Lunedì, 15 Luglio 2024
Il Foro di Livio

Il Foro di Livio

A cura di Umberto Pasqui

I violini di Luigi Paganini

La vita di un liutaio forlivese di rara modestia ritratto in una fotografia raccontata “in diretta” da Archimede Montanelli

Una fotografia può parlare o, meglio, può suonare, può suonare il violino. Non è un’assurdità ma il frutto di un fortunato e simultaneo rinvenimento cartaceo e digitale. Ed è l’occasione per parlare di un personaggio poco battuto dalle storie locali, uno di quegli artigiani la cui sapienza manuale ha dato fama ben al di fuori delle mura di Forlì (che proprio in quegli anni venivano abbattute senza troppi complimenti). 

Cercando vecchie carte è spuntato un libro con trecento pagine ingiallite: “Noterelle artistico-musicali”, un’antologia di scritti di Archimede Montanelli pubblicata nel 1907 dallo stabilimento tipografico Montanari di Forlì. L’autore, un paio d’anni dopo, darà lezioni di violino a un predappiese chiamato Benito che presto farà parlare di sé. Alla pagina 59 del volume inizia un breve saggio scritto nel 1904, intitolato “Un violinaro romagnolo”. Si tratta, alla maniera fresca e confidenziale propria del musicista forlivese, di Luigi Paganini, liutaio vissuto tra il 1838 e il 1914. Di costui, nel Museo Romagnolo del Teatro custodito in Palazzo Gaddi fanno bella mostra di sé due violini. Contemporaneamente, frugando tra le pagine virtuali della rete mondiale, è comparsa una bella fotografia scattata da Battista Canè. A margine, vi è scritto: “Luigi Paganini, il M° Archimede Montanelli e il piccolo Balilla”. L’immagine originale è conservata presso l’Archivio Storico Ricordi (www.archivioricordi.com). 

Orbene, il saggio poc’anzi citato parla proprio di questa fotografia: “Fermi, fermi! - gridò l’amico Battista, ritto accanto al suo cannone fotografico. La peretta aveva nella mano destra, la sinistra era protesa così da accompagnare lo sguardo in supplichevole atteggiamento come volesse dire: Prego, non vi movete… - Fu un bacchiobaleno, e tac… È fatto, signori! - soggiunse egli con un sospiro di soddisfazione e di sollievo.

- Ottimamente, caro Canè, il nostro Paganini è in trappola e non potrà più scappare – dissi io.
Con aria bonacciona e un po’ confuso, l’eroe della festa guardò or l’uno or l’altro degli interlocutori, poi volgendosi a me sorridente, ribatté:
- Ma c’è rimasto anche Lei, signor maestro.
- Certamente – rispondo io – per tenerle compagnia insieme al piccolo Balilla”.

Si perdoni la lunga citazione ma pare che colori la fotografia seppiata e, in un certo senso, ne conferisca il movimento se non il suono. Montanelli precisa che l’immagine fu scattata “nello splendido stabilimento fotografico del nostro bravo Battista Canè” (era all’angolo tra corso Vittorio Emanuele e via Cignani) trasformato per l’occasione in laboratorio di liuteria con sgubbie e archi, tanto che si possono azzardare fantasie su matracci e vernici. Si aggiunge poi che “in questi tempi di sfacciata autoiatria” sia stato veramente cosa ardua convincere il liutaio a “posare dinanzi ad una macchina fotografica”. Il carattere dell’uomo, infatti, era “timido, riservato, dubbioso di sé” nonostante la sua “eccezionale forza e risolutezza di propositi onde la sua anima s’accende, ed arde la fiamma del genio”. In effetti è lì, in piedi, allampanato, che mostra con una sorta di fastidio proprio delle persone schive una delle opere uscite dalle sue mani. Di fronte, il fiero Montanelli sembra gongolare coccolando un violino e, da seduto, conduce una sorta di intervista di cui qui si riportano brani tra le virgolette. In mezzo, un bambino scalzo che pare porgere uno strumento al liutaio, oppure sta solo pastrocchiando con l'armamentario dell'artigiano. 
Luigi Paganini iniziò a manifestare le sue doti a dodici anni in quel di Faenza, quando, “ribelle alla volontà paterna”, si nascose nelle cantine del conte Gessi ove impianterà un rudimentale laboratorio. Qui, “assolutamente privo di mezzi”, fabbricò “la sega con un pezzo di lamiera”, usò “un vecchio coltello spaccalegna” come pialla (con cui si trapassò il pollice della mano destra), una lima arrugginita e un sasso.

Ecco, questi furono i suoi strumenti rudimentali da adolescente curioso e con essi “trasse fuori il primo violino” grazie a “due palmi di abete tarlato e la grossa radice di un bianco spino” cui applicò “quattro corde stravecchie raccattate chissà dove” armandolo alla mancina (ormai la mano destra era fuori uso). A questo seguì un secondo strumento che gli regalò un successo insperato tanto che “intravide una California” grazie al debutto nei “ritrovi carnevaleschi della campagna faentina”. Seguirono altri tentativi accompagnati da una solida formazione sul campo: “incominciò pazientemente a lavorare d’ogni cosa, fosse pur modesta, ma di legno, non curante i bisogni della vita, i quali col crescer degli anni sempre più imperiosamente stringevano”. Come falegname si specializzò nella “fabbricazione delle pipe di radica” e “con questa industria fra le mani si trasferì a Forlì insieme alla moglie sono adesso quarant’un anno”. Visse dunque un po’ a San Martino in Strada e un po’ in via Luffo Numai dove comprerà casa. Temporaneamente, e per necessità, interrotta la liuteria, si riavvicinerà a essa proprio a Forlì, quando il musicista Giuseppe Donati gli affidò un preziosissimo “Stradivario in pezzi” da restaurare. Imbarazzato per la fiducia accordatagli e per avere tra le mani un violino tanto prezioso, ammise: “nessun lavoro mi diede mai tanto a pensare”, tanto che “la qual cosa mi ha posto in grado di studiare a fondo la costruzione di questi istrumenti”. Così la sua fama di “ristauratore” si sparse “per tutta Romagna” procurando “molto lavoro al diligente artista”.

Il successo professionale fu accompagnato dal dolore familiare: “Figli, malattie, morti si succedettero al galoppo finché, rimasto vedovo con due bambinetti, volle egli stesso averne cura, e per oltre vent’anni nessuna donna fu più ammessa in sua casa”. Qui Montanelli lascia intendere che il liutaio attribuisse al sesso femminile un’aura di sfortuna: “Prendendo moglie gli piovvero in casa tutti i malanni”. Racconta, a prova dello “strano pregiudizio” e della “strana coincidenza”, che il di lui figlio Giuseppe, “invaghitosi di una buona e brava operaia”, la sposò. Però, “dopo pochi anni di matrimonio, al povero giovane nel lasso di cinquanta giorni morì la moglie e i due figli più piccoli”. Due anni dopo “un telegramma da Varzo in quel di Novara, annunciava a Luigi Paganini la morte del suo primogenito”, cioè “quattro cadaveri in tre anni”. 

Il farmaco che il liutaio usò per alleviare la tristezza fu “dar di lima al manico di un violoncello” nonostante l’età lo avesse portato a essere “raggomitolato per una forte artrite”. Così dichiarò a Montanelli nel corso di quella cordiale intervista: “Creda pure, signor maestro, questo lavoro non fa male, mi fortifica, anzi e mi ristora. Lavorando caccio i cattivi pensieri”. I suoi esperimenti con la creazioni delle vernici misero “due volte in pericolo la preziosa esistenza del bravo maestro per lo scoppio improvviso dello spirito in ebollizione”, cosa che non lo sconvolse, anzi, appena ebbe successo regalò il merito al figlio Giuseppe Secondo che in effetti, nella liuteria, avrebbe superato il padre. Eppure Luigi e i suoi violini dal 1898 erano presenti alle grandi Esposizioni d’arte: Nizza, Marsiglia, Tolone, Parigi, Gand, Monaco di Baviera, “guadagnando ovunque medaglia d’oro e la croce del merito insigne”, premi che volle condividere col figlio. E nel 1900 inviò “da solo i suoi ottimi strumenti originali a Bordeaux e a Strasburgo” ed essi meritarono “la generale ammirazione per la pastosità, forza e prontezza della voce non meno che per lo splendore delle vernici”. In effetti, i suoi studi sulle lacche e sugli smalti classici, propri di Cremona al tempo di Stradivari, lo portarono a creare buone e famose imitazioni richieste e rinomate, applicate pure ai suoi violini che ancora oggi sono ambiti specialmente all’estero. 

La sua “rara modestia” tuttavia lo condannerà all’oblio dei posteri: Forlì, per esempio, dedicherà una via al figlio (morto anch’egli prima del padre) ma nulla all’anziano Luigi. Proverà a proseguire la tradizione familiare il nipote Mario, allievo a sua volta di Montanelli però, ferito durante la Grande Guerra, contrarrà una grave malattia che lo uccise nemmeno trentenne nel 1921.
Il violinista, scrittore e compositore Montanelli, in coda al saggio, aggiunge però che “da circa un anno i due valorosi artisti si sono separati”, infatti “il figlio Giuseppe si è stabilito a Firenze, ove lavora certamente molto e assai bene”. L’ormai anziano padre, invece, “resta fra noi nella sua prediletta Forlì” dove “lavora e produce con instancabile lena: al tornio le pipe, al banco i violini”. Concludendo, si legge: “Ora ne sta limando un paio che credo destinati alla prossima Esposizione di Milano. Non me l’ha mica detto lui, ma… sarà certo così”. 

Si parla di
I violini di Luigi Paganini
ForlìToday è in caricamento