro, non era cosa da poco, anzi, “era de gram statura”. Il risultato di questo crollo fu una tragedia: morirono due donne incinte e un bimbo di un anno. In quel momento, infatti, tre erano le donne in casa: Bela, in cucina, Cilia, al telaio, Bianca, in altre faccende affacendata. Bela morì subito, “senza favelare”. Cilia, in quell'istante sotto la trave maestra della casa, si salvò sebbene ne uscisse “tucta amachata”. E lì, salvata da quella trave, gridava “oimè che schopo sota legne e prede”, cioè “aiuto, sto morendo schiacciata da legna e pietre”. L'altra superstite tentò di rassicurarla: “Non avere paura, sorela cara, che avegnirà le bone persone preste aiutarce, tolandise tal nostre graveza da dosse, che Dio s'aiutarse”. Ma “così sclamando, la poverina chiopoe”. Quindi anche Bianca esalò l'ultimo respiro. 

Nel frattempo, il bambino, tentando di uscire con concitazione dalla casa distrutta, morì anch'esso. Se invece che dal retro avesse tentato di uscire dal lato “denanto a Biscanteri”, “lui schanpava”, cioè si sarebbe salvato perché da quella parte la casa aveva un solaio più robusto. Appena si sparse la notizia, la tragedia scosse Forlì: “la nostra ciptà tucta sclamava de compasione”.

Bela era maritata con Matio Bisighino, Bianca era coniuge “dela linea dela casa de Benzoveno”. Questa Bianca “per suoa natura parea una dea” ed era desiderata da tutti per creanza e venustà e proprio in quel giorno aveva chiesto al marito di recarsi alla casa paterna per una sua occorrenza. Tuttavia, almeno inizialmente, il marito non voleva, la gente poi disse che era un presagio da tenere in considerazione, forse suggerito da San Michele Arcangelo stesso nel giorno della sua ricorrenza. Questa rivelazione “fu tenuta gram cosa per lore et per dito criature che nel loro corpo aveano” però le donne Spagliafeno convennero comunque nella stessa casa nel giorno di San Girolamo (30 settembre). Come detto, solo una ne uscì viva: Cilia, visse il resto dei suoi giorni con “grande amaritudine”. Dopo aver preso in esame questo e altri fatti dell'anno, Novacula concluse scrivendo: “tamen queste anno fu poche infermità” seppure “fu alquanto tenpesta”. 

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