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Mercoledì, 1 Dicembre 2021
Il Foro di Livio

Opinioni

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A cura di Umberto Pasqui

Museo Etnografico: cent’anni dopo

Potrebbe essere una delle meraviglie di Forlì, invece è “temporaneamente chiuso” da trent’anni. Si riuscirà a far tornare il sorriso a Benedetto Pergoli?

Dire Romagna suscita sentimenti contrastanti. Il più delle volte se ne parla – almeno così fanno i romagnoli – come di una sorta di terra promessa, in cartoline fin troppo generose e zeppe di luoghi comuni. Per ripulire l’immagine fosca e terribile che aveva l’inquieto territorio, specialmente nell’Ottocento, a causa di coltelli facili, osterie della perdizione e teste calde, nel Novecento si compì una mirabile operazione. Si annusava l’aria di una prossima “globalizzazione”, per così dire: l’Italia Unita, e non solo, ecco le guerre “mondiali”, addirittura. Alcuni intellettuali del luogo vollero così salvare il salvabile, prima che il secolo veloce e tremendo – il Novecento – schiacciasse tutto in una poltiglia uniforme e insipida.

Certo, alcuni personaggi furono magnificati (il Passatore, da violento mascalzone divenne “cortese”) e certi paesaggi resi fin troppo “solatii”, vero è che a breve un romagnolo di Predappio avrebbe conquistato l’Italia da un lato accelerando la corsa verso il futuro da lui vagheggiato, dall’altro indulgendo verso un passato controverso. Anche oggi ci si riempe la bocca di Romagna, spesso in modo goffo, come se fosse la terra migliore del mondo. E fa sorridere, un po’ di autostima non guasta. La città che odia se stessa: Forlì, invece, non cavalca l’onda come dovrebbe fare, ed è una tendenza che ripete da decenni.

Cosa direbbe, se fosse ancora al mondo, Aldo Spallicci, nume del romagnolismo, che, con altri cultori come Emilio Rosetti e Benedetto Pergoli, nel 1921 allestì una Mostra Etnografica che si è conservata integra pur diventando uno dei tanti “musei invisibili” cittadini? In quel tempo si svolgevano le Esposizioni Romagnole Riunite (sì, a Forlì, non a Ravenna o Rimini, tanto per dire) e in tale contesto, Spallicci e amici misero in piedi ciò che sarebbe diventato il Museo Etnografico Romagnolo. Sette sale del Palazzo del Merenda furono appositamente curate e allestite allo scopo (pertanto non è ammissibile un suo trasferimento altrove) e questo fu “il primo vero e più riuscito tentativo di abbozzo del costume di Romagna” come scrisse Lucio Gambi in un contributo che poi si citerà. 

Singolare è la annosa noncuranza verso questo genere di testimonianze, specialmente quando – al contempo – si ripropone il liscio e ci si compiace dell’identità propria della “Roma Magna” in odio perpetuo verso la longobarda Emilia. La pagina del Comune lo descrive come uno dei “più antichi musei italiani nel campo della cultura materiale” e cita una nuova sezione (1964) presso Palazzo Gaddi “con macchine e attrezzi agricoli di grandi dimensioni”. L’eventuale turista, allettato e incuriosito, poi legge “temporaneamente chiuso”, dove l’avverbio sta a significare “da trent’anni”. Per capire qualcosa occorre sfogliare un intervento di Lucio Gambi del 1942, tratto dalla rivista “Lares”.

Pure in questo caso, carta ingiallita. Si vedrebbero “nella maggior sala del Museo – si legge – grandi attrezzi rurali tra i quali troneggiano due plaustri. Il plaustro è un carro adibito al trasporto pesante, al quale l’arte popolare ha impresso una sagoma massiccia e solenne, ha donato una decorazione a colori vistosi, sgargianti, che lo avvivano con un’aria fresca in ogni sua parte”. Si descrivono poi le altre sale, il “tinello borghese”, il “tinello campagnolo”, la “camera da letto”, le “cavallette da buoi”, birocci e biroccini, attrezzi, credenze e cassapanche, stoviglie, ceramiche. Oggetti già allora avviati verso la strada dell’obsolescenza in attesa di sublimare nel mito. Che dire delle caveje che proprio lì e allora sarebbero assurte a simbolo della Romagna? 

Interessante è un articolo di Andrea Moschetti su un numero de “Le vie d’Italia”, rivista del Touring Club Italiano, dell’ormai remoto 1926. In esso si descrive l’opera indefessa e appassionata di Benedetto Pergoli, direttore della Biblioteca e dei Musei Civici di Forlì, che “senza mezzi, o quasi, girò per le campagne e per i borghi, picchiò alle case dei contadini, alle canoniche dei parroci, persuase colla schietta parola, sedusse col sorriso semplice e buono, soggiogò colla fede, vinse con l’entusiasmo; e raccolse in breve più assai di quanto non avesse osato sperare”.

Il materiale raccolto costituì il nucleo centrale del Museo. Moschetti aveva chiesto a più riprese a Pergoli di spiegare come fece a trovare tanto materiale, senza ottenere risposta che un “intimo e sereno sorriso”. “Il sorriso della fede che sa compiere i piccoli grandi miracoli, il sorriso di quella fede che non lo lascia gioire dell’opera compiuta, per il nuovo più lontano miraggio che a sé lo attira e che gli fa sognare un grande, dieci volte più grande e più compiuto museo etnografico della sua Romagna così bella, così varia, così viva di vita nuova ed antica”. 

Il sorriso di Pergoli, però, si doveva scontrare con la paludosità forlivese, se già allora, come scrisse a Moschetti: “Ah, povero Museo! Nessuno mi aiuta a svilupparlo, mentre io mi struggo dal desiderio di vederlo diventare quale lo vagheggio. Ho l’approvazione – potrei dire quasi l’ammirazione – dei competenti: ma nessuno, dico nessuno, mi offre un po’ di aiuto positivo. Ma non mi perdo d’animo: e, a qualunque costo, voglio giungere alla meta”. Nell’aprile del 1922 fu infine inaugurato il Museo Etnografico Romagnolo visitabile fino ai primi anni Novanta del secolo scorso nelle sale del Palazzo del Merenda. Un secolo dopo, si cercano persone con il coraggio e il sorriso di Pergoli.

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