rotate-mobile
Lunedì, 22 Aprile 2024
Il Foro di Livio

Il Foro di Livio

A cura di Umberto Pasqui

La tragedia di Lucrezia

Perché Andrea Malatesta voleva entrare a Ravaldino il 4 aprile 1405? Cosa nascondeva? Cecco II Ordelaffi e la fragilità al potere

Nel romanzo “Il cavalier Mostardo” del dimenticato scrittore forlivese Beltramelli, l’entusiasta impresario Asdrubale Tempestoni prometteva: “Ti accomodo un teatro che se ci porti la regina Elisabetta o Caterina Sforza, ci devono stare come a casa sua”. In effetti, mentre si smonta la “pensilona” di piazza Saffi, si monta l’arena per le iniziative estive nella Rocca di Ravaldino. Il fortilizio che venne abitato dalla Tigre di Forlì fu però teatro di molte vicende che la cittadinanza contemporanea stenta a ricordare. Una di esse, particolarmente controversa, si svolse nella primavera del 1405 ed ebbe come protagonista il meno amato degli Ordelaffi: Cecco II. 

Alto, magro, belloccio, con barba rada, volentieri avvinazzato, fortemente ipovedente, prodigo e irascibile, costui lasciò il governo dapprima al fratello minore poi, morto lui, nolente ne prese il posto nel 1402. Si ha l’idea di un uomo fragile, insicuro, propenso più alla vita da privilegiato della famiglia più potente della città che agli impicci di governo, ingenuo, incapace di controllarsi, fin troppo trasparente e in quanto tale inadatto a ricoprire il ruolo di principe in un’epoca tanto insidiosa, in una città tanto insidiata. Poi chissà, le cronache non sono state troppo generose con lui, il gottoso, l’iracondo, l’ottuso: di sicuro la sua è una persona tragica, una maschera da teatro non scevra da emotività, efferatezze, reazioni irragionevoli. Su di lui fiorirono aneddoti della peggior specie, segno che ai forlivesi non andava molto a genio. Per esempio si diceva che, a causa della sua miopia, aveva colpito con la lancia un famiglio a lui vicino nelle parti più delicate e nascoste; credeva che fosse un nemico e a stento venne persuaso di aver commesso un grosso errore. A parte il grottesco, il suo ultimo anno di vita fu una tragedia. 

Di lui si conoscono due figlie femmine nate dal matrimonio con Caterina Gonzaga, e un figlio naturale: Antonio. Nel 1403, la figlia Lucrezia aveva sposato Andrea Malatesta uomo ambizioso che si vedeva presto padrone di Forlì in quanto Antonio, come detto, non era nato in costanza di matrimonio.  Il 7 aprile 1405, il rampollo Malatesta si recò a Forlì, Cobelli sottolinea però che lo fece “con malicia e tradimento” con lo scopo cioè di “volerse fare signor de Forlivio”. Nonostante questo “secreto”, la Città gli rese onori mentre Cecco se ne stava a letto con la gotta. Il cognato quindi cercò ospitalità nella Rocca di Ravaldino ma il castellano “non volse”, anzi, gli disse: “O signor sposo, io non ò commissione de lassare nessuno intrare qua dentro sencia le contrasegni sì che se volite venire qua dentro portate li contrasegni e io ve lassarò intrare a vostro piacere”. Il giovane straniero spinse la moglie sedicenne a rubare questi “contrasegni” al padre malato, perché, così la convinse, “voliva vedere la Rocca de Ravaldino come era facta”. Occorre invero ricordare che la Rocca di cui si parla non è proprio quella che vediamo oggi, costruita qualche decennio più tardi; si scorgono le tracce dell’antico fortilizio entrando nel giardino del torrione da via Giovanni delle Bande Nere, costeggiando un’informe struttura che, come tutto il complesso fortificato, è nascosto tra la vegetazione.

Il lasciapassare era nel giubbetto (“zippone”) di Cecco, l’ingenua ragazza lo prelevò senza dire nulla al padre e lo donò allo sposo. Così egli entrò a Ravaldino con la sua comitiva e il castellano “stopefacto” rimase senza parole, poi, presagendo l’inganno, si riebbe e disse: “Aspectate alquanto: io voglio vedere se quisti contrasigni s’affanno con li miei”. In effetti erano proprio quelli originali ma il prudente ufficiale non si fidava – a ragione – di Malatesta e compagnia. Lasciò la Rocca in custodia a “uno suo nipote e parente” e raggiunse Cecco a palazzo che così venne a conoscenza della trama.

“Che vol dire questo?” Fu la domanda del malandato signore di Forlì che non aveva capito molto di questa vicenda tanto che il castellano gli diede dell’“insensato”. Così Cecco frugò nel suo “zippone” e, non trovando “li contrasigni” finalmente capì l’inganno. Reagì “piangendo e gridando” alzandosi dal letto a malapena, per via della gotta: “Pena ne farò portare a chi à facto tale imbassata” strepitava. Insomma, il castellano sagace tornò alla Rocca di Ravaldino e invitò il Malatesta a starsene fuori, così l’intruso “ussè fori de la cità forlovesa e andosene ad Arimino”. Cecco II però, improvvisamente resosi consapevole nella sua debolezza, fu ossessionato da altre congiure e qualche giorno dopo “con bello modo fece atossicare la figliola”. Quel “bello modo” è l’unico indizio di pietà di un esito agghiacciante che sconvolse la comunità forlivese, già rude di suo. 

Una vicenda tragica, scespiriana, giacché Cecco – non aveva nemmeno sessant’anni – sprofondò nel dolore e nel rimorso per l’omicidio della giovanissima Lucrezia. La gente gli si rivoltò contro e le famiglie nobili della città, nel corso dell’estate, lo raggiunsero al capezzale dove promise che avrebbe abdicato a favore del figlio Antonio. I cittadini forlivesi, però, si radunarono insieme giurando “de non volere più tiranni” e “tenire a populo”, come nei bei tempi lontani. Assediarono la residenza signorile gridando “Viva el populo e la libertà”, saccheggiarono quanto possibile, afferrarono l’estenuato Cecco II e lo trascinarono “giù per li scali del palacio” uccidendolo. A questo punto la comunità era spaccata: chi voleva far regnare Antonio e chi voleva uno Stato senza signori.

Prevalse quest’ultima fazione e il 13 settembre 1405 il potere fu acquisito da dodici priori che tre giorni dopo presero possesso della Rocca di Ravaldino. Così il popolo “prese la signoria” e tutti gli Ordelaffi furono banditi da Forlì “su pena de la testa”. Almeno tale è la narrazione fornita, come detto, da Leone Cobelli mentre altri cronisti dettagliano alcune difformità: il succo, però, è questo. Per esempio Girolamo da Forlì, nel suo latino ecclesiastico, scrisse che “Cecchus dominus” morì nella notte della vigilia della festa “beati Gorgonii martyris”, mercoledì 9 settembre 1405. (Per pudore?) si tace il fatto che venne ucciso, si tace l’assassinio della povera Lucrezia. In realtà questa repubblica forlivese ebbe vita breve perché si appropriò delle redini della città il legato Baldassarre Cossa che poi sarà noto come antipapa Giovanni XXIII. Nel giro di poco, le branche verdi torneranno a Forlì e Giorgio Ordelaffi ne sarà signore. Antonio, ormai cinquantenne, governerà dopo di lui. 
 

Si parla di

La tragedia di Lucrezia

ForlìToday è in caricamento