Il Foro di Livio

Il Foro di Livio

A cura di Umberto Pasqui

Le 'cercanti' di Borgo Cotogni

Suor Gioanna e suor Alessandra, converse cappuccine, e il caso che da Forlì raggiunse Roma tra un monastero e una parrocchia

Il 18 agosto 1719, a Roma, la Congregazione dei Vescovi e Regolari si espresse su una vicenda che da anni poneva domande dalle parti di Borgo Cotogni. Nei giorni in cui si sta procedendo al recupero di corso della Repubblica, questa piccola storia rionale presenta una strada piuttosto diversa dall’attuale. Cos’era successo? A quel tempo, sul corso insistevano almeno quattro chiese: Santa Lucia (ovvero San Giacomo in Strada, parrocchiale, situata all’altezza dell’attuale Palazzo degli Istituti Culturali o del Merenda), San Francesco di Paola (quella che oggi si chiama comunemente “Santa Lucia”), Santa Maria della Pace (dove ora c’è il MegaForlì) e Sant’Elisabetta (presso la Galleria Vittoria). Se qualcuno volesse approfondire, scorrendo nei precedenti articoli del “Foro di Livio” si potrebbe trovare altro materiale su tali luoghi scomparsi. La zona ricadeva, come detto, sotto la parrocchia di Santa Lucia ma le altre chiese citate facevano parte di conventi, quindi non erano soggette allo “ius” parrocchiale: a San Francesco di Paola c’erano i Paolotti, a Sant’Elisabetta le Cappuccine, la chiesa della Pace era gestita dai religiosi di Fornò. 

Sorse però un equivoco tra la sede parrocchiale e Sant’Elisabetta. All’interno del convento vivevano due converse, “monache laiche” che si occupavano di lavori manuali o di servizi che le monache claustrali, cioè quelle propriamente di clausura, non facevano. Il dissidio nacque, appunto, per una situazione che non aveva pari almeno a Forlì. Infatti, in altri monasteri erano presenti le “converse”, le “oblate”, o le “cercanti”, però abitavano fuori dal convento o in case contigue pur sempre esterne, pertanto erano chiaramente soggette alla giurisdizione del parroco. Qui, invece, il tutto poteva apparire confuso. Sulla strada c’era un portone oltre il quale un atrio conduceva alla chiesa che, vigendo un regime di clausura, era divisa in una parte interna e una esterna. L’abitazione delle converse consisteva “in due piccole stanze che hanno l’entrata e l’uscita nel suddetto piccolo atrio, e da questo alla strada” come precisò il vescovo Tommaso Torelli. Queste donne non pronunciavano voti ma vivevano in obbedienza e castità, vestendo come le monache, eccezion fatta per il velo bianco (le religiose di clausura lo portavano nero).

Erano dette “cercanti”, “questuanti”, perché avevano il compito di girare per Forlì chiedendo alimenti o elemosine per il monastero. In quel 1719 si chiamavano suor Gioanna e suor Alessandra, l’una era di città, l’altra del contado. In serata, chiudevano il portone che dava sul corso con un catenaccio, consegnavano poi le chiavi alla badessa da cui le avrebbero riottenute l’indomani. Ci si premura di tali minuzie perché l’equivoco era nato appunto per ingressi sospetti all’interno del monastero: il parroco di Santa Lucia – qualcuno mormorava – entrava da quel portone per andare a confessare le suore cercanti. Ma a chi spettava la salute delle loro anime? Le monache di clausura potevano contare su un confessore inviato dal Vescovo, egli avrebbe avuto competenza anche su quelle laiche? Il conflitto, benché senza particolari deflagrazioni, raggiunse Roma. Nella Capitale, infatti, arrivarono sul tavolo del cardinale Giandomenico Paracciani questi tre “dubia”: l’amministrazione dei Sacramenti e il diritto di sepoltura delle suore cercanti spetta al parroco di Santa Lucia o al confessore di Sant’Elisabetta? Può il parroco di Santa Lucia essere il direttore spirituale delle cercanti, con particolare riferimento alla penitenza? Il Parroco di Santa Lucia può entrare nel monastero di Sant’Elisabetta con la cassetta per le offerte per le anime del purgatorio?

Il vescovo Torelli scrisse al Cardinale: “havendo fino negli scorsi anni il parocho moderno di S. Lucia preteso, che le memorate due cercanti rispetto alli SS. Sacramenti fossero ad esso sogetti”, per “evitare i sconcerti”, “ho ordinato che nella Pasqua sodisfacessero al precetto nella Chiesa delle Monache”. Cioè diede ragione al monastero, non alla parrocchia. Inoltre, “di già ho proibito che lui (il parroco) si ritenga tale confessionario se non ad uso delle sudette due questuanti alle quali secondo lo stile viene dal confessore delle monache ministrati i sacramenti”. Inoltre, sul fatto che il parroco chieda le offerte nella chiesa di Sant’Elisabetta, ricorda come le monache “pretendono essere esenti totalmente dal Paroco” anche perché temono “lo strepito de questuanti nella loro chiesa esteriore” e che pertanto “possino ricevere disturbo”. Gli episodi del caso si sarebbero svolti nel 1716 per opera del parroco don Giovanni Battista Lacchini (la cui voce, nel memoriale pervenuto a Roma, manca). 

Il fattore del monastero, Domenico Bagnoli, precisò di “non havere mai per tutto il tempo del suo servitio veduto, che li Parochi pro tempore di S. Lucia habbiano esercitato alcun’atto Parocchiale, non tanto nella Chiesa, quanto nell’abitazione delle sudette Oblate Cercanti”, anzi, ha visto “nel tempo di Pasqua, e Natale, le dette Oblate esser communicate dal Confessore pro tempore, et in occasione della morte di dette cercanti converse ha veduto far l’esequie sopra al cadavere di quelle dal confessore pro tempore” senza che mai sia intervenuto il parroco di Santa Lucia che non era mai stato visto nemmeno “con la cassetta dell’Anime del Purgatorio”. 

Infatti, dalla fondazione del monastero qualche cercante era morta, per esempio suor Antonia, “la prima che si vestì e la prima che passasse al Signore”, deceduta il 14 marzo 1698 a settantotto anni dopo averne trascorsi 38 in monastero. Fu “seppellita tra il Spargolo dell’Acqua Santa nella Chiesa di fuori, ed il pilastro delle Cappelle”, le funzioni della sepoltura furono celebrate dal confessore delle Cappuccine: don Santi Reggiani. Lo stesso accadde per suor Anna, sempre sepolta in Sant’Elisabetta dopo aver servito il monastero per quarant’anni, con sacramenti e sacramentali officiati dal confessore don Francesco Antonini. Quindi nemmeno per i funerali il parroco di Santa Lucia era intervenuto. Fu trascritta pure la dichiarazione del parrocchiano Carlo Bandinelli che per più di mezzo secolo aveva svolto il compito di andare a chiedere le offerte con la cassetta “dell’Anime del Purgatorio”: per tutti questi anni lui e un suo fratello defunto si erano recati all’uopo nelle chiese di Santa Lucia, della Pace e di San Francesco di Paola, col consenso dei Paolotti. Ma mai “nella chiesa delle Madri Cappuccine pure esistenti fra limiti della detta nostra Parocchia”. 

Un altro confessore di Sant’Elisabetta, don Nardo Livio Molducci, volle porre l’accento sulla “molta fatica” che le cercanti “fanno il giorno per la città nel questuare il vitto e altro bisognevole per le claustrali”, e nonostante il duro lavoro “frequentano la Santa Communione due volte d’ordinario” e “vivono della pietanza che le mandano dal refettorio le claustrali”. Inoltre, le due donne si distinguevano per “una modestia e ritrattezza singolare, come tutta la Città ne puol fare testimonianza”. Seguiranno poi le attestazioni di parrocchiani di Santa Lucia, alcuni dei quali decisamente vegliardi ma capaci di confermare che il monastero di Sant’Elisabetta era sempre stato esente dalla giurisdizione parrocchiale. Finalmente, poi, parlarono le due cercanti: suor Gioanna era appena arrivata mentre suor Alessandra risultava in servizio da 14 anni, ed entrambe giurarono che “non hanno mai né richiesta, né ricevuta dalli Parochi pro tempore di S. Lucia licenza, o facoltà di potersi communicare, o farsi sacramentare dal Confessore del Monastero” ma di “essersi communicate dal detto confessore senza oppostitione alcuna, fuori che ultimamente dal Parocho presente”. 

Insomma, come concluse il Cardinale? La parrocchia non aveva giurisdizione sul Monastero, nemmeno (e questa è una novità) sulle converse che, eventualmente, avrebbero potuto confessarsi dal parroco ma loro soltanto, non le monache claustrali. Per quanto riguarda le offerte, nulla a Santa Lucia era dovuto di quanto raccolto in Sant’Elisabetta. Come direbbe un azzeccagarbugli: “Roma locuta, causa finita”. 

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