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Martedì, 7 Dicembre 2021
Il Foro di Livio

Opinioni

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A cura di Umberto Pasqui

La “vita forlivese” di San Francesco

Lasciano la città anche le monache del Corpus Domini. Nel frattempo, si può riscoprire l’opera di un cappuccino forlivese

Il 4 ottobre ricorre la festa di San Francesco d’Assisi. Ebbene, tra le carte ingiallite emerge una “Vita del serafico patriarca S. Francesco d’Assisi compendiata dal P. Pellegrino da Forlì”, pubblicata in Imola nel 1882, settecento anni dopo la nascita del Patrono d’Italia. In circa sessanta pagine è riassunta la vita dell’Uomo. L’autore non è San Pellegrino Laziosi, ma è un omonimo definitore generale cappuccino che scrisse una discreta quantità di volumi tra cui “L’Apostolo dei selvaggi”, gustosa narrazione su una missione in Africa. Il libretto, come prevedibile, si articola in capitoli e si conclude con orazioni. Una recensione dell’epoca lo elogia come “di estimabile pregio tanto lo si consideri dal lato religioso quanto dal lato storico”. 

Con queste parole, il cappuccino forlivese – nato nel 1812 e morto nel 1885 - inizierà la sua agiografia: “Se di un bel giorno sereno e fecondo di prosperi avvenimenti resta una memoria indelebile e cara, il 26 settembre del 1182 sarà sempre benedetto e salutato con gioia da tutta la cristianità, imperocché in quel dì veniva alla luce il Serafino d’Assisi e quell’incomparabile Padre di tanta numerosa famiglia, che propagata in ogni parte del mondo non sarà giammai estinta”. Famiglia francescana che però, a breve, almeno a Forlì, subirà un’altra perdita. È notizia di questi giorni della  prossima partenza delle clarisse urbaniste dal monastero del Corpus Domini di piazza Ordelaffi. Insomma, la città che vide nascere il carisma di Sant’Antonio che poi morì a Padova, oltre a non avere più i minori conventuali, i cappuccini, le cappuccine e altri rami della stirpe vocazionale dell’assisiate, a breve si troverà con un’altra preziosa e silenziosa presenza in meno.

La storia del monastero del Corpus Domini (nell’immagine, la sala capitolare) è argomento interessantissimo e meriterebbe un approfondimento a parte, va da sé che le sorelle clarisse lo abitano dal 1786, seguendo fin da allora una disciplina definita ad hoc da un gesuita. Con una moderna e geniale intuizione, infatti, padre Andrea Michelini riuscì così a salvare il luogo di preghiera dalle soppressioni napoleoniche, mutuando l’antica regola “urbanista” di Santa Chiara (da Papa Urbano IV che la promulgò nel 1263) e assimilando il nome di “Corpus Domini” già presente per l’antichissimo convento forlivese, un tempo sede della confraternita dei Battuti Neri. Il Ventunesimo secolo, però, ha chiuso questa storia, almeno in tale forma. Si ricordi che nel 2012 un altro ramo della famiglia francescana - i cappuccini - scelse di lasciare Forlì dopo una testimonianza che durava dal 1539. E nel 2016, con ottocento anni di presenza, se ne andarono pure i frati minori che avevano sede in San Francesco su corso Garibaldi. 

Rimangono dunque da sfogliare la pagine ingiallite, dove si parla di quel Giovanni figlio di Pietro Bernardone e di Donna Pica che “cresciuto, intelligente, svegliato e molto perito nella francese favella, il padre suo si compiaceva di chiamarlo Francesco, e sull’esempio di lui tutti nominandolo così, il nome del battesimo fu interamente dimenticato”. Tuttavia, anche se a Forlì la presenza quantitativa dei carismi dell’ordine francescano è sempre più diradata, padre Pellegrino aggiunge: “La memoria dell’incomparabile Patriarca e Serafino d’Assisi sarà incancellabile, poiché vive nei suoi innumerevoli figli, sparsi in tutta la terra, e che per umane vicende e persecuzioni non saranno giammai estinti, il nome di S. Francesco, sempre glorioso e benedetto, vivrà sino alla consumazione dei secoli”. 
 

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