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Lunedì, 24 Giugno 2024
Il Foro di Livio

Il Foro di Livio

A cura di Umberto Pasqui

Omicidio impunito a Schiavonia

Il 5 maggio 1848 a Forlì venne ferito il parroco don Francesco Liverani, il giorno dopo sarebbe morto: il fascicolo fu ben presto archiviato

Gli entusiasmi di molti forlivesi nei confronti di papa Pio IX ebbero termine il 29 aprile 1848. In quel giorno rese chiara la volontà di non intervenire in guerra contro l’Austria, guerra che avrebbero tanto desiderato i propugnatori dell’unificazione italiana. Insomma, si pose neutrale: Roma non si sarebbe schierata contro il grande Impero cattolico pertanto nemmeno a favore delle istanze risorgimentali. In seguito a questo fatto della storia nazionale, qualche giorno dopo a Forlì si registrò un omicidio impunito, una pagina quasi sconosciuta della storia locale. Cosa accadde? Si vada per ordine. 

Nel 1830 divenne parroco di Schiavonia un prete trentenne di Castrocaro, don Francesco Liverani. A Forlì, pertanto, era uno straniero, un toscano, apparteneva a una ricca famiglia di contadini ed ebbe modo di studiare fino a porsi in risalto per le brillanti qualità intellettuali. Insegnava Latino, teologia morale e fu vicedirettore del Seminario. Era sacerdote da dieci anni quando fu incardinato in Città, a Schiavonia pur trovando sulla sua strada molti nemici: i canonici della Cattedrale che non volevano stranieri in ruoli apicali e tutto il subbuglio risorgimentale e massonico che aveva avuto prova della di lui simpatia per il “partito gregoriano” essendosi rivelato “apertamente nemico della causa italiana”. In effetti non faceva nulla per nascondere di essere uno degli esponenti più radicali della conservazione e da parecchi era visto come nemico. Perfino al Vescovo parve prudente allontanarlo temporaneamente dalla parrocchia durante i moti del 1831, per evitare di surriscaldare gli animi. Tuttavia, al prete non occorse molto tempo per capire che la chiesa aveva bisogno di un intervento piuttosto cospicuo se è vero che pareva “più assomigliante ad un ricovero di armenti che ad una Casa del Signore”.

Si trattava della “chiesa vecchia” di Schiavonia, orientata: facciata verso Faenza, presbiterio su piazza Galla Placidia. Appariva come un parallelepipedo in rovina. Chiamò l’ingegner Giuseppe Cantoni e, dopo un’altra proposta, concluse che si dovesse “girare” la chiesa, un po’ come era accaduto alla Trinità: un capovolgimento che avrebbe mantenuto il “parallelepipedo centrale” pur sostituendo la “testa” con la “coda”, completamente rifatte. La volle alta, e grande, anche perché aveva da poco assorbito la decaduta parrocchia di Sant’Antonio Nuovo, tempio soppresso in via Silvio Pellico. In seguito al deterioramento della chiesa antica, dunque, la nuova “è stata riedificata l’anno 1838 ed il giorno 25 marzo di detto anno Mons. Vescovo Vincenzo Tomba ne benediceva la prima pietra, ed il 22 settembre 1844 veniva dallo stesso Mons. Vescovo solennemente consacrata e riaperta al Culto”.

Questo virgolettato è tratto da un manoscritto ottocentesco conservato nell’Archivio parrocchiale. Si ribadisce che la chiesa nuova, con “campanile alto 70 piedi” è “di Ordine Corinto molto elegante” e “ha sette altari, quattro porte interne laterali, e la porta maggiore nella facciata, la quale pure è di Ordine Corinto. Dinnanzi a questa apresi un vasto Piazzale, girato all’intorno dalla Via pubblica, è desso di proprietà della Chiesa, quandunque il suo selciato, ad istanza del Parroco, sia stato fatto dal Comune, e venga tuttora dal medesimo mantenuto”. Don Liverani, fondatore della nuova chiesa di Santa Maria in Laterano in Schiavonia ne fu parroco per otto anni. Entrato in piena sintonia con il vescovo Vincenzo Stanislao Tomba, ebbe modo di fare carriera e ciò non fece altro che alimentare invidie, gelosie, rancori sia da chi frequentava sacrestie, sia da chi le avrebbe incendiate. 

Tutta questa prolusione per ambientare la faccenda che avrà luogo nel piazzale davanti alla chiesa di Schiavonia, quello intitolato a Galla Placidia, ora preso d’assalto dalle auto perché privo delle linee blu che scandiscono i parcheggi a pagamento (giacché proprietà della chiesa). Qui, il 5 maggio 1848, si consumò un ferimento e cadde a terra una di quelle vittime che per la storiografia vincente non pare essere mai esistita. Don Liverani sarebbe morto il giorno successivo dopo una notte di agonia iniziata nel pomeriggio precedente. “Tornava egli dal passeggio ed era per entrare in sua casa, allorché un masnadiere gli tirò un colpo di fucile per cui colpito al fianco sinistro la mattina seguente morì” racconta il cronista Giuseppe Calletti. Un altro attento osservatore dell’epoca, Pellegrino Baccarini, precisa: “Incamminatosi verso sua casa parrocchiale, e strada facendo sempre in compagnia del signor don Lorenzo Pettini, giunto che fu sul piazzale della chiesa, con aver prima di entrare nella medesima riverito secondo il suo consueto, quella Immagine Addolorata che trovasi annicchiata nel muro dalla parte destra nel punto, ossia nell’atto stesso di levarsi dal capo per riverenza il cappello venne istantaneamente, e tutto ad un tempo tiratogli contro una forte archibugiata mortale”. 

Cosa accadde poi? Fu resa giustizia al parroco ucciso a cinquant’anni? Venne istruito un procedimento approssimativo e il rito civile si concluse il 26 agosto 1848, l’esito suonò beffardo: impossibile scoprire il colpevole, si archivi il fascicolo. Si trattava, in effetti, di un omicidio scomodo e non s’indagò ulteriormente: meglio non parlarne più e assecondare la ragion di Stato. Le ossa del parroco riposano ai piedi dell’altare maggiore della sua chiesa e nella stessa, accanto alla porta principale, si legge una lunga iscrizione dedicata alla memoria e alla virtù del sacerdote che ebbe la colpa di preferire la parte della storia che sarà ritenuta sbagliata. 
 

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